

Alle uova da sempre sono state attribuite proprietà erotiche , del resto è facile
cogliere la relazione tra uovo e fertilità.
Sia di struzzo che di piccione l'uovo, fin dalla notte dei tempi, è apparso come piatto di sostegno alle prestazioni virili e di conseguenza diventa l'ingrediente indispensabile della cucina erotica.
Nel " Giardino profumato" un nero di nome Mimum riesce a dilettarsi nei giochi
d'amore per 60 giorni senza stancarsi, alimentandosi semplicemente di pane
e uova.
Questa ricettina la propongo nella dose singola , da intendersi perciò adatta
a un uomo che ha bisogno di tirarsi sù, in tutti i sensi...
Ecco gli ingredienti, attenzione all'agrodolce, indispensabile per un'ottima riuscita
del piatto:
1 noce di burro
1 fetta di prosciutto crudo dolce , tagliata spessa
1 cucchiaio di zucchero caramellato
1 cucchiaio di aceto
3 uova (minimo per una persona) pepe q.b.
Friggere a fuoco vivo nel burro la fetta di prosciutto, aggiungere subito il cucchiaio
di zucchero caramellato insieme a quello di aceto e sistemare il tutto in una pirofila.
Rompere le uova sugli ingredienti e pepare in abbondanza.
Tenere in forno fino alla cottura perfetta delle uova e servire calde.

In questo piatto l'aroma della noce moscata é indispensabile.
Anche Mantegazza nel suo " Igiene dell'amore" riconosce a questo spezia
indubbie qualità afrodisiache.
Ma non tutte le noci moscate sono uguali: si conoscono infatti almeno ottanta varietà dell'albero da cui provengono e gli esperti consigliano di adoperare la noce moscata femmina, più piccola e più profumata.
Ritengo inoltre che tale piatto, dal ripieno composto di carni nobili e meno nobili , necessiti di una buona dose di adulterio.
Conviene che almeno uno dei due amanti sia legalmente sposato (magari malsposato ) e che la cena si svolga nell'appartamento del patner, per assumere un eccitante sapore di rischio e attribuire al "Pane farcito carnale" le sembianze di uno di quei nutrimenti
nascosti di cui parlano le poesie e le canzoni destinate a chiosare gli amori proibiti.
Si consiglia come vino un Refosco dal peduncolo Rosso, che ha tutta la
morbidezza, la forza e la sensualità di un amplesso imminente.
Ecco gli ingredienti che si intendono per 4 persone:
1 Kg di carne di maiale trita non troppo grassa.
500 gr. di carne di vitello
1 cipolla da affettare finemente
300 gr. di pastafrolla
8 uova bollite tagliate per la lunghezza
1 uovo sbattuto
sale, pepe, burro, prezzemolo tritato, qualche foglia di alloro, abbondante noce moscata
Mescolare in una terrina le carni con il prezzemolo, la cipolla ,il sale e il pepe.
Prendere un terzo della pasta frolla e darle una forma ovale, disponendola al centro di una pirofila o teglia da forno.
Mettere nel mezzo della pasta metà del ripieno e al di sopra disporre le uova tagliate e allineate, dopo averle spolverate di sale, noce moscata e guarnite con fiocchetti di burro.
Disporre il resto della farcitura al di sopra delle uova e aggiungere le foglie di alloro.
Coprire il tutto con l'altro terzo della pasta, adattandola alla forma ovale della base e del ripieno.
Con la terza parte della pasta si compongono decorazioni a creazione personale sul pasticcio.
Infine spennellare la superficie visibile con l'uovo sbattuto.
Far cuocere in forno preriscaldato a 170° per due ore.
Molte delle mie ricette “ afrodisiache” sono ispirate al libro di Manuel Vàsquez Montalbàn “Ricette immorali”.
Devo dire che le ho sperimentate personalmente con grande soddisfazione, non solo mia:-)

Un pomeriggio, in casa di amici, conobbe Dorotea, la bella donna di cui tutti parlavano, dai capelli lunghi e neri come la pece e gli occhi verdi dal taglio obliquo.
