

Dopo l'amore mi ritrovo
colorata di frasi
la bocca piena di invisibili
frammenti
- foglie di coca masticate-
i capelli lucenti come seta.
Dentro di me il tuo odore
-aroma di mate amaro
della notte-
è infuso di alba umida,
essenza di rosa dell'aurora.
Frantumate in passeggera
tregua
le tumultuose onde
del desiderio
dissociano il mio corpo
in un mondo parallelo
dove sprofondo
tra verdi lenzuola
di velluto
il piacere trasformato
in gocce di diamanti
agli angoli degli occhi
e della bocca.
E il tuo sguardo
che da sempre segue
il fertile richiamo
dei miei fianchi
riporta indietro
l'orologio del tempo
-ore giorni anni-
per ricominciare.
A Ernesto doc.Guevara detto il "Che".
La Higuera, Agosto 2005
Bolivia, ultimo atto: L'8 Ottobre 1967 il gruppo di guerriglieri di Guevara, il Comandante, cade in una imboscata, il Che è fatto prigioniero.
Il giorno dopo, per ordine del governo boliviano, su pressione degli U.S.A, viene giustiziato nel villaggio di la Higuera.
Il corpo, portato nell'Ospedale di Vallegrande, sparisce...
Il 15 Ottobre, all'Avana, Fidel Castro annuncia la morte del Che e proclama l'8 Ottobre festa nazionale.
Nel Luglio del 1997, in una fossa comune a Vallegrande, lo scheletro del Comandante viene ritrovato e riportato a Cuba.
Hasta siempre Comandante.

E' il dolce afrodisiaco per eccellenza; un esplicito invito all'amore.
Del resto tutti sappiamo che la cioccolata era la bevanda sacra degli atzechi, associata alla dea della fertilità Xochiquetal.
Il conquistatore del Messico Hernàn Cortès l'assaggiò alla corte di Montezuma e poco dopo la introdusse in Spagna, dove era tale la sua fama di afrodisiaco che le donne la bevevano di nascosto.
Dà dipendenza (lo so per esperienza personale), è eccitante come il caffé, contiene l'alcaloide teobromina, e ha un forte valore simbolico nel rituale del corteggiamento amoroso, vedi le scatole di cioccolatini che hanno fatto crollare più di una difesa femminile.... Esistono molte versioni di questo dolce: questa è la più semplice.
Ingredienti
170 gr. di cioccolato fondente
3 cucchiai di caffé forte
2 uova, rossi e bianchi sbattuti separatamente
mezza tazza di panna da cucina
1 cucchiaio di mandarinetto
qualche goccia di essenza di vaniglia
Preparazione
Fai sciogliere a fuoco basso il cioccolato a pezzetti nel caffé; unisci i rossi d'uovo, mescola e fai cuocere per due minuti.
Togli dal fuoco, lascia raffreddare e aggiungi gli albumi lavorati, la panna, la vaniglia e il liquore.
Metti in frigorifero in coppette da decorare a fantasia; tieni in fresco per almeno due ore, prima di servire.
Se si smonta, resta impassibile, fai credere che sia riuscita perfettamente e servila in coppette larghe.
Ma se è proprio impresentabile, usala come crema per sensualissimi massaggi.
A proposito, è vero che non c'é niente di più eccitante di una mousse al cioccolato spalmata sulla pelle, ma fa in modo che la pelle sia la sua ( del tuo patner, intendo), perché in caso contrario, se toccherà a te leccarla, occhio : è ad altissimo potenziale calorico:-)


Nel caldo del primo pomeriggio
odoroso di zagara e gelsomino
con l'insolenza dei miei diciottanni
nuda sotto il vestito
di corsa salivo fino alla stanza ombrosa
al grande letto sfatto
dove ridendo mi lasciavo cadere
sopra di te
che impaziente attendevi.
L'aspro odore del nostro desiderio
mitigato dall'essenza tenace dei fiori
tra le persiane socchiuse saliva agli dei
-noi sacerdoti di un rito pagano-
Entravi in me con dolcezza
e io ti accoglievo curiosa
in attesa del piacere improvviso
che togliendomi i sensi
mi riempiva di te
lasciandomi sazia
le palpebre pese di sonno.
