Qualcosa di me


Utente: m0rgause
Nome: enrica
Libera professionista con un amore sconfinato per la conoscenza scrivo come terapia antistress. Mi piace andarmene in giro con la fantasia a colorare il mondo. Il Rosso per me è il colore del sangue-la vita e la morte,il piacere, il divieto, la paura, gli ideali- mi ci perdo dentro... da qui il mio primo blog ProfondoRosso, l'Eros e il Kaos. Nell'altro mio blog,stregam0rgause, posto i miei scritti non erotici in prosa e poesia. Infine nel mio ultimo nato, Stargate, raccolgo le immagini eros intese come porte spaziotemporali verso altri mondi. Ho anche un sito ormai da 8 anni, la mia vera Webcasa. Sono su Libero con il blog LeRouge et Le Noir. Gli indirizzi li trovate nei link .

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A furia di parlar di morte e dolori lancinanti può capitare che venga conferita, come successe a Totò, la patente di iettatore: allora prima di leggere certi soavi scritti la rete si intaserà di corni rossi, ferri di cavallo nonché di toccate nella parti intime-maschietti potendo-
A Mortisia, gallina dalle nere piume.
Mai lessi in poesia erotica versi più sublimi di quelli in cui l’autrice, poetessa insigne, usa il verbo “mugghiare”: ragazzi, io mugghio, tu mugghi egli mugghia, marò, un letto diventa una stalla ...in tutti i sensi. Mes compliments.
A Messa-Lina, matura gallina dalle piume variopinte.
Se dietro alle parole c’è il vuoto peggio che all’assedio di Stalingrado - quando l’attacco di Von Paulus trasformò la città in voragine d’inferno- inutile metterle ben allineate in fila curatine curatine. L’unica immagine adatta per ogni scritto è una Barbie.
A Verdemare, gallina new age dalle piume incolori.
Certo quando c’era lui, la buonanima, i treni arrivavano in orario e i Poeti erano davvero rispettati, corona d’alloro e onorificenze di latta varie, puché fossero in possesso di grandi, robusti, indefessi coglioni, che li facevano pesare come macigni.
Tu,sagace pennuto,anche senza i coglioni, non ne hai ed è questo che ti rende così bellicoso solo verso le donne che invece li hanno, saresti arrivato al podio n. 1 per il peso del tuo verseggiare, vecchio, roboante, inutilmente cazzuto. Ti consiglio di dormire con la retina sulla cresta e nappina nera d’ordinanza per non perdere anche quei 5 capelli che ancora ti ritrovi...
Per Orbax , spennacchiato gallo dalle piume nere, ma non nero mortaccino, neronostalgia di P.zzo Venezia, cià
Questi son puffi webbici, mio Comandante, umanoidi; per Te, mio irriverente, beffardo, ostinato, moralmente ostinato, unico mio Santo laico, un pensiero d’amore: tu sangre sobra el campo sea rosado y dulce limo
To be continued...>>




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martedì, 24 novembre 2009

*La trilogia di Diabolik di Stregamorgause e Cineciclista**

Sono un’accanita collezionista del mitico fumetto Diabolik: per questo ho postato sul collettivo/blog  di Lady Juliette ( http://blog.libero.it/LadyJuliette/ ) la poesia "Evanera" in cui immagino la compagna dell’eroe del crimine  bruna invece che bionda e assai diversa dalla sua tradizionale immagine. Un autore che stimo moltissimo, Cineciclista, si è divertito a  proseguire  sul tema, introducendo in versi anche i personaggi di Diabolik e Ginko, suo eterno avversario.

Ne è nata una trilogia che a mio parere sarebbe la sceneggiatura adatta per un “corto”.

 



Evanera

 

Spogliami lentamente

sii gentile,

indosso solo seta nera e pizzo

tra i miei seni  brillano smeraldi

nel mio ombelico risplende

il Koh-i-noor.

Il triangolo  scuro tra le cosce

ha fili d’oro e platino

intrecciati.

Il ballerino di tango

e pasodoble

acrobata

su funi di diamanti

incendia la mia pelle

di gioielli

per quel piacere

che solo io so dargli

-Ma costo cara-

Sono Eva nera Ginko

mi disegnano bionda

per nascondere la mia anima

puttana.

-Rumore di manette-

sono pronta per te

inchiodata al letto.

Odora di femmina

e di muschio

il pizzo costoso dei miei slip.

Fiuti il mio odore

nel velo del tessuto

perle del mio sapore.

 

-Assaggiami-

il mio piacere sarà la tua vendetta.

Poi...una parrucca bionda

e una matita

ed Evanera se ne andrà

per sempre.

 

Stregamorgause

 





 

Nulla osta di Ginko a Evanera


Che tu sia bionda,
o tu sia nera, Eva,
che tu sia santa o puttana,
solo a matita o vera,
io con te non ho bisogno
di schiaffi e manette.
Io sono Clerville,
io sono la Legge,
il mio corpo è l’Ordine,
la mia pelle il Bene.
Sei libera, zoccola,
vattene, Eva,
io sono anche i bassifondi della città,
persino lì sarai nella mia trappola.
Vuoi scassinarmi?
Graffiami!
Vuoi rapinarmi?
Mordimi!
Vuoi goderti il malloppo?
E allora leccami, ossessa,
succhiami, angelo,
carezzami giù, fino al midollo delle ossa,
fai vibrare le corde
della mia chitarra araba battente,
fai scricchiolare in me i cardini del Cielo
e traballare i pilastri della Geenna:
io sono il Nulla Osta,
l’Ostia,
 il lasciapassare divino,
il salvacondotto della tua anima,
firmato col vincolo del sangue,
del mio sperma atavico
direttamente da Lassù.
Io sono Ginko,
il Piedipiatti,
l’Ala, il Custode di Clerville,
io sono l’Abisso del Bene:
senza di me
neanche potresti amarlo,
adorarlo, servirlo
quel saltimbanco,
quel travestito,
quel prostituto
al lezzo di merda del denaro.
Tu gli appartieni,
sei il suo gioco,
come  quel Koh-i-Nūr
che ti ha ficcato all’ombelico,
ma il maschio che possiede quel bagliore
è già dannato dal giogo
abbacinante dei suoi raggi.
E adesso spogliati, Eva,
da pizzi, smeraldi e ori neri,
cancella il tratto di matita
il chiaroscuro dei peccati dalle ciglia,
ti voglio troia
solo della tua sacralità,
 ti voglio nuda e svergognata
solo della tua anima.

 

Cineciclista



Apparizione   di Diabolik a Ginko
ed esplosione sensuale di Eva  Kant


 


Ti si è annodata la lingua,
a pronunciare il mio nome invano
e non lo hai fatto, Sbirro,
non ne avevi le palle.
Come tutti i mitomani
hai detto solo che Lassù
qualcuno ti ama
ma non hai impressionato nessuno.
Io invece sono sceso quaggiù,
al livello infimo dello zerbino che tu sei
per i potenti di Clerville.
Ti usano per nettarsi le suole
dal fango, dal vomito, dal sangue
che producono e calpestano,
mentre le tenie gli divorano
l’esofago e i vermi
gli camminano nel culo.
Non ho mai lasciato Eva,
soprattutto a marcire
nelle galere del Grande Sopruso
chiamato Ordine,
e ora, come Orfeo,
riporterò al respiro e al canto dell’avventura
di primavera
la mia Euridice ingioiellata.