E subito scoprì, con raccapriccio misto a eccitazione, di aver incontrato il suo assassino, quello che prima o poi tutti ci troviamo di fronte.
Iniziò a desiderarla subito, con un’ansia spasmodica che gli avvelenava i sensi e la vita, impedendogli di respirare, se solo pensava a lei.
Tentò in tutti i modi di conquistarla, la inondò di fiori, gioielli, e quant’altro potesse desiderare una donna: nulla servì a fargli raggiungere lo scopo.
Era la prima volta che una femmina gli resisteva con tanta ostinazione.
Alta e maestosa, avvolta in lunghe vesti di stoffe preziose, si rifiutava anche di riceverlo, lasciandolo fuori, nella strada, come un mendicante, ad aspettare un gesto di invito che ne era sicuro, non sarebbe mai arrivato.
Le sue erezioni, al solo pensiero dei riccioli bruni che dovevano ricoprirle il pube come un triangolo di setosa pelliccia, diventavano sempre più frequenti.
E il finirsi da solo era umiliante, ma in nessun sesso femminile che non fosse il suo avrebbe potuto riversare il seme.
Più lei insisteva a rifiutarlo, più lui si accaniva a desiderarla.
Ridendo calpestava la sua dignità, riduceva in briciole il suo orgoglio di maschio; intuiva che se non fosse riuscito ad averla la sua virilità sarebbe finita in cenere.
Così, ridotto alla disperazione, andò da Maryan la strega, una maga potente che operava infallibili incantesimi.
Maryan viveva nella palude, dentro una palafitta, ricoperta di vesti stracciate, aveva strani occhi viola da pazza, simboli incomprensibili disegnati sul corpo con l’henné e intorno alle braccia teneva attorcigliati due serpenti di fiume.
Le chiese di operare una magia, la più potente che conoscesse, per far sì che la bella orgogliosa cedesse finalmente alle sue voglie.
-Ricordati- mormorò la strega - a volte gli Dei ci puniscono concedendoci quello che desideriamo di più al mondo-
-Io voglio lei, Dorotea, e sono disposto a tutto, pur di averla-
-Allora, se il tuo desiderio è veramente così forte, ti darò la giarrettiera bianca; piacerà molto alla tua Dea, con questo fiocco di seta candido come la neve, come la sua pelle.
Detto questo, lo congedò e l’uomo non si accorse che i serpenti, accarezzando con la lingua fredda e sottile le labbra della Maga, ridevano alle sue spalle.
Continua nel mio sito a questo indirizzo:
http://enrica21.interfree.it/giarrettiera.html

Cleopatra (1887) di Alexandre Cabanel
Cleopatra, eros e potere
Cleopatra VII Tea Filopatore (69 a.C.- 30 a.C.) fu l'ultima regina dell’Antico Egitto.
Aveva 18 anni quando il padre Tolomeo Aulete XII morì, lasciando il trono a lei e al fratello Tolomeo XIII.
La giovanissima Regina entrò prepotentemente nella storia per l’ambizione e il fascino che la caratterizzarono: fu una donna carismatica, ricordata da molti con parole di ammirazione per la sua audacia, la grande cultura e la fervida intelligenza, e da altri in modi più spregevoli come donna immorale e perfida.
Plutarco scrive: Aveva una voce dolcissima simile a uno strumento musicale con molteplici corde in qualunque idioma volesse esprimersi; era piccola di statura, esile e spregiudicata.
E Dione Cassio: era splendida da vedere e da udire, capace di conquistare i cuori più restii all’amore, persino quelli che l’età aveva raffreddato.
Cicerone narra invece che il giudizio dei Romani- e ovviamente il suo- non era affatto benevolo e Dante la descrive così nell’infernale girone dei lussuriosi: rapace, crudele e lasciva.
Una vera “damnatio memoriae” la stessa che le riserverà Ottaviano Augusto.
