

Mi sei sopra intorno dentro
come una metastasi benigna-
mente concresciuta con le mani
tra le mie cosce e i seni,
mi succhi il respiro dalla
gabbia dei polmoni,
mi bevi la vita
con la rabbia e la voglia
di pugnale che accompagni
con dita scivolose
di me,
urla di voglia scomposta
la mia bocca
che non smette di cercarti l’anima
sulla punta del sesso.
Questa battaglia che ci vede
nemici nella smania di reciproca-
mente sfinirci
cessa con la bandiera
bianca dell’orgasmo.
E in questa corsa contro il tempo
perde chi arriva prima.
Arte di guerra l’eros,
sacerdoti iniziati nel tempio del piacere
-noi-

Mi è stato attribuito da Ladylunaa con la seguente motivazione:
Premio la vitalità prorompente di StregaM0rgause, in sfide sempre aperte, ali da strega.
Che cos'è questo riconoscimento?
"Dieci e lode" è un premio, un certificato, un attestato di stima e gradimento per ciò che il premiato propone.
Come si assegna?
Chi ne ha ricevuto uno può assegnarne quanti ne vuole, ogni volta che vuole, come simbolo di stima a chiunque apprezzi in maniera particolare, con qualsiasi motivazione (è o non è abbastanza elastico e libero?!) sempre che il destinatario, colui o colei che assegna il premio o la motivazione non denotino valori negativi come l'istigazione al razzismo, alla violenza, alla pedofilia e cosacce del genere dalle quali il "Premio Dieci e lode" si dissocia e con le quali non ha e non vuole mai avere niente a che fare.
Le regole:
- esporre il logo del "Premio Dieci e lode", che è il premio stesso, con la motivazione per cui lo si è ricevuto; è un riconoscimento che indica il gradimento di una persona amica, per cui è di valore;
- linkare il blog di chi ha assegnato il premio come doveroso ringraziamento;
- se non si lascia il collegamento a questo post già inserito nel codice html del premio provvedere a linkare questa pagina;
- inserire questo regolamento;
- premiare almeno un blog aggiungendo la motivazione.
Queste regole sono obbligatorie soltanto la prima volta che si riceve il premio per permettere la sua diffusione, ricevendone più di uno non è necessario ripetere le procedure ogni volta, a meno che si desideri farlo. Ci si può limitare ad accantonare i propri premi in bacheca per mostrarli e potersi vantare di quanti se ne siano conquistati.
Si ricorda che chi è stato già premiato una volta può assegnare tutti i "Premio Dieci e lode" che vuole e quando vuole (a parte il primo), anche a distanza di tempo, per sempre. Basterà dichiarare il blog a cui lo si vuole assegnare e la motivazione. Oltre che, naturalmente, mettere a disposizione il necessario link in caso che il destinatario non sia ancora stato premiato prima.
Ecco ora le nominations di stregam0rgause, che è nel mondo dei bloggers da solo 6 mesi, quindi ...premia quegli amici che fino ad ora le sono stati più vicini, aiutandola spesso, oppure che hanno diviso con lei lo stesso sentire.
http://baronerosso1.splinder.com/: Un Blog che non mi stancherei mai di navigare; è un Grande il barone...
http://campostellato.splinder.com/: Il Blog di Enricoan...il piacere di una scrittura ogni giorno diversa, in cornici di rara eleganza; ciao mio principe
http://leggendoescrivendo.splinder.com/: il Blog di Francesco l’opinionista per eccellenza
http://universofemminile.splinder.com/ :il Blog di Elisabetta, Universo femminile, in difesa dei diritti della donna; brava elis, sono con te, lo sai
http://alecongedo.splinder.com/ : il Blog di Alessandro, che per me resta maggiofrancese, il Poeta che parla al mio cuore...tra un semaforo e l’altro
http://quellodioggi.splinder.com/: il Blog del cercatore d’oro, quello di Oltre e dell’Amore parlato; Marco, quanto mi piaci...
http://tantalo.splinder.com/ :il Blog di ^sinapsi, ovvero il malessere di vivere cantato da un...maledetto toscano. inarrivabile ^sin , transpotting, grande film :-)
http://rimeversi.splinder.com/ : immagini e parole molto molto particolari; un Blog da seguire con attenzione
http://alessandrovettorato.splinder.com/: il ritrovarlo su splinder è stata per me una grande gioia; alessandro è poeta di razza, di quella razza che mi garba tanto...è lava davvero la sua poesia, lava d’Etna
http://petalidicenere.splinder.com/: Il neonato multiblog di Morfea, dove la poesia trova il suo lato più oscuro. Io, più che dai poeti maledetti, sono affascinata dalle Ombre Junghiane; in ogni modo ho trovato in casa di Morfea uno spazio virtuale per i miei demoni.
naturalmente un grazie di cuore a ladylunaa
http://ladylunaa.splinder.com/
stregaM0rgause