Ginko


Perché hai un nome
oltre quello di cartone
che hai appiccicato al frontespizio?
E hai un volto
oltre quello del Das per ragazzini
che ti modelli con le dita
per darle un solo bacio?
Voltati, ignobile Orfeo
di plastilina e cartapesta,
non guardarla Euridice,
lei è già una statua di sale per te!
È Eva solo per me,
è utero viscere epidermide
orecchie infiammate da brividi
solo per la trascendenza erotica
del Lingam di Śiva in me;
l’ammasso neuronale e astrale
del suo cervello
già orbita sfrigolando nel mio,
l’impatto sarà tremendo,
un neo Big Bang,
un Universo Nuovo,
una sfavillante Via Lattea,
miriade di baci, sorrisi, sussurri,
carezze musicali, sciogliersi,
distendersi per nuovi labirinti siderali.


Diabolik


Tutto questo profluvio
da povero illuso
senza  luna e senza stelle
per nasconderle la miseria
di un mondo amministrato,
di un impiego burocratico,
di un salario da moglie
trascurata frustrata e consumata!
La conosco troppo bene, Flic,
la copro di smeraldi luminosi
per attenuare il lampo accecante
della sua voragine di frenesia oscura.
Palpita per te,
ma tu non sai neanche cosa sia
un suo palpito, gretto piantone:
è un vuoto d’aria che può spostare
Clerville fino ai sobborghi di Parigi,
e se non sei capace
di assecondarne l’urto
meglio circolare,
tornare a casa, spiantato.
Vieni, fuggiamo via di qui, Eva!

Eva


Nessuno mi trattiene,
sono libera di andarmene
ma io resto perché lo voglio,
io lo voglio il Gendarme.
Tu non puoi darmelo, Diablo,
e neanche lui mi si può dare,
solo io posso strapparlo,
avvinghiarmelo addosso,
sfondarlo dentro
e lo farò,
ora,
perché non voglio neanche finirle
queste inutili parole senza che lui
sia piantato in me e io in lui.
Voglio una cella più stretta,
un groviglio di sbarre,
manette a grappoli,
voglio essere incastrata,
spinta, infossata negli angoli
senza più spazio luce fiato.
Io non sono mai stata
il tuo Koh-i-Nūr, Diab,
non lo sono
e non lo sarò mai di nessuno,
neanche di lui;
ma se volete adesso fondervi voi
in un unico diamante
sfolgorante a due facce,
sbattetemi dentro,
scaraventatevi entrambi
come carcerieri sublimi addosso a me,
perquisite, interrogate a colpi
spietati di piacere le mie viscere,
fate riemergere la memoria sepolta e restia
dei miei più ignobili segreti sensuali.
Solo così farò esplodere per voi
l’ostacolo tra il Bene e il Male
e vi ricondurrò nell’apertura sterminata
del ventre universale.
Io, Eva Kant,
Eva bionda, Eva nera,
io Falsa, io Vera,
colmate lo spasimo,
l’opposizione primordiale.
Gridate…! Tace…t…!
Gio…i…t…!
God…!

 

Cineciclista

 

 

Questa è la mia Evanera impaginata da LadyJuliette


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì, 18 novembre 2009

*Jamie**

 

Edimburgo, Settembre: sta per piovere  e fa freddo, ho lasciato l’Italia  al sole  ancora estivo  per ritrovarmi nell’inverno scozzese che ben conosco e che peraltro si addice perfettamente a questa antica città di pietra grigia.

Imbocco Princess Street, nella New Town; mi hai dato appuntamento davanti  alla Royal Scottish Academy, per essere sicuri di incontrarci, hai detto ridendo: sai bene quanto posso essere  svanita a volte.

Lo sai bene, eccome, perché  tu di me conosci tutto, anche i segreti più segreti, il mio corpo e la mia anima sono tuoi, sei uno dei pochissimi che abbia avuto e che avrà mai  le chiavi del castello.

Eppure insieme non  resistiamo neppure un giorno senza litigare ferocemente perché siamo troppo simili di carattere, due gemelli omozigoti.

Insomme né con te né senza di te, ma a lettoè tutta altra storia, forse proprio per la nostra somiglianza anche tra le lenzuola la nostra  intesa è perfetta.

 

Due anni, due anni senza vederti , toccarti, sentire il tuo odore, le tue mani su di me, il tuo corpo.

Per questo, appena arrivata a Edimburgo ti ho telefonato, sapendo di  commettere un grave errore: ma il desiderio  di   rivederti era troppo forte, anzi, sto pensando che forse anche questo viaggio in Scozia  inconsciamente sia stato deciso per riaverti un’altra volta, anche se solo per poche ore.

Noi siamo gli amanti impossibili, faremmo la gioia di  qualsiasi sceneggiatore  di fiction.

 

-Amore, solo un’ora, esco solo per un’ora, voglio salutarlo, rivederlo, parlargli, sai quanto è stato importante per me; ma no, è finita,  già te l’ho detto, e poi, scusa, non l’hai neppure conosciuto, sì, conosci me, e che vuol dire, credi davvero che ci tornerei a letto, così, dopo due anni,  sempre che lui mi voglia ancora, magari è sposato, innamorato, ormai siamo solo amici, insomma io esco, fai tu.

Truccata? ma via, solo un poco gli occhi,  come faccio sempre.

Si, vestita di rosso, è un vecchio maglione abbinato a un paio di jeans, spero ancora nel sole scozzese, che ha il mio abbigliamento di speciale?

Aspettami in albergo, se vuoi, oppure esci con Fabienne e Max, fai come credi,

ciao -

 Ho mentito spudoratamente  e lui se ne è accorto.

Sapeva  benissimo che non sarei stata via per un’ora soltanto, aveva sicuramente visto nei miei occhi quella luce pericolosa che si accende  quando pregusto l’esaltante nuova avventura e che mi rende leggermente strabica.

Mentre  gli parlavo con voce ferma  di chi è ben deciso a ottenere quello che vuole a qualunque costo, stavo già con te  nella mia mente.

 

Arrivata in strada due giovani  uomini mi sfiorano, poi si voltano e mi rivolgono caldi apprezzamenti: un evento eccezionale  per la fredda Scozia.

Un signore di mezza età se ne accorge e mi sorride, ricambio la gentilezza. Prego tutti i miei dei  che anche tu possa guardarmi come quei due ragazzi.

Ecco, laggiù in fondo compare la Royal Accademy,  accellero il passo.

E finalmente ti vedo, alto e imponente, dirigerti a lunghi passi verso di me.

Non ti sei ancora accorto che ti sto volando incontro.

Penso per l’ennesima volta  a quanto sei diverso dal tipo maschile che da sempre mi attrae,  quello che ben dipinge con  sarcastiche parole Fabienne, la mia amica del cuore : magro, scarno, vagamente malaticcio, meglio con l’aria un tantino fané e sofferente, insomma il tipico stadio pre-tubercolotico ottocentesco.

Forse sono stati i tuoi capelli neri e gli occhi azzurri (mix di geni romani e celti) ad attirarmi o forse semplicemente il mistero di una biochimica inspiegabile.