Ma un attimo dopo
rapida mi rivestivo
e a passo veloce
cantando
scendevo le scale
mentre l'incerta domanda
- mi ami?-
restava lì
prigioniera per sempre
dei miei diciottanni
insolenti.

Quando t’innamorerai
me ne andrò.
Piano.
Come ombra
tra le fessure del giorno
e la policromia della notte.
Pulviscolo che non si solleverà.
Numeri che non si comporranno.
Solo
il muto passo dell’ago
che sfila dalla carne.
Solo
argentei tintinnii di tacchi
che evaporano dall’asfalto.
Svanirà afono
ogni ansimante e lussurioso ponte
che ora unisce le nostre terre.
Quando ti innamorerai,
quando non mi vorrai,
non mi volterò.
Ma ora sono qui.
Puttana
dai sensi di carta che bruciano
nelle tue voglie.
Avvolta
nell’infinito orgasmo
che mi concedi.
Ora sono qui.
Femmina grondante d’ancestrale sesso.
Ora non lesinare di me.
Ora non perdere ogni mio sussulto.
ogni infinito deformato istante
che ti fa star bene.
Ora braccami,
prendimi, sfibrami.
E non farti domande
sul confine tra giusto ed ingiusto
e sbilanciate emozioni.
Perchè io sono quello che vedi
e che tocchi
e che possiedi.
Ora sono qui
finchè vorrai
per farci godere.
Macridol

Siamo alla fine di ottobre, piove, il mare è sporco e grigio; sono sdraiata sul vecchio divano, di fronte alla grande portafinestra aperta sull'immenso terrazzo dell 'antica villa dei miei zii, a Giardini Naxos.
Sono venuta fino in Sicilia per riposarmi, ho bisogno di stare sola per un po', libera di trascinarmi per questa enorme casa in maglioni malandati e pantaloni sformati, di rimpinzarmi di dolci della pasticceria che sta in fondo al viale leggendo vecchi numeri dei miei fumetti preferiti.
Piove da diversi giorni, ma non fa freddo, verso sera accendo il camino, solo perché il fuoco è un ottimo, silenzioso compagno.
Guardo, con rimpianto e tristezza, la grande terrazza spazzata dal vento: in un angolo sono rimaste due sedie vecchie, e un dondolo sfasciato; ma in luglio tutto era diverso; chiudo gli occhi , per rivivere con la fantasia per la millesima volta quello che avvenne in quel mese di caldo apocalittico.
Dunque, eravamo alla villa per un periodo di mare full immersion io, la mia amica Fabiana, e i nostri due uomini.
Dopo qualche giorno ci raggiunsero da Catania i miei due cugini, Francesco di ventisei anni e Luca di diciotto.
Luca era , da qualche tempo, il bersaglio degli scherzi dei maschi piu' grandi: dicevano che quando vedeva me, vedeva la madonna, tanto rimaneva in silenzio a osservarmi per ore, senza staccarmi gli occhi di dosso: ma era comprensibile, una donna di 28 anni, che viene dal "nord", indipendente anche economicamente, famosa tra il parentado siciliano e non solo per il libero comportamento più da maschio che da femmina, eccitava per forza la fantasia di un ragazzo così giovane.
Eravamo molto legati, nonostante i 10 anni di differenza: ma ultimamente il profondo affetto fraterno si stava trasformando in chiara attrazione sessule che rendeva torbido e ambiguo il nostro rapporto.
Si avvertiva elettricità nell’aria quando i nostri corpi , per caso, si sfioravano.
Appena arrivato, Luca mi venne a cercare sugli scogli dove prendevo il sole, mi abbracciò, e io sentii le sue mani sulla schiena tentare una carezza confusa; rabbrividii e desiderai che continuasse, anche se intuivo il pericolo di quel gioco.
Ma lui si scostò, lodò la mia abbronzatura e il mio costume, poi iniziò a fissarmi con più insistenza del solito: mi stava letteralmente spogliando: quello non era lo sguardo di un ragazzo, ma di un uomo adulto e "voglioso".
Mio malgrado ero eccitata. Me lo confermava il ben noto crampo al ventre e il calore che cominciava a salir su, per finire a mozzarmi il respiro.
Cercai allora di pensare a lui come al mio cuginetto piccolo, a quando , piccino ancora, lo prendevo in braccio, ma era tutto inutile.