Nel viso vicinissimo al mio gli occhi scuri, tartari, e i capelli cortissimi, biondi e lucenti, sono talmente belli da costringermi ad abbassare le palpebre, quasi tu fossi uno sconosciuto sole capace di attirarmi per sempre nella sua orbita.
Allora le tue mani si muovono verso di me, mentre io, immobile nella mia orgogliosa nudità, ti aspetto, come sempre, da quando ti ho conosciuto.
Le dita, lunghe e forti, vanno a tuffarsi nel folto bruno dei capelli, sparpagliandoli a raggiera sul cuscino.
Quasi acconciassi una bambola o una vittima sacrificale.
All’improvviso si leva un vento leggero che soffia tenero sul mio corpo, facendomi rabbrividire.
Desiderio, amorosa attesa, gioia.
Con tocco d’artista mi scolpisci gli occhi, la bocca, le orecchie, come se prima non fossero stati altro che grezza materia.
Impalpabile il vento delle tue dita ridisegna il mio corpo, passando a volte come un fresco tepore, a volte indugiando, su e giù, fino a divenire brezza insopportabile.
Ora scala i mille gradini dei seni fino alla loro sommità, alle piccole scure frecce di carne dove indugi tracciando cerchi concentrici attorno alle fragole rosso-cupo delle areole...
...per scendere poi sul ventre piatto, percorrendolo, quasi fosse una pianura, girando intorno all’ombelico, minuscola conchiglia vuota.
Qui le tue mani sono pennelli sapientemente maneggiati che in dotto volteggio
insistono in linee dapprima spesse per disperdersi poi in altre più sottili che completano un magico ideogramma.
Ideogrammi, vento, che come zefiro si avvicina al mio giardino segreto, nudo di carne nuda.
Attesa.
Vorrei che i morbidi intrichi del mio sesso fossero petali di orchidea, per essere accarezzata da te come un fiore raro e prezioso.
Vorrei che il vento, così come gioca con le curve, i recessi e gli stami di quel fiore-labirinto, penetrasse nell’universo altrettanto tortuoso della mia ferita.
Fiore-ferita.
Il vento turbinante nel suo dedalo....
...giunge in lunghi soffi, seguendo i viali spogli, i solchi laterali segreti come un esercito di aquiloni che conosce bene il territorio da occupare.
D’un tratto, invasi quei recessi, diventa burrasca pronta ad assalire la gemma rosata che separa quelle forre.
E comincia a girare vorticosamente intorno alla cima, un merletto delle alture, un monticello tenero.
Il vento è implacabile, con instancabile violenza attacca il chicco di rubino pallido mentre io respiro e vivo solo per quel bocciolo, quella corolla di me stessa che invia in ogni più remoto angolo del corpo onde e lampi di piacere, colpi di gong, battiti cardiaci accellerati.
Mi pare di morir d’arsura, terra ricoperta all’infinito da ossa di persone morte nel vano miraggio dell’acqua.
Ora la dolcezza delle tue dita diventa vento di supplizio fino a quando un ciclone si abbatte sulla mia carne calcinata mentre miliardi di lance liquide finalmente scendono a bagnarmi.
Grido sinistro, quasi di martirio, il mio, che tuttavia è quello della gioia,
della beatitudine, dell’estasi.
Purezza e sacralità del piacere.
Poi il mio respiro rapido si fa sempre più lento e sembra quasi cessare;
vorrei restare così per sempre, non più donna ma onda, lago, mare.
-Dove sei?-
Mi chiedi con quella tua strana esse strascicata, come un brivido lungo.
-Qui, sono tornata...-
e ti accarezzo i contorni del viso per assicurarmi che tu esisti davvero, nel mio tempo, vicino a me.