Cleopatra in verità fu una grandissima Regina: si servì dell’eros da intendersi come fascino naturale, intelligenza, astuzia e bellezza per arrivare a trasferire la capitale del potere romano ad Alessandria.
In poche parole pensò di realizzare il sogno di un Grande Egitto attraverso il letto di un uomo.
Nulla di nuovo sotto il sole, fin qui.
Allora come ora il letto si dimostrò arma potentissima.
Tra le sue lenzuola si confusero Giulio Cesare, stratega massimo e uomo politico di personalità schiacciante nonché potente come un semidio e Marco Antonio, rutilante eroe mosso da passioni molto umane -oggi avrebbe potuto essere benissimo un divo Hollywoodiano- in continua competizione con la figura di Cesare, spesso davvero ingombrante..
Quando Cleopatra pur di arrivare al divino Giulio ricorse al teatrale strattagemma del tappeto era mossa solo da calcolo politico: conosceva le debolezze di Cesare che in quanto a sesso non andava molto per il sottile ed era decisa a giocarsi la carta del fascino di cui era ben consapevole.
Non per niente aveva frequentato assiduamente la più famosa cortigiana di Alessandria, per prepararsi degnamente all’incontro.
Ma poi le cose cambiarono.
Perché il potere di un uomo è un potente afrodisiaco, soprattutto quando la femmina che vuole ad ogni costo impadronirsene è intelligente come Cleopatra.
In definitiva se il condottiero fu sicuramente ammagato da questa donna giovanissma, colta, e soprattutto figlia d'oriente, ultima discendente di una dinastia regnante ormai estenuata, che amava intridere il proprio corpo di profumi speziati a lui –un barbaro per la civiltà Egizia- sconosciuti prima di coinvolgerlo in misteriosi giochi erotici reinventati ogni notte, d’altra parte la regina fu affascinata completamente dall’immenso potere del suo amante romano.
E da come lo gestiva.
In definitiva io penso che fosse quest’ultimo a condurre il gioco, tanto abilmente da restar in perfetto equilibrio tra gli appetiti del corpo e la brama sempre crescente di gloria che lo pungolava.
Infatti Cesare portò a Roma la sua Regina Egizia più per mostrarla nel suo trionfo e far schiattar d'invidia i nemici che per vero amore alla donna.
E non pensò mai seriamente di far del loro figlio Cesarione il suo erede, ne sono convinta.
Naturalmente questo è solo il mio pensiero.
Quando Cesare fu assassinato lei sedusse Antonio- rimando ad altre fonti le circostanze storiche di tali accadimenti- per continuare ad alimentare il suo sogno di un Egitto più grande di Roma.
E il fascino della Regina vinse facilmente anche lui, che era sì parecchio più giovane di Cesare, ma non ne aveva l'intelligenza, le capacità militari e soprattutto la ferrea volontà di potere.
Antonio si perse davvero non solo nel letto di Cleopatra ma in Cleopatra stessa.
In definitiva..sono scettica su tutto questo amore che la regina avrebbe provato per Antonio....
Lui non era Cesare.
Altra faccenda fu per il Romano, che davvero perse la testa per lei.
Si narra che durante al battaglia navale di Azio contro Ottaviano- il terzo uomo importante nella vita di Cleopatra-dalla quale la coppia di amanti uscì pesantemente sconfitta- Antonio, invece di continuar a combattere e rincuorar i suoi uomini che si sentivano perduti, si desse all'inseguimento della nave della regina che fuggiva per mettersi in salvo.
Quando lui si suicidò, onde evitare di cadere in mano del vendicativo e gelido Ottaviano, Cleopatra decise di seguirlo nell'aldilà, usando l'aspide come arma, e questo tragico ultimo atto è noto a tutti.
Vorrei però ricordare che prima di darsi la morte la Grande Regina
tentò di sedurre anche Ottaviano, come Plutarco racconta con dovizia di particolari.