Anzi, quell’odor di incesto mi eccitava ancor più.
Lo volevo, quanto lui voleva me.
E questa storia avrebbe potuto avere conseguenze gravissime.
Se solo la “famiglia” avesse sospettato...
Fortunatamente mi chiamarono dalla terrazza, qualcuno mi cercava al telefono.
Pregai Luca di attendermi sugli scogli, ma lui mi seguì, senza profferir parola.
Risalimmo verso casa.
Sentivo i suoi occhi sulla schiena, sulle cosce, nella piega delle ginocchia, quasi che quegli sguardi fossero carezze: mi parve di svenire; detti la colpa al sole di Sicilia, ma in verità era il desiderio di Luca, del giovane maschio eccitato, a turbarmi.
Il giorno dopo successe tutto come in un film: io dissi che non avevo voglia di uscire in barca, volevo restarmene sulla terrazza a guardare quel mare colore del vino, leggere, mangiucchiare dolci.
Non mi meravigliai quando Luca disse che sarebbe rimasto, accusando non so quale malessere. Allora gli altri ci lasciarono,tra frizzi e lazzi, raccomandandomi di fare bene il mio lavoro di baby sitter.
Finalmente restammo soli, le sdraie vicine, di fronte al mare, le mie braccia scurissime accostate a quelle color biscotto del ragazzo che è biondo, geni ereditati da qualche antenato Normanno.
Pensai, ridendo tra me, che dovevamo essere una bella coppia: la ragazza scura di capelli e pelle, il ragazzo biondo,appena abbronzato , occhi azzurri, così giovane vicino a quella femmina grande e nera.
Percepivo il mio odore: un misto di olio solare, sudore leggero e donna in amore.
La tensione erotica si percepiva densa nell’aria ma non avrei fatto mai il primo passo; ci pensò lui,
con naturalezza: allungò una mano, mi accarezzò il ginocchio, poi l'interno della coscia , dicendo:
-Come sei nera e liscia, non sai quanto ti ho pensato, per tutto l'inverno –
e io, già intrigata:
-Pensata come, dimmelo come mi pensavi... - e lui:
-Nuda, ti pensavo nuda, nuda che ti potevo toccare, dappertutto e ..mi toccavo... a volte venivo anche solo al pensarti, se Francesco o mamma parlavano di te-
Allora mi alzai e lo presi per mano: vidi il suo sesso eretto sotto i calzoncini da bagno; lo portai nel salone, vicino al divano dove sono sdraiata ora e gli dissi:
-Guardami ora, tolgo il costume, guarda se sono come mi immaginavi –
quando restai lì in piedi nuda Luca fissò il mio seno pieno, poi il triangolo di riccioletti scuri,tra le cosce; allungò una mano ad accarezzarlo e chiuse gli occhi, mormorando:
-Sei tanto bella che non mi par vero... -
Mi sdraiai sul divano, tirandomelo addosso.
E lui disse quella cosa incredibile:
-Questa è la mia prima volta , sono felice di farlo con te, non sei più un sogno ora, sei diventata la mia realtà...-
Continua nel mio sito a questo indirizzo:
http://enrica21.interfree.it/vergine.html

A Lucca tutti conoscono la leggenda di Lucida Mansi , la Bella degli specchi, che dal lontano 1600 ancor oggi torna in certe notti a visitar la sua città natale transitando, bellissimo fantasma, nella sua carrozza nera e dorata sulle mura antiche per poi finire a immergersi nel piccolo lago dell’Orto Botanico , in un terreno maledetto che un tempo fu il luogo di sepoltura di giustiziati, eretici e appestati.
Si dice che a volte sia possibile scorgere il perfetto corpo nudo di Lucida riflettersi, come in un specchio, nell’acqua del laghetto.
E’estremamente difficoltoso individuare un personaggio effettivamente vissuto con questo nome. In effetti ci fu tra gli antenati dei Mansi una certa Lucida Saminiati o Sanminiati, nata nel 1606 e andata in sposa poco più che bambina a un tal Vincenzo Diversi che morì poco dopo il matrimonio assassinato per una lite di confine.
La giovane meno che ventenne, contrasse nuovamente matrimonio con il nobile quarantenne Gaspare di Nicolao Mansi , che presto la restituì al suo stato di vedovanza.
Morì di peste nel 1649.
Di lei non si altro.