So soltanto che ti ho desiderato dal primo momento che  ci hanno presentati e a te è  capitata la stessa cosa.

Mi hai chiesto di accompagnarti fuori per fumare  una sigaretta e alcuni minuti dopo dietro a  un enorme cespuglio di ortensie mi hai preso tra le braccia e mi hai baciato mormorando frasi in slang assolutamente incomprensibili.

Ma il tuo bacio invece  lo  capii subito:  fu come  se  al posto delle vere labbra  tu stessi baciando quelle altre nascoste del mio sesso, che infatti cominciò a pulsare come un piccolo cuore tra le cosce, tanto da farmi temere che te ne saresti accorto.

Quello fu l’inizio.

 

Ora mi hai visto e ti fermi,  anche io faccio lo stesso; sotto la pioggia sottile che ha iniziato a cadere  sembriamo due cani da punta che hanno fiutato la preda.

Lo so  che cosa stai pensando:

-E’ un errore, un grave errore, poi sarà peggio di prima, poi...-

Ci muoviamo insieme, l’uno verso l’altro: l’impatto  è un’esplosione, la forza dell’abbraccio è la gioia dei nostri corpi che si ritrovano, dopo due anni.

Non ci baciamo, restiamo lì, sotto l’acqua, stretti, mi pare di sentir scricchiolare le ossa della gabbia toracica.

-Jamie-

-Fede-

Poi:

-Andiamo, abito qui sopra -

Non mi accorgo  neppure dove mi porti, capisco solo che tra poco sarai sopra di me, dentro di me, mi duole il ventre al pensiero.

Entriamo in casa, i miei capelli gocciolano, i vestiti sono bagnati.

Non so dove sia la camera da letto ma la trovo a colpo sicuro; non mi guardo intorno per vedere se ci sono tracce  di un’altra donna, non me ne importa nulla.

Mi spoglio in fretta gettando il maglione e i pantaloni per terra, resto in slip e ti guardo; allora ti spogli anche tu, fissandomi.

Mi abbandono sul letto  nuda e allargo le cosce, maledicendomi.

Un’offerta così esplicita non è da me, aspettare e far aspettare acuisce il desiderio:  il piacere sottile di un pizzico di  giocosa crudeltà fa parte del mio carattere, per tanti aspetti così simile a quello dei felini.

 

Ma  con te è diverso, io ti  desidero da morire, non posso aspettare, sono solo una  femmina che vuole un maschio che la riempia, ma non uno qualsiasi, vuole Jamie.

Mi sento bagnata e nuda come l’avocado privo della buccia che ho  tenuto in mano questa mattina,  a colazione.

Tu sei l’unico uomo che sia riuscito a farmi sentire  completamente donna, penetrata, aperta, vulnerabile: utero, femmina, ovulo.

Immobile, in ginocchio tra le mie cosce aperte, il sesso eretto  e teso,  contempli attentamente

il mio corpo: dalle labbra  passi  ai seni abbondanti  per finire lì, nel cespuglio scuro in cui si apre , rosea, la mia ferita .

-E’ un fiore- dici   sfiorando i petali di carne frastagliati  e rosei con dita abili, sapienti.

Poi ti chini e continui ad accarezzarmi con la lingua.

E il tempo si ferma : allora attraverso  i brividi di eccitazione percepisco i colori del mio cuore di femmina, il viola porpora  e il rosa salmonato, li  vedo dilagare, diventare sempre più accesi  e caldi.

All’improvviso, presa da una voglia improvvisa,  sono io ad abbassarmi sul tuo grembo per ingoiarti, tu, il mio lecca-lecca gigante, la mia chicca adorata, il mio enorme bastoncino di zucchero da succhiare per tutto un giorno  fino a sentirlo sciogliersi in una dolcezza e squisitezza senza pari.

Mi allontani, all’improvviso:

-Fede, ti voglio, non  ce la faccio più- mormori con voce rauca.

Entri in me, lentamente e io mi mordo le labbra a sangue per non  arrivare subito al piacere, che cos’è risentire di nuovo il tuo peso sopra il mio ventre, le tue braccia intorno  alla mia schiena , così comincio a blaterare qualcosa sulla resa, sul fatto che mi vergogno di aver tanto bisogno di te, di essere così  ...disperatamente...mi blocco, non posso dire di più.

 

Ma tu,  mentre ti spingi  sempre più a fondo dentro di me:

-Dillo, dillo, avanti, dimmelo, disperatamente cosa -

-Innamorata di te- vorrei urlare, ma non te  lo confesserò mai, mai.

Improvvisamente  passi sotto il mio corpo, ora  io ti sto sopra, impalata, sconvolta, i capelli arruffati sul viso, il corpo lucido di sudore, l’orgasmo che preme, mentre tu:

-Dillo-continui -dillo- lo ripeti come una cantilena.

Poi il mondo svanisce : resta solo il pulsare ritmico del mio ventre che per me diventa l’universo, la galassia, un profondo buco nero nello spazio.

Il piacere mi colpisce con un tremito che mi fa urlare e  mi costringe ad abbattermi su di te, mordendoti una spalla.

E’un orgasmo cosmico, non solo del sesso, ma anche della gola, della voce, di tutto il mio corpo:  per un attimo sono fuori di me, volo, per sempre libera, immortale.

Arriva il tuo piacere, fiume di  vita  a dissetare una sete antica, inestinguibile.

Infine giaciamo nella pace assoluta dopo il terremoto.

 

-Allora, che volevi dirmi, Fede ?-mormori  accarezzandomi i capelli.

-Niente, Jamie, niente- rispondo con voce ubriaca di piacere - niente, lo sai che arrivo a dire di tutto, in certi momenti-

Tu non insisti, mi sento le gambe e le braccia pesanti, come fatte di mercurio e piombo.

Mi alzo dal letto con fatica:

-Devo andare, amore mio, la mia ora è passata da un pezzo -

Mi allontani da te, per poter guardare meglio il mio corpo, io ti passo  una mano sul petto sudato, sui contorni del viso, ti bacio  rapida il sesso: è il solito rituale, a significare -ricordiamoci così, chissà quando sarà la prossima volta e se ci sarà-

 

In Princess Street il traffico è caotico, è quasi ora  di cena; torno a piedi all’albergo, dovrò inventarmi qualche cosa,  ma non  ci voglio neppure pensare.

Cammino lentamente sotto la pioggia leggera  e mi pare strano che la gente non si accorga di questo grande sole che ho nel ventre.