Ottaviano rispetto a Giulio Cesare e anche a Marco Antonio, pur con le sue sregolatezze, sinceramente m’è sempre parso, umana/mente parlando, mi si perdoni l’espressione, la classica mezza sega, l’uomo che agisce più nell’ombra che alla luce mentendo, istigando e tramando.
Eppure proprio con i suoi sottili giochi di potere- è un eufemismo- arrivò a essere il primo Imperatore Romano.
Solo che lei di anni ne aveva quasi quaranta - tanti per una donna di quei tempi- e Ottaviano trentadue.
Ora, anche se forse la voglia di passar là dove eran transitati sì illustri predecessori il futuro Augusto l’aveva, perché, nonostante le apparenze era un gran fimminaro, decise che proprio, ormai, non ne valeva la pena.
Ecco perché si uccise Cleopatra: finì vittima di sé stessa.
Non riuscendo ad ammagare anche Ottaviano capì che non le rimaneva altro che seguirlo a Roma non più, questa volta, come regina di Giulio Cesare, bensì come trofeo legata al carro del vincitore

Il tunnel del mio desiderio
ha le pareti
morbide e rosse
come la tua bocca,
tenere e umide
come
la tua lingua,
calde
come il tuo ventre
contro il mio,
profonde
come il tuo dolce
ombelico,
fragili
come il tuo sesso sopito
che si risveglia,
strette,
come le tue gambe
intrecciate alle mie
quando mi copri
con il tuo corpo
e affondi dentro di me
per seminarmi il ventre
di sogni
e insopportabili
speranze,
congiunte,
da un ponte sospeso,
alle pareti
del vecchio desiderio,
che un tempo finiva,
finiva sempre,
mentre ora ricomincia,
in eterno,
con te.

Nel 1949 una ventitreenne Marilyn, in ristrettezze finanziarie, posa nuda per il fotografo Tom Kelley : nasce così il progenitore dei calendari fotografici di donne e uomini più o meno famosi con un unico denominatore comune:l’assenza di abiti.
Ma pochi “ritratti”di oggi riescono a uguagliare la carica di innocente sensualità che Marilyn, attraverso Tom Kelley, ci offre.
Guardate come il trucco vistoso e l’acconciatura elaborata da “femme fatale” contrastino con il seno delicato e ancora “in boccio” della futura diva; come la posa pudibonda delle cosce a coprire il sesso in verità lo renda ancor più visibile alla nostra immaginazione, giù, in fondo a quel ventre liscio e teso nell’offerta.
E così uno /a si domanda: ma sarà bionda anche lì?
Cara Marilyn, che tenerezza mi fai in questa fotografia che ha fatto il giro del mondo: c’è più sensualità in uno dei tuoi seni che in cento calendari di femmine che tutti i giorni ci passano sotto gli occhi, spesso belle sì, ma con l’eros di un tubero- non si offendano i tuberi-.

Funambola d'amore
mi piace restare in equilibrio
sull'orlo del piacere
-e respingerlo-
affinandone sempre più
la lama brillante
di coltello.
Prima di accarezzarti
respiro
la tua pelle calda
giocando con il mio
alitare,
annusando l'odore segreto
di uomo,
prolungando l'attesa
nel primo lento movimento
della lingua.
Formo con le labbra i suoni:
-Ora, ora, ora-
per poi ripeterne piano
l'ossessiva litania.
E sul rosso mantra di base
-ti voglio subito-
lascio correre la fantasia
in mille erotiche
ispirazioni.
Perché l'essenza del piacere
è il restare
il più a lungo sospesi
su quest'orlo instabile affilato
come lama.

Nuvola rom: così hai cominciato a chiamarmi tu; nel web capitano queste cose, al nome vero spesso si preferisce un nick, che rispecchia un sogno, proprio o di chi ti legge.
Perché noi ci siamo prima scontrati- guerra- e poi incontrati-pace- su un sito di scrittura, dove io mi rifugio da una realtà spesso troppo ingombrante da vivere.
