

Io con passo angosciato cammino sul ponte
Dove è disteso il mio Capitano
Caduto morto, freddato.
WALT WHITMAN
Capitano, mio capitano
complice, carnefice, vittima,
Babilonia brucia, mentre noi strappiamo
il nostro numero binario al kaos
e lo ridefiniamo
come un viso stravolto ma felice,
un'eiaculazione frettolosa,
un amplesso lento e dolce,
un orgasmo violento,
un amore dagli occhi accecati
che noi
rendiamo eterno.
Noi, il tutto contrario di tutto,
noi non moriremo mai.
Capitano, mio capitano, c'è chi cerca l'Oscar,
chi il Nobel o il Pulitzer o il Golden Globe...
Io mi inchino al nostro Personal Award.
-Quanti anni hai ora?-
mi chiedesti
-Quasi diciotto -
ti risposi e ne avevo quindici.
Giù la lampo dei jeans,
mani tra le cosce,
mi si annegò il cuore dentro un letto.
Rotazione del drago, ruota di kama, passo della tigre.
Ora affondi il viso dentro i miei capelli
e io scrivo il mio nome in cielo,
dentro questa stanza con le finestre
a Sud.
Mio capitano, dagli occhi inesorabilmente fragili,
comprami un gelato:
cioccolato, nocciola, stracciatella
e panna montata,
tu che mi hai insegnato a sciare
su piste assolutamente nere
e regalato sandali con il tacco splendente
di Swarovsky
con cui penetrarti il ventre.
Mi hai messo a soqquadro l' anima e il corpo.
Non riesco a trovare più nulla
nella mia doppia casa.
Se cerco qualche cosa mi ritrovo
con la mano
dentro i tuoi pantaloni.
Voglio farti prigioniero, mio capitano, tu che mi sei per mille ore
nel pensiero.
Sono stanca di amare la tua assenza:
ma non posso smettere di adorare
il tuo riflesso
che è dentro di me, nei miei visceri,
nel rosso arco dell'aorta,
tra i polmoni
e il cuore.
-Le fibbie d'oro onde sostegno avevano
le vesti della donna, svelse, ed alte
le sollevò su le pupille, e in queste
le conficcò, perché, disse, mai piú
vedessero i mali ond'ei fu reo,
né quelli che patí, ma d'ora innanzi,
solo nel buio in quelli si affiggessero
che non dovean veder, né conoscessero
chi conoscer bramavano-**
** Sofocle: Edipo Re

Le calze sono di seta purissima, sottili come un velo, preziose, introvabili.
Scivolano sulla mano e l’avambraccio come una carezza , una promessa, una parola bisbigliata, un brivido caldo... la pelle si increspa, al contatto.
Le porto a sfiorare il viso, per imprimervi i contorni delle labbra, annusarne lo strano profumo e avvolgerle infine sul polso per lisciarle, godendo al serico contatto .
Poi, con attenzione, come se maneggiassi l’oggetto più fragile e prezioso del mondo, poggio il piede destro sul divano e ne infilo una: riflessi nero-dorati sul rossocupo delle unghie.
Risalgo lungo la caviglia, e il movimento lento delle dita è accompagnato dalla morbidezza della seta, sensazione fresca di una pelle sconosciuta contro la mia, simile alla carezze di mille mani dalle lunghe dita affusolate.
La calza arriva alla coscia: lì rimane, con il suo bordo spesso, finemente ricamato, tesa perfettamente sulla gamba.
Eppure non posso fare a meno di aggiustarla, e così facendo, continuo ad accarezzarmi dove la pelle è più sensibile insistendo nel piacere sottile che mi dà questa carezza.
Guardo e ammiro quella lunga gamba risplendente, modellata con perfezione dalla calza. Alzo il ginocchio, dove la seta risplende, e lo bacio, in uno slancio di amore sconfinato per me stessa.
E intanto si fa strada nella mente eccitata un pensiero, un’idea di un nuovo gioco amoroso, di una sorpresa per te, che stai per arrivare; dovremmo uscire, ma forse tarderemo, chissà...
Ora sono quasi pronta: sotto l’abito nero le preziose calze autoreggenti continuano in silenzio ad accarezzarmi, quasi a voler salire più sù, dove non c’è slip, perché solo la loro pelle di seta potrebbe, in un continuo irreale, ricoprire il pube ricciuto.
Tu arrivi e come sempre ti sistemi sul divano; io sono ancora in camera a prepararti la sorpresa che ti piacerà, vedrai.
Esco.
Come previsto ti sei seduto dove pensavo con un giornale in mano, impeccabile nel completo grigio che mi piace tanto.
Adoro scalfire la tua imperturbabilità anglosassone con la mia sensualità
mediterranea e capricciosa che si inventa ogni giorno nuovo giochi.
Ti vengo di fronte, mi guardi con aria interrogativa; sollevo piano piano il vestito, le gambe unite splendono nelle calze nuove, fino a scoprire il pube nudo.
Sei sorpreso e affascinato: dopo aver seguito il lento movimento della gonna in salita fino al al cespuglio scuro, spegni la sigaretta, mi guardi diritto negli occhi, e ti appoggi indietro sul divano in attesa.