 

giovedì, 12 novembre 2009

*Aspetto il regno puro della cenere**

 

He snake was pale gold/ Il serpente era di un oro pallido

Glazed & shrunken. /Smaltato e lucente

We were afraid to touch it. /Avevamo paura di toccarlo

The sheets were hot dead prisons. /Le lenzuola erano calde prigioni di morte

 

daThe celebration of  Lizarddi Jim Morrison

 

 

Uncinata ai fianchi dalla tua assenza
è brivido di sirene il dolore bruciato
in una sola vampa.
E' insonne il tuo respiro che cerco a tentoni
nella fradicia agonia di questa stanza
tra serenate col diavolo nella chitarra, rabbie alcooliche,
e lacrime vomitate nell'anfora di vetro
del nostro impossibile viverci insieme.
L'amaca blu, i vasi di gerani cuoreviola, la gonna bianca
di mia madre
le ali rosse del grumo di sangue
che non mi è mai nato,
le stanche melodie di questo inverno
riusciranno a inventarmi la vita nei giorni d'Urano
quando cercherò a testa in giù
in un mondo verticale
il sussurro di lama vetrosa delle tue labbra e il tuo colmarmi
di lacrime dense il calore del corpo?
Ora sono un'impronta bagnata lacerata dalla pavida collana
di dolori che mi porto dentro:
aspetto il regno puro della cenere

 

a Lestat

 

 

sabato, 07 novembre 2009

*Rosso d'antiche sere**

 



 

E’ un  rituale sacro per me accompagnare i nuovi  amori a visitare quella  che io chiamo la Villa dei Misteri:  si tratta di una grande casa, un palazzo seicentesco, un tempo splendido di pitture, marmi e stucchi ora quasi un cumulo di rovine  distante pochi chilometri dall’abitazione avita della mia gotica famiglia.

Resta miracolosamente ancora intatta la facciata con la splendida loggia caratteristica delle ville di quel secolo abbellita da colonne candide in marmo di  Carrara. Per il resto è  devastazione ad opera del tempo e dell’incuria umana; franati all’interno gli splendidi sofitti affrescati, il tetto si apre in squarci sempre più ampi.

Ma sono rimaste stranamente  integre le scale interne che portano alla loggia.

La villa è recintata, inaccessibile sia perché pericolante sia per  una annosa faida di eredità. 

Io però conosco il modo per  entrarci, il passaggio segreto attraverso una piccola porta nascosta dall’edera e dagli spini che  si apre direttamente nella cappella .

E lì inizia la magia della visita, quando ci si trova tra marmi divelti, un altare scrostato e  un insolito ancora brillante azzuro che affresca il soffitto a botte. La sconsacrazione è palpabile, almeno per me e oltre a quella  una strana corrente infilandosi nelle crepe dei muri pare un lamento, forse quello della marchesa Isabella Cattaneo, la fedifraga, che proprio qui fu  uccisa dal marito geloso a pugnalate mentre era assorta in preghiera.

Sacro e profano  tra queste mura respirano ancora insieme ad  un sentore di sensualità stagnante che da sempre mi allerta i sensi.

Ecco  perché chiamo il palazzo “Villa dei Misteri”.

 

Alla Villa dei Misteri ho voluto portare anche te, Daniel, già intrigato dalla sua storia che

ti avevo appena raccontato:  mi hai seguito  per la porticina segreta in silenzio ma quando ti ho preso la mano per condurti fino alla  loggia  mi hai guardato inquieto:

-Ma  come ci arriviamo lassù? pare che stia per cascare tutto-

Ho riso e ti ho guidato attraverso la cappella, poi da qui per saloni verdi d’arbusti e detriti,  mostrandoti i resti degli splendidi affreschi,  per arrivare,  salendo in fretta lo sconnesso salone, fino alla loggia seicentesca.

Mi appoggio  alla balconata che è alta e mi perdo nella contemplazione del paesaggio, come ogni volta, mentre tu mi abbracci baciandomi sul collo.

Comincia a spirare quello strano vento, denso di sensualità, che io ho sempre respirato qui: come di gemiti di piacere risvegliatisi da un un lungo sonno, di attese nel  rosso d’antiche sere estive, odoroso di carezze estenuanti; mani invisibili sollevano un poco la gonna leggera per inoltrarsi sfacciate tra le cosce.

Mi sporgo e saluto Martina una anziana donna che abita nelle vicinanze, proprio sotto la Villa,  con il terrore che i ruderi le cadano in testa: da parecchio tempo non mi vede, è abituata a quelle mie proibite incursioni; ogni volta non può fare a meno di raccomandarmi prudenza  e soprattutto di uscire presto da lì.

Ma tu, Daniel, dove sei finito? Perché Martina non ti vede?

 

La risposta mi arriva da una mano agile e sapiente che lenta si insinua sotto le gonne poi accompagnata dall’altra che si muove sull’identico percorso e capisco: mi sei alle spalle, invisibile dal basso.

Il cuore mi batte a mille, la endorfine galoppano, il ventre s’accende.

E mentre chiedo alla donna notizie della sua numerosa famiglia poggiando i gomiti sull’alta balaustra, il viso sui palmi congiunti, tu mi sfili gli  slip  poi delicatamente mi sposti all’indietro, contro il tuo ventre, per iniziare ad accarezzarmi  il sedere e le labbra del sesso che vedo risplendere umide, rosse e gonfie di voglia.

Ti sento mormorare:

-Mi vuoi vero? sei calda, morbida e umida come  burro fuso -

Così dicendo ti sbottoni i pantaloni per poggiarmi tra le natiche il sesso rigido, non ti ho mai sentito così, le tue mani sui miei fianchi sono lame che  artigliano la stoffa leggera del vestito.

Poi mi penetri, lentamente, ed io ti sento dentro di me così  a fondo, così mio, che mi par di svenire

mente il vento mi porta  i tuoi gemiti soffocati insieme all’odore dolciatro del sesso, della passione  di cui la casa è impregnata, di cui ora sta rivivendo, ne sono sicura

Non resisterò a lungo,  mi  stai accarezzando il clitoride gonfio come un acino maturo e  mentre continuo a parlare  all’anziana donna con voce sempre più debole sento un sole aprirsi nel ventre, un sole dal calore insostenibile e poi  mi dissolvo nel piacere mentre tu  mi riempi, spingendoti dentro di me fino  a costringermi contro il muro quasi a voler penetrare  fin dove nessuno era mai arrivato.

Il tuo gemito di piacere  è quasi di stupore, di gioia e di sorpresa  come se ci fosse mescolato anche un attimo di dolore.

-Fede ti senti bene? ma che hai, sei ammutolita...-chiede Martina

E io, con voce malferma:

-No solo un forte mal di testa, nulla, poi passa-

E intanto, mentre tu ti ricomponi dietro di me, stringo le gambe perché neppure una goccia del tuo seme  prezioso vada perduto, Daniel, questa è la Villa dei Misteri, qui  ogni cosa può accadere e io ti desidero troppo per rinunciare a te del tutto.

Ho chiesto un dono ai miei dei, se sono fortunata me lo concederanno.

 

Poi ti affacci anche tu alla balaustra, saluti la donna e:

-Andiamo via, c’è uno strano vento qui, tutta questa bellezza in rovina  mi fa pensare alla morte. Come è la storia della Marchesa uccisa nella Cappella? Dai, raccontamela di nuovo-

E mentre scendiamo lo scalone pericolante mormori:

-E’ stato come farti l’amore ai confini di un sogno Fede, come annegarti dentro-

Sorrido e ti prendo la mano. 