Vado avanti così,
lupa dall’andatura sghemba,
senza rete di protezione,
senza voltarmi indietro,
trascinandomi appresso sporche pesanti
ali d’angelo
e un tailleur bianco Dolce & Gabbana
-idea passeggera
d’un pittore nervoso-
che tu sfili con la facilità d’un bambino
-giochiamo a rubabandiera-
alla ricerca dell’onda perfetta
che non ha né inizio né fine
per cavalcarla
con una tavola molto speciale,
quella rotonda di Camelot.
Vado avanti così,
ballando il valzer a piedi nudi
sulle braci di un enorme camino,
sfinita dai troppi ricordi
che mi indeboliscono
-sono un angelo geneticamente modificato,
quelli come me, con ali sporche e stivali
di pelle lucida, hanno una lavagna vuota
al posto della mente-
stanca di sentirmi un codice binario,
perché qui, sulla terra,
siamo tutti dei codici binari, 01,
che parlano tra loro e fanno l'amore,
-a volte abbiamo perfino la presunzione di pensare insieme,
noi codici-.
Vado avanti così
per esser sempre la numero uno
baci barra abbracci
e tu giochi con me a rubabandiera
tanto la vita è fatta di piccole variazioni di gusto
passa dal dolciastro all’aspro
passsando per l’agrodolce.
E non basta mai, è sempre troppo corta,
troppo corta,
e l’inganno è che
-per quanto si divorino i giorni-
non se ne è mai sazi.
Probabilmente quell’onda che aspetto è solo
una leggenda,
ma ne sento già in bocca il sapore unico
mentre un brivido assurdo lungo la giugulare
mi spinge ad andare avanti ,
priva d’elmo e corazza,
senza un attimo di tregua, senza respiro,
con queste ali che diventano ogni giorno
più pesanti,
carne, sangue, ossa e tendini a legarmi
alla terra,
per impedirmi di volare...

Nel muschio argentato
tra le tue cosce brune
risplende l'oro di voglia.
Sei la Naiade nuda
del Canova
con il seno teso alla carezza
come una vela
mossa dal vento leggero
delle mie mani.
Giurano baci le labbra
nel dissennato sciogliersi
e nel crudele divorarsi.
Quando ti bevo
le tue gambe,
falene tremanti,
aprono e chiudono le ali
efelidate
attirate dalla luce
della mia bocca
che ingorda si nutre
del tuo oro di voglia,
rosa vermiglia
che non ha spine ma
solo gusto d'amore.
Arancia e mandorla amara

Questo è un racconto di guerra e la guerra non ha dita leggere e non profuma di rose. Pertanto consiglio agli animi sensibili di astenersi dalla lettura.
La guerra continuava, nonostante gli interventi delle cosiddette forze di pace, anzi la situazione peggiorava di giorno in giorno.
La fame mieteva tra la popolazione più vittime della peste nera; chi restava in vita nonostante le bombe, le rappresaglie, gli “errori” dei militari, imparava a sopravvivere, nonostante tutto.
In un pomeriggio grigio e freddo una jeep con quattro soldati arrancava per una mulattiera, tra le montagne spoglie; un deserto, da ore non incontravano né animali né uomini; erano diretti all’ultimo avamposto, vicino alla frontiera, una zona tranquilla in quell’inferno dove non si aggiravano neanche i lupi.
All’improvviso dopo una curva a gomito, si trovarono di fronte a delle rovine imponenti: colonne che ancora si ergevano verso il cielo, un arco semidiroccato con scritte romane e una specie di anfiteatro invaso da piante selvatiche, rovi ed erbacce di ogni genere.
I quattro soldati, Mark, John, Mat e Luke, erano dei cattivi soggetti: stupratori e assassini legalizzati. