

Le tue mani flautate sirene
calde tenaci penetranti
Stradivari di carne e sangue
-L’Oro del Reno sul mio corpo-
mi risuonavano dentro
nello splendore di un desiderio
gridato inespresso spasimato
taciuto richiesto
-la voglia incompresa, l’errore di spazio
e di tempo-
Le tue mani odorose di mate verdemare
gravide di sogni bambini
crudeli
in una foresta asilo e madre di transumanza guerrigliera
erano
aquiloni di seta vermiglia sui miei seni
che si appuntavano al cielo in un’urgenza
di vita
Le tue mani giovani agili forti
impazienti disperate
profumavano le mie cosce del tuo sudore
al sapor di tabacco e polvere da sparo
nel tenero/violento affondare
in un corpo di donna
riposo di guerriero
in pace con la memoria di sé stesso.
Le tue mani si addormentavano su di me
nel nero denso di una notte afosa
alla luce fioca lenta sperduta
di una luna affumicata dai vapori d’agosto.
Fu quando il sole si agghiacciò
in miseria
che le tue mani volarono nel cielo
dita come rosse farfalle a dipingere nell’aria
il bellissimo volto di sorella Libertà
Se io muoio non piangere per me, cammina sui miei passi e io vivrò per sempre (E.Che Guevara)
http://www.youtube.com/watch?v=OYYKNnEMrG0

immagine creata da Kurtz

Abbiamo litigato ferocemenente.
Ci siamo preparati per la cena già programmata e impossibile da disdire tra insulti e accuse , le più senza fondamento.
Scendiamo le scale, uno avanti all’altro, in un silenzio glaciale.
Prima di salire in macchina tu dici:
-Basta, sono stanco, finiamola qui-
e io, di rimando:
-Mi pare la cosa più giusta; non saprai mai quanto sei riuscito a stancarmi...-
Partenza; la macchina esce dal garage alla velocità della luce; e nello stesso modo abborda la strada asfaltata;
-Vai piano, non intendo morire troppo giovane-
Sibilo io.
Ma tu non mi dai ascolto, tagli le curve, guidi con rabbia, le mani contratte sul volante, lo sguardo fisso di fronte a te.
E io guardo quelle mani grandi, dalle dita lunghe, le articolazioni sporgenti;
e non posso fare a meno di sentirle su di me , insieme alle tue labbra, ora così serrate,
mani e bocca lungo tutto il corpo ad accarezzare, esplorare, penetrare...
O Dio, meglio pensare ad altro, non è possibole, non può il sesso far dimenticare certe cose, mi ha offesa, va bé, l’ho fatto anche io, ma mi ha dato della stronza e io dell’idiota, della stronza e della puttana e io allora? gli ho detto quello che ad un uomo fà più male:
-Con te anche il piacere èun optional, fingo, fingo quasi sempre- quando anche un sasso si accorgerebbe che non è vero.
Non è vero, perché io con te vado in Paradiso e oltre.
Ecco la verità.
Ora cambi marcia, anzi lo fai troppo di frequente, non usi i freni e il tuo braccio sulla leva del cambio, con il pugno chiuso, mima l’amplesso, avanti, indietro, in fondo, sei violento, non usi la solita delicatezza...
E non posso fare a meno di pensarti eccitato , il tuo sesso si sostituisce al cambio e comincia a entrare dentro di me, a uscirne, più veloce, sempre più veloce, per poi rallentare il ritmo e ...
Mi agito sul sedile di pelle, mi sto bagnando, inutile negarlo, ti voglio, la passera batte come un cuore, lo slip é incollato alle labbra glabre.
L’ho tosata per te, so quanto ti piace.
Cerco di ricordarmi le parole violente e offensive che ci siamo scambiati mentre guardo di sottecchi il tuo profilo severo, da santo bizantino.
Non devo cedere per prima, ma se continui a guidare a questa velocità rischio di non avere più un’altra occasione per averti, già..
Non ce la faccio a resistere oltre, faccio salire lentamente la gonna, le mie gambe lunghe ti hanno sempre eccitato, le calze di questa sera poi, rosse e velatissime , con scarpe in tinta...
Niente, sei sempre muto e apparentemente ti comporti come se io non ci fossi.
Mi agito vistosamente, sospiro e poi decido di entrare in azione .
C’é una cosa che mi fa impazzire, prenderti in bocca quando guidi, ma ora è rischioso , non te l’aspetti , qui ci giochiamo la pelle.
Ma senza rischio la vita non è vita.
Così mi abbasso all’improvviso su di te, il viso tra le tue gambe, le dita frenetiche nei pantaloni.
-Ma che fai, sei diventata matta? Fede, nò, non puoi ridurre sempre tutto a questo, non puoi-
Ma la tua voce si incrina, perché le mie labbra hanno scoperto il tesoro: il tuo sesso è piccolo, morbido, indifeso, lo prendo in bocca come se fosse una grossa caramella, aspettando che in quel calore umido si ingrossi gloriosamente.
Di nuovo un debole no, che finisce in un gemito, perché ...eccoti rigido, a battermi sul palato, mentre le labbra si tendono per avvolgerti tutto.
Ora esiste solo il caldo contatto della mia lingua con questa carne viva dentro di me che
vuole essere liberata attraverso il piacere che solo io posso darle.
Mi accorgo che stai per venire, intensifico i movimenti e quando mi riempi la bocca del tuo seme lo trangugio, avida, perché il tuo è il gusto più buono del mondo, perché...
Ma non mi aspetto quello che succede ora; una brusca frenata ti fa uscire dalla mia bocca.
Mi spingi sul sedile vicino che abbassi, mi alzi la gonna e sfili gli slip con movimenti rapidissimi.
Non mi rendo conto di quello che sta succedendo fino a che non ti ho addosso, in una posizione da contorsionisti.
Il kama-sutra a noi ci fa un baffo.
Con una mano mi apri la fica mentre con l’altra mi afferri la nuca.
Poi mi penetri con violenza, di nuovo rigido, tanto fa farmi male , mentre la tua lingua mi esplora la bocca alla ricerca di tracce del tuo seme.
Ti piace gustare insieme i tuoi e i miei sapori.
Mi fai l’amore come se fossi un nemico da distruggere, mentre mormori al mio orecchio, sui miei seni, un capezzolo in bocca:
-Allora, davvero non godi con me? davvero?-
non posso rispondere, perché sto per andare in paradiso, un tacco contro il volante, l’altro compresso sulla la tua schiena.
E grido:
-Ti amo, davvero, dimentichiamo tutto, io...-
Il respiro è un rantolo, mentre continui a trafiggermi fino a immergere il viso con un singulto tra i miei capelli.
Ora mi rendo conto che siamo sul ciglio della strada, fortunatamente è notte, altrimenti saremmo stati uno spettacolo niente male.
Tu ridi e mi baci, questa volta con tenerezza, poi :
-Forse prima ci sbraniamo per gustare meglio, dopo, i nostri corpi fatti a pezzi dalle parole: è un gioco pericoloso-
Io non rispondo, penso solo che è stato bellissimo e che in fondo la vita va azzannata e divorata, così, giorno per giorno.
Non avrebbe senso passarle accanto tra mazzi di fiori e bigliettini amorosi, non per me.

Guernica è una cittadina della Spagna Settentrionale (Biscaglia).Il 26 Aprile del 1937 la Luftwaffe (legione Condor) con la collaborazione dei franchisti la rase al suolo durante la guerra civile spagnola.
Hitler allora sperimentò in Spagna le tecniche di bombardamento che sarebbero poi state massicciamente impiegate nella Seconda Guerra Mondiale-
Quello di Guernica fu un massacro orrendo che ispirò a Picasso il famosissimo quadro...
Guernica: tempera su tela, 349 X 776 cm rappresenta il momento dell’ira e del dolore dell’Artista, che fin dall’inizio della guerra si era schierato a favore del governo repubblicano.
L'emozione e la collera di Picasso per il massacro viene espressa nell’opera con una visione drammatica di corpi sfatti, visi stravolti, intrecci di corpi d’animali e uomini,in uno sfondo privo di colore in cui echeggiano urla lancinanti.
Nulla è cambiato a tutt’oggi: Guernica viene rasa al suolo e ricostruita ogni giorno per subir di lì a poco la stessa sorte, in un macabro gioco.
Guernica
-Le cose in fondo non van poi tanto male-
dici tu
che hai lo sguardo viziato dai troppi guasti
del cuore.
E non vedi
-Giochi così bene a moscacieca con te stessa-
le carogne di Stato, i gioiellieri dalle attizzanti vetrine
-Venghino signori, venghino, oggi la morte si vende a modico prezzo-
dove rifulgono Kalashnikov, Dragunov e fiammeggia il Napalm,
il danaro consacrato agli altari
da papali banchieri compiacenti,
i cartelli colombiani di neve appesi come trofei
in piazzetta a Portofino all’ora dell’aperitivo
con al seguito puttane
tornate vergini grazie al dio denaro
-Miracolo, miracolo, inchiniamoci-
prestidigitazioni di capi di stato
che si giocano ai bussolotti
mille &+ mille vite
chi disse: - Ho bisogno di un migliaio di morti
per sedermi al tavolo dei vincitori?-
che provano e riprovano il salto della quaglia
-Impiccagioni in prima visione che fanno tanto
audience, e poi Villon scriveva:
E non vi sdegni il nome
di fratelli,
anche se noi morimmo giustiziati.
Ma lui non conosceva Starss & Bars.
Tu ti sei fottuta l’anima
per un palco in prima fila
che importa se i ventri dei bambini di un altro mondo
si gonfiano
- Stasera saremo in 13 a tavola... devo assolutamente trovare un altro ospite...-
se 13 soldati stan sopra una ragazzina tredicenne
vietcong,
se 13 bombe mortaio sfracellano arti,
incendiano case
trasformandosi in sale sulle rovine,
se 13 son gli assassini che l’Agenzia “usa e getta”
manda a uccidere l’Uomo con la stella rossa...
Intanto tu per natale aggiungi
ai tuoi gioielli un’altra pantera
dal prezioso bestiario di Cartier.
La differenza tra noi due non è negli anni:
io aspetto ancora di vivere
tra tumultuose guerre di ingorda giovinezza,
tu di finire con il tuo orecchio tardo
e la tua vista corta
come quelli di una vecchia/non vecchia
che dalla sua stessa noiosa indifferenza
è stata spinta fuori dalla vita
-Giochiamo a moscacieca, dai...-
Tredici uomini sulla cassa di un morto
tredici uomini e una bottiglia di rum...


Che cosa mai mi avrà attirato in questo pub, non lo so.
Forse l’insegna con quell’occhio cieco della U fulminata al centro.
Masquenada: più che niente anzi meglio che niente; un locale che mi calza come un guanto, per come mi sento.
Ogni tanto mi capitano serate come questa in cui non mi trovo più, e l’unico desiderio che ho è quello di annullarmi completamente.
Allora divento vulnerabile, aperta a ogni offesa, da buttar via, insomma.
E lo faccio, di buttarmi via.
Comincio con il girare a tarda ora per i bar e i pub della città vecchia, entrando in vicoli maleodoranti, scoprendo spesso una fauna che alla luce del sole non incontrerei mai.
Mi siedo a un tavolino oppure al bancone e qualche volta rimorchio un uomo che poi mi scopo fuori, appoggiata al puzzolente muro di un vicolo oppure che costringo a inginocchiarsi di fronte al me, alle mie gambe aperte, sotto la luce malferma di un lampione.
Naturalmente ricambio il servizio.
Il piacere che raggiungo è acuto, tanto improvviso e intenso da lasciarmi senza fiato e stranamente spossata.
So di rischiare molto in tutti i sensi ma considero queste mie sortite anomale come una specie di necessario rito di purificazione che passa attraverso la cosciente degradazione di me stessa.
Per poi rinascere.
Infatti non provo né paura né vergogna, solo un senso di gratificante abbandono totale.
Il perché di tale comportamento non chiedetemelo, forse un collega psichiatra lo saprebbe spiegare, se solo lo interpellassi.
Così son finita in questo pub, che ho trovato perdendomi in un dedalo di vicoli vicino al porto.
Aria bassa, densa di fumo e di birra, rari clienti per lo più maschi, seduti al bancone a ai tavoli.