 

 

 

 

 

 

sabato, 31 ottobre 2009

*Bedroom**

Non esistono racconti immorali: esistono solo racconti scritti bene o scritti male e questo è tutto (Oscar Wilde)

Lui

Anche quando non lavori proprio non ti riesce di dormire a lungo, c'è sempre un nuovo progetto, qualche idea che magari ti è venuta in sogno a tirarti giù dal letto e farti entrare in azione, non prima di aver sbirciato fuori dalle persiane per vedere che tempo si prepara per il nuovo giorno.
Ti sto guardando, tra le palpebre socchiuse, nella luce che filtra dalle finestre con il grosso felino tuo inseparabile compagno in braccio intenta a scrutare il tempo.
Mi hai detto che anche tua nonna ha la stessa abitudine: probabilmente è una faccenda genetica, ma certo lei non scende dal letto per vedere come sarà la giornata con il tuo abbigliamento inesistente: sei nuda, a parte una vecchia t-schirt che ti copre a malapena il pube nudo e liscio(all'inizio non la capivo questa tua improvvisa mania di eliminare il nero boschetto che mi intrigava e molto, ma ora,  a lavoro ultimato, quando sto tra le tue cosce mi pare di gustarmi un panino al burro ancora caldo, profumato invece che di forno di donna, anzi di femmina)

Stai lì, diritta, le gambe interminabili unite, i capelli arruffati, le lunghe mani che stringono il gattone ronfante in mezzo ai tuoi seni rigogliosi, dalle punte rivolte all'insù.
Non saprai mai quanto sei bella in questo momento; intravvedo le tue labbra, morbide, calde, e ripenso a stanotte...
Con te perdo il conto del piacere, quando facciamo l'amore mi stai sopra, dietro, intorno, come se avessi mille mani, cento braccia come la dea Kalì, un miliardo di bocche.
E ora sono di nuovo eccitato, una potente erezione alza il lenzuolo, ti rivoglio, ma...facciamo un gioco, è diventata di moda questa frase con il libro erotico di quel giornalista francese, che però non ti ha mai conosciuto, altrimenti avrebbe scritto giochi al plurale, ne sono convinto, insomma dicevo, fammi giocare, faccio finta di dormire, vediamo che succede.

Lei

Bene, oggi sarà una bella giornata, si può cominciare ad andare al mare, sempre che tu ne abbia voglia; non so il perché ma da un po’ di tempo incontro quasi sempre uomini che odiano il sole estivo, giusto un tuffo e via, oppure sopportano quel minimo di sofferenza che serve per colorarsi appena decentemente.
C'è  stato un periodo della mia vita in cui, se un uomo aveva più di vent'anni, era da scartare: allora sì, che si passavano giorni interi ad arrostirsi, però, poi a letto... beh, l'esperienza dei quasi quarant'anni conterà pure qualche cosa.
E tu a letto sei quanto di meglio potessi trovare, diciamo che occupi il secondo posto nella mia classifica personale.
Ma dormi o cosa, accipicchia che tenda da campo vedo, Big, amore mio felino, dai, vai, prova a giocarci, macché, ti rimetti a dormire, l'articolo non ti interessa.
Ma a me sì, eccome, ora torno a letto e vedrai che ti sveglio, finto bell'addormentato.
Eccomi, tolgo la maglietta e mi abbarbico a te,  strusciandomi contro la tua coscia, una faccenda che ti fa impazzire e fa andare in orbita pure me, tanto che se insisto troppo c'è il rischio che sciupi un orgasmo in solitudine.
Mhhhh, dall'odore che sento sotto queste lenzuola siamo in overdose di sesso, chissà perché associo questo divino profumo a quello del sangue, dolciastro e ferroso, a volte un poco acre: è l'odore della vita, che pena per coloro che non lo sanno riconoscere o peggio ne sono disgustati, non sanno che si perdono.
Non ti muovi, non parli, solo la tua rigidità dimostra che sei presente e voglioso ed io ti accontento, ti accarezzo il ventre con i capelli e ti prendo in bocca.
Che sensazione sublime, la tua carne calda, che sa ancora di sonno e di notte, vibrante sotto la mia lingua, mentre faccio scorrerer la mano su e giù lungo l'asta, lambendo a leccatine la minuscola bocca da cui esce la vita.
E mi piace anche accarezzarti i "gioielli" come li chiamiamo, sentire sul palmo della mano il loro peso, tanto che all'improvviso scendo con la bocca a leccarli e tu mugoli,mormorando:
-Amore , che piacere -
Ah, allora sei sveglio, fingevi, ora spero proprio che tu cominci a parlare, sai quanto mi piace sentirmi dire le oscenità proprie di certi momenti, le trovo deliziose.
Torno a prenderti in bocca, rallentando i movimenti, perché me ne accorgo, il tuo orgasmo è vicino.

Lui

Descrivere che cosa provo quando le tue labbra e la tua bocca mi succhiano con tanto impegno e bravura  è impossibile; c'è una differenza tra te e le altre donne: tu non ti limiti a leccare, succhiare, strofinare, è come se mi entrassi dentro con la lingua, proprio dentro, per aspirare il seme direttamente dai dotti spermatici, per far gonfiare il mio sesso con il tuo calore umido, rallenta, sono al livello di guardia, il piacere è quasi insopportabile... mi stai portando via l'anima.
Ecco, se solo per un attimo penso che domani potresti fare questo a un altro uomo, Otello al mio confronto diventa una figlia di Maria. Si, spostati, vienimi sopra, voglio mangiarti, succhiarti, divorarti.
Sei bollente, anche se ti sei lavata odori ancora di me, del mio seme di questa notte, della tua eccitazione.
Da come muovi i fianchi mi accorgo che sei prossima all'orgasmo, sempre così, sei più veloce di me, il piacere ti fulmina, lasciandoti per alcuni momenti come morta, inerte.
So che cosa vuoi che faccia ora, so quello che ti fa impazzire, ma con gusto sadico ti lascio lì in tensione, in attesa; sai perché amore mio? Perché è solo in questi momenti che ti sento mia, mio è il potere di darti piacere come nessun altro, so che ora saresti capace di implorarmi e di promettere qualunque cosa, salvo poi, uscendo dal coma amoroso, dire che non ti ricordi più e che certe promesse non valgono.
Ma tu sei generosa, non smetti di lavorami, ora il gioco è serio, perché sai quanto mi piace godere perso nel tuo piacere.
Così cedo e ti stringo i fianchi con forza mentre infilo la lingua dentro di te, assaporando avidamente la tua grotta, che sa di mare e di me, finché ti sento vibrare come mille corde di una gigantesca arpa e con perfetto tempismo é il mio seme a spegnere il grido nella tua gola.
Ora tocca a me  ritrovarmi sbalzato fuori da questa stanza, mentre tutto si oscura, il senso di vuoto che provo è la pace dopo un piacere acuto quasi quanto un dolore.
Chi ha detto che gli orgasmi di un uomo sono tutti uguali: non è vero, dipende dalla donna con cui stai, è lei che condiziona il tuo piacere, e tu, Fede, hai un entusiasmo tale per il sesso che spesso mi chiedo come fa il tuo amico del cuore, gay, a restare tale.

Lei

Ora devo riposarmi un po’, tra stanotte e adesso altro che overdose di sesso.
Amore mio, noi a letto facciamo scintille, è vero, ma come diceva Ava Gardner parlando del perché era finito il suo matrimonio con Frank Sinatra:
- Tra le lenzuola era tutto perfetto, i guai cominciavano sul bidé -
Certo, è una frase che poco si addice ad una signora, ma calza a pennello anche a noi , ne sono convinta, non puoi non darmi ragione.
Ma ora non ci voglio pensare, mi sdraio accanto a te e provo ad asciugarti il sudore con il lenzuolo, sento il tuo cuore battere così forte che pare voglia uscire dalla gabbia toracica, io la capisco questa furia amorosa  che a volte ti prende quando non la smetteresti mai di fare all'amore, come se accanendoti sul mio corpo riuscissi ad entrare veramente in me, a capirmi completamente; è inutile, c'è e sempre ci sarà una mia stanza chiusa della quale nessuno ha le chiavi.