Eppure tutte le leggende contengono sempre un briciolo di verità...
Chi fu veramente la Bella degli Specchi?
Lucida visse a Lucca nel 1600, un secolo carico di ori , velluti , sete , stucchi che incorniciavano e adornavano la carne.
I Mansi, famiglia conosciutissima non solo in città ma in tutta l’Europa dell’epoca, era assai danarosa: operava nella mercatura della seta.
Pertanto Lucida, rimasta vedova di Gaspare Mansi appena ventiduenne, si trovò libera e padrona di palazzi, ville e castelli.
Era bellissima: folti e crespi i capelli ramati, scuri gli occhi, bianche le carni, perfetto l’ovale del viso, lunghe e snelle le membra.
Celebrò la morte del consorte adottando un lutto strettissimo: avvolta in quel nero sontuoso appariva ancora più snella e l’aria sofferente aggiungeva al suo fascino un alcunché di torbido, come se portasse a spasso la morte con intima e innaturale gioia.
Ora era libera di guardarsi attorno, anche attraverso i veli: si accorse dell’ammirazione che destava negli uomini, sposati o liberi che fossero, anche per la sua nuova condizione di ricca vedovanza.
Così cominciò a rimirarsi più attentamente di quanto mai avesse fatto in passato e si rapì in sé stessa.
Una gioia come un vento le liberò l’anima quando iniziò ad amoreggiare con gli specchi.
I saloni di Palazzo Mansi risplendevano di sete e damaschi viola, i candelabri gonfi di cristalli illuminavano la bella nel suo scuro languido incedere.
Ma la sua stanza, il suo regno, Lucida la volle particolare, adorna dei suoi nuovi amori: specchi di ogni foggia e misura ne riempirono le pareti, anche il soffitto del letto a baldacchino divenne un enorme superficie riflettente dove la splendida donna, nuda, adagiata in ogni posa, poteva rimirarsi a suo piacere.
Fu naturale il voler scoprire se anche negli occhi di un uomo poteva ritrovarsi così bella.
Chiamò alla Villa il primo amante a cui presto ne seguirono altri.
Gli appetiti di quel corpo giovane e desiderabile, probabilmente disattesi dai consorti, reclamavano di esser saziati , ora che la Bellezza, perduta in sé stessa, esigeva continui tributi.
Nel Seicento le funzioni religiose erano fitte e dense di incensi e paramenti sacri pesanti di scintillanti pietre e ori.
Lucida era devotissima, nonostante le voci che già correvano in mormorii sotterranei su di lei. Entrata in Chiesa, bagnate le dita nell’acquasantiera, si segnava, tra il popolo che si inchinava al suo passaggio, per dirigersi poi alla poltrona di famiglia vicino all’altar maggiore.
Devota, sorreggeva il libro nero della Messa, assorta; ma come suonava il primo campanello, al Sanctus, una gioiosa luce la illuminava; cominciava allora a sfogliar febbrilmente le pagine e quando si accorgeva che una ne mancava, fermava le mani in attesa del campanello dell’Elevazione.
Allora , mentre tutti piegavano la fronte in timorosa riverenza, Lucida apriva il suo tabernacolo,
lo specchio che aveva sostituito a una pagina del libro e si contemplava inebriata.
Nel Seicento la gloria della stirpe e il danaro erano il potere assoluto a cui tutti sottostavano.
Eppure le voci sulla fame sessuale e sulla crudeltà della bellissima Lucida circolavano ormai con sempre maggior insistenza.
Si narrava anche di un trabocchetto che si apriva nel pavimento della sua stanza da letto, utilizzato dalla donna per eliminare quegli amanti dalla cui passione si sentiva in qualche modo minacciata.
Così per anni continuò a godere della sua bellezza e dei piaceri che i sensi, la cui fame aumentava giorno per giorno, le procuravano.
D’inverno, l’enorme camino della stanza avvampava gettando nell’alcova fasci di luce rossa mentre d’estate Lucida faceva ondeggiare sulle sue nudità le lunghe frange di un grande variopinto ventaglio che le rinfrescava la pelle umida di sudori amorosi.
Passarono gli anni, ladri inseguiti.
Un tardo pomeriggio, verso sera, qaundo già si appressava ad accendere le lampade, Lucida inorridì all’improvviso per una scoperta che le fermò il respiro: un ruga scendeva dall’angolo esterno dell’orbita verso la tempia.