E’ tardi, quasi mezzanotte.
Appena entrata mi trovo puntati addosso gli sguardi di tutti: è una calamita per gli occhi una ragazza sola a quell’ora con le gambe lunghe in mostra, i seni grandi che a malapena resistono compressi dentro la canotta bianca, i capelli arruffati e un viso infantile e senza trucco a cui fa violenza un corpo vistoso.
Ma so che cosa crea maggior scompiglio tra i maschi del pub: è quell’odore di nudità assoluta che mi porto in giro come un mantello ad avvolgermi tutta, quell’eccitante aroma di femmina da predare senza difficoltà, perché già se ne fiuta a distanza la resa senza condizioni.
Mi siedo a un tavolo, in fondo, vicino alla parete e mi guardo intorno: in verità non noto nessuno.
Sono così stanca, vediamo chi si verrà a sedere qui, vicino a me questa notte, a chi toccherà l’onore di sbattermi contro un muro oppure di accoltellarmi se ne avrà voglia...
O magari di sputtanarmi, se mi riconoscesse....
Per ora nessuno si muove.
Ordino una birra che assaggio appena perchè sono astemia, intingo un dito nel liquido e inizio a tracciare ideogrammi di spuma sul legno sporco del tavolo.
E poi ...arrivi tu.
Sento la tua presenza vicina, alzo gli occhi e ti vedo: alto, il viso tondo, gli occhi color delle castagne.
-Ciao, mi chiamo Francesco, posso sedermi con te ?- chiedi con una voce neutra e ti accomdi senza aspettare una mia risposta.
-Angelica- mento io, ogni volta un nome nuovo, chiaramente falso.
-Angélique, la marquise des anges...- mormori
-Ma guarda stavolta mi è toccato un intellettuale, vedi un po’-
penso tra me sorridendo ironicamente e mi sporco le labbra con un niente di spuma di birra.
Tu cominci a parlare in fretta, accumulando domande che restano lì per aria come punti interrogativi, naturalmente mi chiedi come sono capitata al Masquenada e credi alla mia risposta vaga, o fai finta di crederci.
E io scopro subito che sei un poeta.
Forse ti sei accorto di avere di fronte una donna che è l’unica passeggera di una nave senza timone, hai intuito che cosa non sto cercando, sarà per questo che le tue parole sono così dirette, accuratamente scelte e la tua voce che si abbassa di tono, tanto persuasiva?
Mi parli con amore della tua città che conosco benissimo ma mi guardo bene dal dirtelo, delle sue origini romane, racconti della tua passione, la vela, della barca che tieni sul lago, mentre accendi una sigaretta dietro l’altra e bevi birra, lentamente, a piccoli sorsi, per permettere alla tua voce di prender respiro.
Tu componi poesie, Francesco, ne sono sicura, dimmi ne scriveresti una per me?
Quasi avessi ascoltato il mio pensiero allunghi una mano a sfiorare la mia.
Intuisco che ti è costato molto osare questo approccio con la donna sconosciuta e strana che sta lì di fronte a te ascoltandoti con attenzione dapprima finta ora reale, mentre la voglia di spalancare le gambe per far vedere a tutti che non porta mutandine non la tortura più da quando tu sei arrivato a tenerle compagnia.
L’hai capito questo Francesco?
Ti guardo sorridendo e improvvisamente sento che ti voglio, desidero che tu mi tocchi lì tra le cosce dove sento salire il ben noto calore, forse sto elemosinando un poco di affetto oppure ho voglia di donarne o ancora mento a me stessa, non so, ma:
-Vieni a sederti qui, vicino a me- mormoro
Ormai sono quasi le tre di notte, il locale è semivuoto.
Tu ubbidisci, guardandomi in viso, fissando le mie pupille vacue, in cui non ti riesce di rifletterti.
Quando mi sei accanto ti faccio avvicinare prendendoti una mano che poso sulla coscia mentre apro legambe.
Appoggio la testa all’indietro sul legno sporco e sento la tua mano salire dapprima timida poi farsi più audace fino ad arrivare all’inguine, mentre ti accosti ancor più al mio fianco, guardandoti inquieto attorno, nel timore che qualcuno si accorga di noi.