Lui

E' meraviglioso stare con una donna come sto con te, anche se a volte penso che sia una fortuna il non abitare assieme, altrimenti ti zomperei addosso di continuo, eppure non mi sono mai considerato un assatanato.
Vedi, ora tu mi stai asciugando il sudore e accarezzando i capelli con fare materno, comportamento decisamente anomalo per te, ma se io prendo uno dei tuoi capezzoli in bocca e lo succhio, come fosse una caramella alla fragola sento sotto di me il tuo ventre fremere di nuovo, come percorso da una leggera corrente elettrica.
Basta veramente poco per eccitarti e di conseguenza eccitarmi, dici che ti succede solo con me, ho i miei dubbi, gli ormoni e i corpuscoli tattili della tua epidermide non sanno decifrare il codice genetico.Ma che importa, ora siamo insieme, e la giornata è lunga e tutta per noi; non ti verrà mica in mente di andare al mare, vero?

 

 

 

 

venerdì, 23 ottobre 2009

*Francesca**

 

Francesca è una giovane donna incolore, né bella né brutta; in alcuni giorni, quando i capelli biondissimi, quasi bianchi, risplendono sotto il sole come argento, illuminandola tutta, allora la si nota, quasi fosse un bel dipinto nascosto sotto una crosta. Ma con le nuvole ritorna al solito anonimato.
Lavora da sei anni in una banca vicina all'appartamento che occupa da sola, dopo la morte dei genitori, avvenuta all'improvviso in un incidente d'auto.
Da cinque è fidanzata con Luca, un collega del tutto simile a lei: uomo privo di ambizioni, vive ancora con i genitori, si accontenta della sua vita tranquilla , delle gite domenicali al lago e del sesso tiepido e senza fantasia da consumare con Francesca in fretta e in silenzio, quasi un obbligo, il sabato sera.
Sono già una vecchia coppia di coniugi, anche se non se ne rendono conto.

Francesca sa che da qualche parte c'è un mondo colorato, diverso dal suo, ma la paura di affrontarlo, anche solo con un cambiamento di immagine adottando trucco, pettinatura, abbigliamento diversi, è più forte della curiosità.
Eppure sempre più spesso l'assalgono strane inquietudini, desideri confusi e inconfessabili, di cui, nel profondo della sua anima bigotta, si vergogna.
Un sabato pomeriggio, dopo aver rigovernato la casa, decide di riposarsi, in attesa che arrivi Luca per cena, leggendo l'ultimo libro acquistato: L'Arte della Gioia  di Goliarda Sapienza; quel titolo l'ha attirata, nella libreria che frequenta abitualmente, forse per quella  gioia  stampato a caratteri grandi o per il nome insolito dell'autrice.
Ha appena iniziato la lettura, seduta sulla poltrona preferita con il gatto in grembo, quando il telefono squilla; allunga una mano, alza la cornetta, ma dall'altra parte non c'è nessuno; o meglio, sente solo un debole crepitio di disturbi simile al suono che si ode quando si accosta l'orecchio a una conchiglia e s'immagina di ascoltare il mare.
-Pronto!- ripete più volte, attende qualche secondo, poi riaggancia.
Fa in tempo a leggere un paragrafo, quando un'altro squillo la fa sobbalzare:
-Pronto, prontoooo!!!-
La sua voce ha un tono rassegnato, di chi si aspetta l'ennesimo spiacevole scherzo della sorte. Ripete il pronto  ad alta voce e attende a lungo, quasi a superare qualsiasi difetto della linea e offrire una possibilità a eventuali chilometri di cavi che la collegano con chi sta dall'altra parte dell'apparecchio.
Alla fine rinuncia.
Dopo altre tre telefonate mute, comincia a preoccuparsi.

L'idea che qualcuno, chissà dove, resti in silenzio di proposito, conferisce un'aria sinistra al brusio che le pare di sentire.
Attende, fino al segnale di libero; posa il ricevitore, convinta che il telefono squillerà di nuovo.
Cosa che avviene puntualmente.
La situazione è irreale, ridicola: due persone ai capi di una linea telefonica, entrambe zitte...come due ciechi che si voltano all'improvviso per guardarsi intenzionalmente negli occhi.
Dopo un po', Francesca non riesce più a trattenersi e :
-Chi è lei? ma che vuole da me?-
Le pare di udire una risata, in sordina.Allora:
- Stacco il telefono, quindi non si disturbi più a chiamar questo numero-
La minaccia dell'esilio che separa l'innamorato dall'oggetto del suo desiderio funziona.
La voce è un bisbiglio persuasivo e mellifluo:
-Francesca, Francesca, sai chi sono? No, naturalmente, ma io ti conosco, sapessi quante cose so di te, per esempio...-
-Chi parla?-
-...Dove abiti, come sei fatta, che cosa indossi. Mi piace...-
-Che cosa vuole da me? - la voce della donna è un miscuglio di paura e curiosità.
-...Quel tuo vestito giallo, senza maniche, che indossi spesso, è uno dei tuoi preferiti? T'ho vista alla finestra, Francesca, un paio di giorni fa, guardavi fuori e il sole nei capelli ti incoronava come una regina.
Ho quasi creduto che stessi per sporgerti, per parlarmi: tutto era così immobile, poi ti sei chinata in avanti, sul davanzale, ricordi? le braccia tese, la testa sollevata, guardavi in alto, come un nuotatore che si gira sott'acqua e punta alla superficie; ti ho osservata a lungo-
-Ma chi è lei, che cosa cerca, la smetta...-
E' affascinata dalla voce, bloccata dalle parole, quasi stia ascoltando una favola, come un bambino che, curioso, voglia sapere la fine ma anche sentire tutto il racconto.
Il bisbiglio soffocato, monotono, è perfettamente intonato alla narrazione; il garbo e il ritmo uniforme promettono malignità.
-...Incorniciata nella luce della finestra.
Hai addosso il vestito giallo, ora? Se venissi a casa tua, se suonassi il campanello, saresti lì, con quel vestito?
Non è strano? tu non mi conosci affatto e io invece così bene. Ti penso Francesca, ti penso spesso, ti sogno e in uno di questi sogni tu eri ammalata e venivi da me, il dottore; è bastato un mio tocco lì, tra le gambe, dove ti faceva male e sei guarita-
La donna di scatto posa la cornetta, quasi scottasse.
Si sente vuota, scavata e stanca.