Mi sei piaciuto subito, non solo per quello che scrivi, sei un poetanarratore, un cantastorie di alta scuola, ma anche per l’anima di ragazzo mai cresciuto che intuivo nelle tue mail, oltre che negli scritti.
La tua fragilità- pudore e timidezza- mascherata da aggressività mi ha commosso fin dal primo momento.
Quando infine ho visto una tua fotografia...ho avuto da subito un solo desiderio: farti l’amore.
Sì, proprio farti l’amore, più avanti capirai.
Naturalmente anche io ti ho mandato una foto, forse sperando tu capissi che se ti mostravo tra luci e ombre il mio corpo seminudo era perché riuscissi a “veder” meglio dentro la carne un’anima che non teme il sole ma che spesso scivola ansimando nel buio.
Noi non ci siamo mai incontrati e, per il tuo bene, non ci incontreremo mai.
Intanto la mia assurda voglia di te non si placa; nel frattempo ho ascoltato anche la tua voce: una intima continua carezza.
Più guardo i tuoi occhi, i tuoi capelli, quel maglione morbido e colorato...più sento le tue braccia intono ai miei seni, le tue mani accarezzarmi il ventre; e in quei capelli lunghi vorrei infilar le dita, mentre ti bacio.
Così ho deciso: usando quei poteri che un dio ignoto mi ha donato stanotte verrò da te, ti regalerò un sogno, per farti l’amore. E quando ti sveglierai... ricorderai tutto, sbalordito e confuso per la tua onirica esperienza, e chissà..magari ne scriverai; son curiosa di scoprire se ne parlerai con me.
Non racconterò come riesco con la forza della mente a uscire dal mio corpo per arrivare fino a te e incontrarti in sogno.
E’ un mistero, una magia, che neppure io conosco fino in fondo.
So solo che, affinché il rito d’amore possa compiersi, il desiderio deve essere di quell’intensità propria dei miei giorni fertili, quando l’impulso animale della procreazione governa le mie lune.
Questa è la notte giusta, ci avviciniamo all’ora del lupo, il tempo delle grandi magie, notte e giorno pronti a combattere per contendersi il buio e la luce.
Indosso solo una vecchia camicia da uomo bianca; perché così tu mi vedrai e so che ti piacerà questo abbigliamento.
Libero la mente da ogni pensiero, davanti agli occhi chiusi la tua immagine, le labbra a invocare il tuo nome, come una litania, fino a che il dolore mi stringe le tempie in una morsa di ferro... e il tuo corpo mi pare tanto vicino da percepirne l’odore.
Precipito nel pozzo senza fondo del mio oscuro sonno.
Poi mi pare di star affogando in un fiume limaccioso e mentre annaspo in cerca d’aria ... mi ritrovo da te, che abiti a mille chilometri di distanza, nella tua camera, seduta in fondo a un letto che non è grande come il mio.
Sono solo un’ologramma; questo passaggio è necessario per verificare che tu sia veramente quello della foto: se così non fosse con enorme fatica dovrei tornare indietro.
Perché, vedi, con la menzogna il mio incantesimo non funziona: neppure se lì al tuo posto ci fosse, che so, Bogart di Casablanca.
Mi avvicino a te: dormi su un fianco, le braccia intorno al cuscino, i capelli lunghi ti coprono il viso; li scosto e vedo il profilo, le ciglia lunghe, da bambinouomo, la barba con qualche filo grigio ed esulto: sei tu, non mi hai mentito; indossi una
T-shirt vecchia, ti accarezzo leggera la spalla, le labbra e gli occhi.
Mi intrufolo sotto le coperte e quello che vedo mi piace: forse mi senti ridere, la risata di un folletto, perché sospiri e ti volti, chissà...
E’ l’ora di entrare nel tuo sogno: che visioni confuse, non ti trovo poi ...eccoti lì, stai sciando, neve, freddo, cielo coperto, il Cervino sullo sfondo...come sei bello, anche se non hai l’aria di divertirti molto e sembri arrabbiato.