Anche se accadesse ora non me ne importerebbe nulla.
Quando ti accorgi che non indosso slip e le tue dita toccano le mie labbra di femmina accuratamente depilate ti scosti d’un colpo come se ti fossi scottato.
-Continua- mormoro e tu ubbidisci.
Le tue dita mi accarezzano, penetrano, premono, stringono: sei bravo Francesco.
Mi appoggi il viso sul collo e cominci a baciarmi, leccarmi, una cosa che mi fa impazzire di piacere.
Intanto con una mano mi circondi la spalla e con l’altra seguiti a blandire quel sesso morbido e caldo di donna in amore seguendo il movimento a forbice delle mie cosce.
Ora le tue labbra sono sulla mia gola, sento i capelli morbidi solleticarmi il mento.
Scosto la canotta e ti porgo un seno come fosse un frutto maturo scuro e lucido da gustare sulla mia mano.
Tu ti abbassi attaccandoti al capezzolo come un bimbo goloso.
Con un gemito mi inarco contro il legno mentre il mio orgasmo ti bagna la mano che istintivamente immergi ancora più dentro di me.
Tutto è successo in pochi minuti.
Quando ritorno sulla terra e riapro gli occhi ti sorrido e ti tocco: sotto i pantaloni il sesso teso è pronto per me.
-Usciamo- ti sussurro nell’orecchio.
E siamo fuori, nel vicolo deserto, stravolti.
Ci rotoliamo contro i muri sudici baciandoci furiosamente poi all’improvviso staccandomi da te e senza curarmi dello sporco mi inginocchio per terra ai tuoi piedi.
Tenti di rialzarmi, mormorando:
-No, non così-
Ma non serve, il rito deve essere portato a termine, non lo vuoi un po’ d’amore Francesco?
Ti apro i pantaloni con dita svelte e ti prendo in bocca, assaporando la tua carne, il tuo odore acidulo, mentre ti accarezzo il ventre e ti artiglio i fianchi per prenderti tutto.
Tu gemi e non ci metti molto a venire, me lo sussurri, forse le ragazze con cui vai non vogliono ingoiare il tuo seme, ma io sì, io voglio berti, gustarti, farti diventare parte di me, il mio pasto nudo.
Ti succhio golosamente fino all’ultima goccia.
Poi appoggio la guancia al tuo pene, accarezzandoti le cosce.
-Ma chi sei veramente Angelica?-mi chiedi, le mani a frugarmi i capelli.
-Una regina- rispondo io rialzandomi- una regina che ha perso il trono, ma solo per una notte-

Non voglio il tuo delirio,
devi restare lucido mentre ti invento
una spada nell’anima e con la lingua
ricamo la tua lingua.
Le mie gambe
ora
hanno stanchezze antiche,
nel mio delta fioriscono
le dita della luna, dita lunghe,
dita rapaci, dita indemoniate.
Dita esorciste.
Sul mio seno cerchi la frettolosa ansia
del cuore,
la tua voce si fa gemito
che rotola la gioia:
e mi respiri dentro.

Strade, persone,
vetrine, fontane,
ombre, fantasmi,
respiro d’attesa.
Campo dei Fiori
si spegne nel rosso.
Poi finalmente
una stretta di mano
un sorriso
un ristorante alla moda
un piccolo tavolo
-la bella signora vuole una rosa?
signore compri una rosa
per la sua dama-
sorrisi d’intesa
le prede si annusano
accarezzo la rosa
mentre m’invento
una farfalla ubriaca
che danza sull’orlo
della coppa ricolma
un mambo diabolico.
-la magia dei cerchi nel grano -
Sorrisi, parole,
inutile gestualità.
Il desiderio serpente
corallo striscia ondeggiando
tra fiori,
posate
e mani
che lente
si sfiorano.
In un sorso galleggia
e scintilla
una foglia di rosa.
Moribonda
la farfalla impazzita
volteggia
nell’ultimo giro di ebbrezza.
Poi
è di cristallo
il cocchio veloce
che ci porta alla festa.
La nostra.
Sorrido
il cuore negli occhi
stanza 323:
tu mi prendi per mano.