Avverte un dolore sordo al polso e all'avambraccio, le dita che hanno stretto il telefono sono intorpidite.
Non riesce a muoversi, soffocata dalla tensione che satura la stanza, mentre il bisbiglio continua a echeggiare intorno a lei.
Quando il telefono squilla di nuovo la mano si muove da sola:
-Ti penso Francesca, così spesso da non poterne più-
-Ma insomma, che cosa vuole da me ?-
E allora, alla sua richiesta che è un'implorazione, il bisbiglio risponde.
Le dice che cosa vuole, che cosa intende farle e quanto sia ansioso di toccarla.
Le parla del suo viso e del suo corpo, di ciò che sarebbe avvenuto quando si fossero incontrati, delle sensazioni che le avrebbe fatto provare, minuto per minuto; la intontisce di immagini che alla sua mente appaiono lussuriose e perverse e lei ascolta, rapita, bambina persa nella favola, mentre la voce continua la sua cantilena sommessa, pronunciando di tanto in tanto il suo nome:
-Francesca, Francesca, Francesca- come una preghiera.
Solo quando suona il campanello la donna si riscuote.
Con mossa fulminea stacca il telefono e preme il pulsante di apertura del portone.
I gesti sono meccanici, la sua mente ancora in balia dello sconosciuto.
Solo allora si accorge di avere addosso il vestito giallo.

Quando Luca si presenta sulla soglia con il solito sorriso educato, lo trascina subito in camera da letto, avvinghiandosi al suo corpo, soffocandolo con un bacio.
E mentre lui, ammutolito, si chiede che cosa stia succedendo:
-Spogliati- gli ordina, con voce bassa, rabbiosa, mentre lei fa altrettanto, sciogliendo i capelli che porta abitualmente raccolti.
Il vestito giallo finisce in un angolo della stanza, un groviglio di stoffa leggera.
Rotolano sul letto e quando l'uomo entra in lei, ancora confuso ma eccitato come non è mai stato, la donna grida e inarca i fianchi perché la penetri fin dentro il ventre che non è mai stato così affamato.
Con le gambe gli attanaglia la schiena e lo stringe a sè, graffiandolo, in un miscuglio di passione e paura, quasi posseduta dal demonio.
E Luca fosse il suo esorcista.

 

 

postato da: m0rgause alle ore 15:39 | link | commenti (24)
categorie: narrativa, deros e di vita, kaos di vita
giovedì, 15 ottobre 2009

*E’ una sera di muri scrostati **

È una sera di  muri scrostati

e di pavimento freddo

è una sera di sesso indecente

di desiderio animale

mentre il letto di là

è un’alba senza mattino

per la mia impazienza

che non ti  lascia tregua

è una sera che scivola dentro la notte

come  una pantera al laccio

è una sera che non si muove un alito

il sudore ristagna sopra i nostri corpi 

è una sera pazzia , per me peccatrice

che mai si è pentita

di esserti complice tra lenzuola di spine.

Ti uncino i fianchi e ti imparo a memoria

mi nutro  di te, del tuo sangue

nel rito sacrilego a un dio  solo nostro

mentre appendo anelle  alle orecchie

e  cavigliere alle gambe

affinché tintinnino quando cammino.

 

postato da: m0rgause alle ore 12:04 | link | commenti (29)
categorie: poesia, ossessioni, eros e kaos, darkeros
venerdì, 09 ottobre 2009

*9/10/1967 - 9/10/2009 sono passati 42 anni eppure...**

9/10/1967 - 9/10/2009 sono passati 42 anni  da quando fu assassinato eppure Lui è più vivo che mai perché conta solo chi rema contro, chi cavalca il Sogno.

Omaggio a Ernesto Che Guevara, il “mio” Comandante: presentazione di immagini con sottofondo musicale "Canzone per il Che" di Francesco Guccini.

 


 


 

 

 
postato da: m0rgause alle ore 08:49 | link | commenti (27)
categorie: video, dedica, francesco guccini, comandante che guevara
giovedì, 08 ottobre 2009

*Il tempo dei lupi (1): Cesare e Lucrezia, un letto di tenebra**

Non esistono racconti immorali: esistono solo racconti scritti bene o scritti male e questo è tutto (Oscar Wilde)

 

 

 



 

 

Mi giro e rigiro tra lenzuola spiegazzate, nel caldo  torrido e umido, insolito, di questo inizio giugno, incapace di prendere sonno, perseguitato da quella che ormai è diventata un’ossessione.
Sento in lontanaza il cupo rumore del tuono, magari piovesse.

Ai piedi del mio letto, rannicchiato per terra come un cane, russa Michelotto, il mio servo più fedele.
Nella stanza accanto dormi tu, mia sorella, Lucrezia, Lucia, così bionda e bianca, tanto diversa da me, nero di capelli e scuro di pelle.
Ma così simile nel sangue spesso e incontrollabile di voglie  che ci scorre nelle  vene, un sangue rosso profondo come rosso profondo è il colore del Toro, nostro stemma.

Siamo figli di un PapaRe, carne e anima  intrecciati insieme, siamo Borgia: tutto ci è permesso e, dentro di noi, vietato.

Io cardinale...solo la mente di Alessandro VI padre nostro poteva impormi una carica così proficua  al potere temporale della Chiesa e per me così grottesca.

Perché Cesare non ha altri dei da servire all’infuori di  se stesso.

Sono un  Principe della Chiesa che segue le orme paterne; infatti da un anno a questa parte, oltre a donne di rapina, avventure di poco conto, accolgo nel letto mia cognata, la bella Sancha D’Aragona che ha avuto la “fortuna” di sposare quell’inetto bamboccio del mio fratellino José.

E’ la sgualdrina più in gamba che abbia mai conosciuto; e sì che nei miei  ventidue anni di vita ne ho apprezzate parecchie, cominciando da quella Giulia Farnese che ancora scalda il letto al santo padre mio...

 

Io ti amo Lucrezia, Lucia,  come ti chiamavo da bambina.

E ho sofferto le pene di quell’inferno che è il mio regno quando hai sposato lo Sforza, ancora una bambina e ora..dovremo darti in moglie ad Alfonso di Bisceglie.

Politica, Napoli è la nostra spina nel fianco, ma la gelosia mi tormenterà ancora più violenta , perché Alfonso è giovane e bello, non  un mezzo uomo come lo Sforza.

Lo sai che quando mi sfinisco sul  ventre di Sancha con feroce accanimento non posso  smettere un attimo di pensare a te?

E quella  gran puttana se n’è accorta, ieri mi ha detto:

“Ma voi Borgia che vi sposate a fare? tanto fate tutto tra di voi...”

 

Non è mai capitato che dormissimo così vicini Lucrezia: ma stanotte io,te e Juan  siamo all’Esquilino, ospiti in casa di nostra madre, che non è il palazzo di S.Maria in Portico e ci siamo dovuti adattare.

 

Sono sicuro che anche tu pensi a me in questo momento, innervosita dal caldo e dalla paura, perché ti faccio paura, vero Lucia?

Hai capito, oggi, mentre parlavamo  a tavola con nostra madre che ho già deciso la sorte di Juan duca di Gandia, uno sciocco presuntuoso incapace, non di certo un Capitano Generale degli eserciti della Chiesa, come vorrebbe il padre nostro, Santa Beatitudine.

E il fatto che ci sia fratello  è irrilevante, lui non farà mai grande la casata dei Borgia.

Preferisce le perle alle spade.

Mi hai guardato terrorizzata, Lucrezia, ma poi il freddo della paura  nei tuoi occhi azzurri si è sciolto  divorato da una fiamma improvvisa che mi ha fatto avvampare.


 
Allora ti sei alzata, e accarezzandomi una guancia, con una scusa mi hai trascinato  a passeggiar sotto il pergolato, lontano dai loro sguardi, stringendoti a me.