Sei pronto a scoprire che ho in serbo oggi per te.
Allungo una gamba, la premo sul tuo grembo e :
-Toglimi la calza- mormoro- ma fa piano, lentamente, hai delle mani così belle...-
e intanto con le dita del piede ti massaggio l’inguine con dolcezza, salgo e scendo, in movimenti circolari e tu apri ancor più le gambe, quasi fossi una donna che aspetta di essere penetrata...
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La contessa Virginia di Castiglione(1837-1899) qui sopra ritratta in un quadro di scuola piemontese fu donna bellissima, sì, ma tutt’altro che “una statua di carne”, come la definì la principessa di Metternich.
Virginia oggi ci appare come uno dei pochissimi esempi di donna politica: seppe infatti usar del suo fascino indiscusso per riuscir nella più sottile della Arti: quella diplomatica.
Attrasse nella sua scia di femmina non solo bellissima e intelligente ma anche dotata di un alto potenziale erotico gli uomini più famosi del suo tempo: da Napoleone III a Vittorio Emanuele II, da Cavour a Bismark, da Thiers a Rothschild a Poniatowski, ai duchi d’Auleme e di Chartres.
Amante e amica di sovrani e principi la Castiglione seppe creare in vita la propria leggenda sempre presente come fu sia nelle alcove reali e in quelle di chi allora deteneva il potere economico sia in quelle feste sfarzose dove la gioia di vivere e di arricchire che caratterizzò il Secondo Impero pareva dovesse durare in eterno.
Innamorata di sé stessa considerava la propria bellezza un privilegio da conquistare, anche solo come godimento degli occhi.
-Vedermi mio malgrado è come derubarmi- disse, appena ventenne e già amante di Napoleone III...
Arrivò al punto di distruggere un dipinto, un suo ritratto, una tela stupenda di Paul Baudry per non avere una rivale che la superasse in bellezza, anche se quella rivale era lei medesima.
Qualcuno disse che quando Virginia appariva in un salotto splendeva improvviso il sole. Quando se ne andava calava la notte.
Ovviamente invidiata da tutte le dame di corte, e soprattutto dall’Imperatrice Eugenia , la Divina Castiglione, come fu chiamata, restò sempre fedele al suo motto:
-Le eguaglio per nascita. Le supero per bellezza. Le giudico per ingegno-

La stanza è rotonda, con il soffitto di legno a cupola quadrangolare.
Una minuscola finestra si apre nelle massicce mura di una delle torri del castello dove incorporea, sospesa nel sogno tra passato e presente, vivo attimi di realtà onirica che mi angosciano.
Lo chiamano il castello dell’Aquila, perché, simile al nido di questo rapace, sta massiccio e torvo a vegliare nella solitudine dell’appennino emiliano.
E’ la mia casa, lo so, o almeno quella di mio marito, il conte Adalberto Guidi.
Mi guardo intorno, nel vapore leggero e profumato che satura la piccola stanza, proveniente da un semicupio di rame splendente sui mattoni sconnessi e polversi del pavimento.
Dall’acqua calda e lattiginosa emanano effluvi di lavanda e verbena e un altro odore, penetrante, speziato, a me sconosciuto.
Tutto intorno, lungo le pareti, sono disposti splendidi arazzi di antica lavorazione normanna, a giudicare dalla tessitura e dalla tonalità dei verdi e dei rossi.
In sequenza raffigurano uomini armati che cacciano una coppia di lupi dal pelo scuro e lucido, con gli occhi di fuoco. Nell’ultima scena i guerrieri, trionfanti, alzano verso il cielo le teste mozze dei due animali.
Repulsione, dolore, paura di conoscere cose che sarebbe meglio restassero nel buio del passato: vorrei fuggire da questo incubo, ma non posso.
Sono condannata a riviverlo, lo so.
-Guardami, sono qui-
Una strana voce, metallica e bassa mi chiama.
Proviene da uno specchio enorme, disposto a interrompere la serie degli arazzi.
-Spogliati-
All’improvviso mi accorgo di avere un corpo, con vene e arterie in cui veloce scorre il sangue, un paio di gambe che docili ubbidiscono all’ordine, mentre l’angoscia dell’incubo svanisce per lasciar posto a una gioia animalesca, quella di essere reale e viva, che mi procura un’emozione così violenta da parermi quasi insostenibile.
Dentro di me ribolle un mare di lava.
Mi guardo allo specchio: il viso riflesso è il mio, solo un poco più allungato,
mia è la pelle olivastra, come pure gli occhi...che hanno però una luce strana; se sono lo specchio dell’anima, ora dentro di me c’è un nero che risplende, cupo.
Accarezzo la veste di damasco e seta che indosso come un drappeggio; sciolgo la cintura e resto nuda, la stoffa di un bianco accecante avvolta intorno alle caviglie sottili.
Nel chiarore rossastro delle lucerne il mio corpo -e la mia mente- sono quelli della marchesa Fosca Malaspina. E come Fosca, ricordo.
Venni data in sposa giovanissima al conte Adalberto Guidi, più vecchio di me di trent’anni, che notte dopo notte striscia sul mio corpo come bavosa lumaca.