Non mi va di incontrarti su una pista da sci, e con quell’aria corrucciata; la montagna va bene, ma cambiamo scena.
Ti ritrovi in una baita: fuori nevica, nella piccola stanza c’è un camino acceso, un gran letto, pochi mobili.
E’ notte fonda, stai leggendo, accovacciato sul tappeto vicino al fuoco.
Ora posso comparire, perché tu mi stai aspettando.
Continua nel mio sito a questo indirizzo:
http://enrica21.interfree.it/nuvolarom.html

Comincia così, con soprassalti sempre più frequenti, soprattutto di notte; al mio risveglio l’esaltazione sale, incontrollabile e scatenata.
Allora so che devo placare la mia fame affrontando i labirinti oscuri della mente e del corpo.
Tu che spesso mi dormi accanto, con il tuo viso pulito di giovane uomo che sogna con me casa e famiglia neppure ti accorgi di questi miei notturni incubi, quando mi risveglio con gli occhi aperti nella notte e il cuore che batte tra le costole chiedendo di uscire.
Jekyll e Hyde in me convivono da tempo.
Così, quando questa mia fame si fa insopportabile, quando il mio Oscuro chiede quello che non posso e non voglio negargli...Jekyll fa sua una notte, per saziarsi.
E niente lo può fermare, neppure la morte.
L’unico accorgiamento che uso per non esser riconosciuta, io, una professionista seria che
pur di arrivare alla meta che si è prefissa darebbe via l’anima- e forse davvero ho stipulato un contratto infernale senza saperlo- è una parrucca, corta e liscia , con una lunga frangia, castano dorata che copre i miei lunghi capelli neri e ricciuti.
Quando mi guardo allo specchio prima di uscire noto la solita trasformazione del corpo: gli occhi diventano statici, le iridi paion di marmo, verdastre, opache; le labbra si gonfiano e i denti sembrano ancor più grandi e bianchi; la mascella si allunga, dando al mio viso una forma appuntita, a cuore.
E il resto, carne di ibrida donna vestita sommariamente di una gonna corta di pelle nera e di un top identico, si snoda, sembra non aver più ossa, braccia e gambe paiono allungarsi e la camminata si fa lunga: divoro l’aria con i piedi che si muovono su alti tacchi dorati.
Tace la ragione, acuiti allo spasimo i sensi, sento batter il cuore d’un umano a metri di distanza.
I capezzoli son rigidi, e il ventre ha spasmi crudeli, mentre pregusto quel pasto che avrò, tra breve, quel piacere sublime che potrò raggiungere uccidendo Hyde per qualche ora.
La Voce che ormai conosco mi alita sul collo:
-Forza, andiamo , ho fame-
mentre un fallo rigido mi preme sulle natiche. Chiudo gli occhi e i miei fianchi iniziano a muoversi, per sentirlo meglio, ma improvvisamente mi accorgo di accarezzare il vuoto.
Nello specchio, dietro di me, non c’è nessuno.
Tra le cosce sono umida, a stento controllo il respiro.
Afferro il solito borsone di pelle da portare a tracolla e scendo direttamente dall’appartamento al garage; nessuno in giro, è già tardi, salgo in macchina: so dove dirigermi, alla città vecchia, per i vicoli che san di urina stantia e di acqua marcia di lago, di vomito e di pizze appena sfornate.
Lascio l’anonima utilitaria bianca e comincio a scendere per una delle sordide viuzze che mi trovo di fronte: subito due uomini mi apostrofano con pesanti complimenti, accompagnati da gesti osceni.
Li guardo: no, non saranno loro a sfamarmi.
Quando si avvicinano, bloccandomi la strada, li fisso negli occhi: allora mi “vedono” davvero e fanno un passo indietro.
Anche perché un coltello a serramanico dalla lama tagliente è comparso nella mia mano insieme alla voglia di uccidere.
-No, fermati, non è