All’improvviso, guardandomi fisso negli occhi, il seno che mi sfiorava il petto, hai chiesto:

“Non farlo Cesare ti prego; io voglio bene anche a lui, come  a te”

Vedendo la mia espressione- per tutti gli inferi come l’ho odiato in quel momento

quell’inetto- hai continuato:

“Non come a te , non come a te...Dimmi, mi trovi bella, Cesare? Bella come Sancha?” e nel pormi questa domanda, hai reclinato  un poco il capo, con una mossa da civetta consumata, allontanando con la mano dal viso i lunghi capelli del colore dell'albicocca dorata.
Allora non ho resistito e ti ho affondato il viso nel seno, ma tu mi hai allontanato, pregandomi, con mani di febbre.

E sei fuggita, mormorando:

“No, Cesare, no, non possiamo”

 
La notte trascorre, inutilmente mi rigiro nel letto, tentando di scacciare la visione di te, che nella stanza accanto,  giaci sicuramente seminuda, visto il  il caldo malsano ed estenuante che ci perseguita anche nelle ore notturne.
Basta, mi alzo, devo vederti, il mestiere delle armi  non mi aiuta in questa guerra.

So essere silenzioso come un gatto, eppure Michelotto è pronto a colpire con il pugnale alzato.

“Sss, esco a prender aria, no, stai qui, non seguirmi”

E il cane fedele si rimette a dormire.


Sono in camera tua, mi avvicino all’enorme letto che hai lasciato libero da tende, per non sentirti soffocata oltreché dal caldo anche dalla stoffa.

Due lucerne illuminano vagamente la stanza, creando giochi di fantasmi sui muri e sui mobili.

 

Sembri ancora più piccola sprofondata tra grandi cuscini a stento coperta da una leggerissima veste candida che ti copre dal collo alle caviglie, come un sudario.

Tieni le braccia spalancate, le cosce leggermente aperte.

“Lucrezia”mormoro”Lucia”

Ma tu non rispondi, dormi o fingi di dormire.

Sollevar quel velo è un attimo e farlo salir in alto, fino a scoprirti i seni è entrar in un giardino di delizie.

Allora mi accorgo dello specchio dall’altra parte del letto; vedo riflessa una figura d’uomo torva, scura: eppure c’è amore in me, ma di una specie particolare che non illumina lo sguardo e non fa dolci i lineamenti.

Ho nel petto pugnali  acuminati invece che dolcezze mielose.

 

Poi il tuo sesso biondodorato leggermente dischiuso mi attira, come un frutto appetitoso da divorare.

I capelli paiono lunghissimi  serpenti  gialli di sole, arrivano con alcune ciocche ad ombreggiarti il ventre, mentre la tua carne delicata di bionda così bianca e cremosa mi fa rabbrividire di desiderio.
Sono eccitato e  teso allo spasimo.

Tu fingi di dormire,lo so, me ne accorgo dal respiro affrettato, dai capezzoli tesi dal desiderio, ritti come lance in battaglia.
 Le labbra sono dischiuse, lucide, pare aspettino la mia lingua a confondersi con la tua.
 Sono ancora in tempo a fermarmi, una riga rossa mi passa davanti agli occhi: so che superata quella c'è solo il punto di non ritorno per noi, Lucrezia.

Se solo tu dicessi una parola...

Ma in fondo tutta la nostra vita è fatalità: sarà così come doveva essere.
 
Mi siedo sul letto e mi chino su di te, sul tuo ventre adolescente e su quel sesso che mi preparo a onorare come fosse un sacramento; delicatamente separo le due rosee labbra, che si aprono docilmente alle mie dita, come per facilitarne l'entrata.

Ora posso saziare il mio sguardo con  quei rosei petali caldi di eccitazione messi a guardia della porta del piacere, con la delicata fessura che immagino già umida...

Guardo il tuo viso: si è arrossato, le labbra dischiuse, la lingua a bagnarle, mentre le ciglia fremono...
“Cesare”mormori”Cesare...”

"Sì Lucrezia, va tutto bene, è giusto così, noi ci apparteniamo, anima e corpo, Lucia, io e te soli contro tutti, ti ricordi quando eravamo bambini? "

Ma tu continui a mormorare il mio nome e frasi spezzate senza senso.


Mi prende una voglia insensata  di assaggiarti, di cibarmi di te; allora, incapace di resistere, mi chino e con la lingua prendo a sfiorare anche le piccole labbra, così tenere, frugandoti in tutti gli angoli, gli anfratti del tuo cuore di femmina.

Tu prendi a muovere  i fianchi, come ad aiutarmi,  mentre le tue mani mi cercano e le cosce si aprono ancor più.

“Prendimi, Cesare, vieni,  tu che sei un vero uomo...”

Ti salgo sopra mentre mi mormori ansante all’orecchio:

“E’ come se tu fossi stato il primo, Cesare,  mio unico amore,  fammi godere, fammi quello che fai alle tue donne, dammi...”
E così dicendo ti apri tutta sotto di me , sforzandoti di inghiottirmi per intero.

E gridi, di piacere e dolore: con un morso ti ho fatto sanguinare il collo.

Spingo e affondo sempre di più a ogni colpo, per raggiungere la tua più intima profondità di donna, dove mi pare che innumerevoli piccole labbra succhino la punta del mio sesso.
Vengo con una intensità dolorosa, riempiendo del mio seme il corpo che ho violato contro ogni legge divina e umana e che ora è mio, nessuno riuscirà più a portarti via da me.
Le labbra, incollate alle tue, ti divorano l'anima.
Ora non parli, resti lì, immobile, gli occhi spalancati, fissi nei miei.
“Ti ho fatto male?” chiedo con voce tremante , stringendoti forte tra le braccia.
“ Si, ma vorrei che tu stessi dentro di me per sempre “
Poi ti chini sul mio sesso, sporco di seme: inizi a leccarlo, poi a succhiarlo, con una abilità che non mi meraviglia- sei una Borgia anche tu-mentre con la lingua mi porti in paradiso.
Un tuono improvviso fa tremare i vetri delle finestre, seguito da un altro e un altro ancora.


 Improvvisamente la porta della stanza si spalanca e  Juan , lo stupido Duca di Gandia, il mio inetto fratello,  irrompe nella stanza:

“Che succede Lucrezia, parlavi, gemevi, rumori di letto; mica l'avrai fatto uscire dalla finestra, il tuo amante vero?”

 

La sciocca risata gli muore in gola: rimane lì, come folgorato.

Tu sei tra le mie braccia, il viso sul mio petto, la mano ad accarezzarmi il sesso.

"Vattene Juan, vattene...“

Mormori con voce stanca, senza spostarti.

E quando la porta si rinchiude lentamente, mi baci con furia, attirandomi di nuovo sopra di te: lo so che cosa stai pensando.

Ora il Duca di Gandia deve davvero morire.

Siamo Borgia, non temiamo nulla, né Dio né gli uomini.

 

N.d.A: Il 16  Giugno dello stesso anno il duca di Gandia fu trovato morto nel Tevere ucciso a pugnalate.

Tutti gli storici sono ormai concordi nell’attribuire  l’omicidio a Cesare Borgia

che  riteneva il fratello  un inetto nel mestiere delle armi.

Fu così che il primogenito di Alessandro VI divenne il Valentino e il Principe

di Nicolò Machiavelli fiorentino.