Fortunatamente il figlio avuto dalla prima moglie, Manfredi, giovane e bello, ha rallegrato, fin da subito, la mia solitudine.
E poi altri, molti altri, garzoni, servi, soldati, capitani dei nostri mercenari, tanto che di me si dice , come di Caterina Sforza, che pago con le cosce i loro servizi.
Spesso ho fatto uccidere o soppresso io stessa alcuni dei miei amanti : mi piace l’odore e il sapore del sangue.
Indosso la mia crudeltà come fosse una corona regale.
Vengo da un’antica e nobile famiglia, in cui gli assassinii, gli incesti e le prevaricazioni sono la normalità.
Nelle mie vene scorre un sangue vecchio di secoli, denso, carico di lussuria e magia, che odora di corruzione.
Mia madre, dalla quale ho ricevuto il dono “oscuro”, si è salvata dall’esser arsa sul rogo come strega solo per il nome che portava.
Ho potere di vita e di morte sulla gente delle vallate intorno al castello.
Si prostrano terrorizzati al mio passaggio, ma so come mi chiamano, nel segreto dei loro tuguri :“la Lupa”; mi odiano e si fanno il segno della croce al solo nominarmi; del resto tutti, compresi i nobili nostri alleati, si chiedono come mai il mio viso rimanga giorno dopo giorno quello di un’adolescente e il ventre non si apra alle lune della fecondità.
Adoro un unico Dio, il Signore delle nove porte, Re dello spazio infinito, Motore della vita e della morte, Guardiano dell’Abisso e dei segreti Labirinti, Punto Omega, Chiave e Guardiano del passaggio tra i mondi.
Colui che è tutto ciò che è e che invoco ogni giorno nel chiuso della mia stanza.
Del resto questi sono i miei tempi: oggi è il 2 Luglio del 1502.
E’ l’epoca dei Borgia e del terrore Borgiano.
Sono i giorni in cui il Tevere, da sempre liquida fossa mortuaria, restituisce giorno per giorno principi, uomini di chiesa, capitani, soldati .
Perfino il Duca di Gandia, figlio dello stesso Papa Alessandro VI, è emerso dal fiume carico di ferite fratricide e di fango...
I tempi dei veleni e dei pugnali.
Il tempo del Valentino.
Cesare, mio Principe nero, Cesare...
Ora so chi sto aspettando e il ventre si contrae, i capezzoli si inturgidiscono, il respiro si blocca: verrai da me, come non so, ma arriverai e ti avrò, e mi darai un figlio.
Perché quando sarai qui, al richiamo di quelle Tenebre che mi ubbidiscono, ti scorderai di ogni altra donna, compresa la tua adorata Lucrezia.
Sarai mio per sempre.
E nostro figlio, partorito da una Lupa ingravidata dal Principe del terrore dominerà il mondo.
Lui...
Sciolgo i capelli che lucidi brillano nello specchio e dentro gli occhi si accendono scintille viola di desiderio.
Un desiderio che non è solo lussuria, è anche avidità di potere, da raggiungere in qualunque modo, con coraggio, menzogna, astuzia.
Tu, mio Principe, mi assomigli talmente: i nostri identici insaziabili appetiti fanno di me la tua incestuosa sorella, più di quanto lo possa essere mai Lucrezia.
Abbiamo danzato insieme per ore, nel tuo palazzo in Trastevere, sfinendoci in occhiate che ci hanno denudato, anima e corpo, ai nostri occhi , a quelli di mio marito e del Santo Padre, tuo padre, Cesare.
E tu mi hai sussurrato:
-Verrò da te, troverò il modo, aspettami-
-Ti aspetterò-
La tua era la voce della lussuria, la mia della strega che ti voleva, anima e corpo.
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Il tuo alito è aroma di miele
chiodi di garofano
rose e mandorli in fiore,
cannella
di mele che cuociono.
La tua bocca soave è delizia
di pesca matura
e fragole di bosco,
le labbra piene dell'ambra odorosa
di carnose ciliege.
Baciare la tua setosa pelle
è assaporare il loto
e scordare tutto
nel fragrante respiro di erba
appena falciata.
L'incanto del tuo ombelico
è prezioso ricettacolo
di esotiche spezie,
rubini di melagrana
per i miei baci.
Le tue labbra di femmina
hanno la morbidezza zuccherina
della prugna,
la freschezza rugiadosa della menta
al mattino,
il corrotto profumo di rose
che si sprigiona da certe poesie.
Quali altri aromi vi indugino
lo sa solamente la lingua golosa
-proibito è il parlarne-
che lenta assapora
quella rosea segreta carne
di donna in amore
Versi liberamente ispirati a questo antico frammento d'Oriente :
Il suo alito è aroma di miele ai chiodi di garofano,
La sua bocca deliziosa come un mango maturo,
Baciare la sua pelle è assaggiare il loto,
L'incavo del suo ombelico è un ricettacolo di spezie.
Quali altri piaceri vi si adagino, lo sa la lingua,
Ma non può dirlo.
Srngarakarika, Kumaradadatta, XII sec.d.