Sconvolta, serrate le porte, accesi tutti i candelabri , si rimiò nuda, accuratamente, senza pietà:
e udì il primo stridente gracidio della vecchiaia.
Allora si rintanò nel letto, dopo aver chiuso anche le finestre lasciando che la sua fantasia volasse, spietata: le vennero incontro schiere di fanciulle belle e giovani, dalle carni fresche e profumate, che non abbisognavano di belletti, udì le risate di scherno – e di liberazione- delle rivali, e insieme, come il suono di una campana a morto, le grida dell’ultimo amante infilzato sulle lame in fondo al trabocchetto.
Decise che si sarebbe lasciata andare al suo destino, cominciò a vaneggiare, in preda a una strana febbre, che insorse all’improvviso ad arderle la pelle.
Così trascorse la notte e il giorno successivo, senza mangiare né bere, le ginocchia raccolte a
premere il bel seno, la voce a mormorar in continuazione frasi senza senso, gli occhi chiusi , le palpebre serrate con forza per non vedere, non vedere mai più...
Quando all’improvviso una chiara e morbida voce maschile la chiamò per nome:
-Lucida, eccomi, sono arrivato. Sono il tuo Signore, che hai adorato per giorni e giorni.
Sono Satana. E’ tempo che noi ci si sposi-
La donna aprì gli occhi stanchi e vide accanto al letto un giovane bellissimo, dai folti capelli neri ricciuti, gli occhi verdi con le ciglia scure che ne sottolineavano la straordinaria bellezza, elegantissimo nel vestito di velluto e raso viola, impreziosito da gemme e gioielli.
-Ti ho seguita per tutti questi anni, non c’è pianto di donna privata da te del suo uomo che non abbia udito, non c’è gemito tuo amoroso che non abbia gustato.Tu sei il più bell’amore di questo secolo, devi essere mia per sempre.
Se ti negherai allora lo specchio diventerà il tuo nemico più crudele; e tu morirai giorno dopo giorno-
Poi, con quella gioia disumana che è propria degli dei continuò a infierire su quella povera carne:
-Se mi darai la tua anima, a suggello del nostro patto nuziale, sari bella ancora per trent’anni, trent’anni Lucida.
Per tutto questo tempo nessuna fanciulla ti starà alla pari, sarai la bella tra le belle.
Gli uomini moriranno per una tua carezza, le donne ti invidieranno e odieranno.
ma tra trent’anni esatti tornerò a prenderti per farti mai per sempre-
-Sì- rispose balbettando Lucida- sì-
Immediatamente il diavolo scomparve.
La primavera tornò ad abitare ogni cellula della donna e ardenti gli specchi assistettero alla sua rinascita mentre la crudeltà diventava parte integrante della sua lussuria : è inutile elencare qui amori e delitti.
Ma trent’anni sono un povero attimo e inesorabile batte il martello del tempo.
Così una sera, nello stesso istante, comparve a Lucida il medesimo giovane vestito di viola
che sorridendo disse:
-Eccomi mia sposa, sono venuto a prenderti; dammi la mano, è l’ora-
In un attimo la carne della bellissima imputridì, il fetore divenne insopportabile, fu come se fosse morta da tempo.
E in quell’orrore di decomposizione, con un terribile boato Lucida sprofondò nell’Inferno.
Si dice che accorsi a quel pauroso rumore i servitori si trovaron di fronte, al posto dell’alcova della loro Signora, un antro profondissimo.
I parenti, in sospetto della verità, chiusero per sempre la porta di quella stanza maledetta, intimando a tutti il silenzio.
Come se Lucida non fosse mai esistita.
Ma non riuscirono nell’intento, ché Lucida non è morta.
In alcune notti senza luna la bellissima donna, nuda, transita ancor oggi in un cocchio nero e dorato guidato da un affascinante giovane uomo sul viale delle mura di Lucca.
All’approssimarsi dell’alba il cocchio si immerge nel laghetto del Giardino Botanico che è sotto le mura.
Durante il giorno, a chi si sporge ai bordi del piccolo lago e guarda con amorosa attenzione, può capitare di intravvedere Lucida che nello specchio a sé stessa sorride nell’alcova della sua seicentesca stanza.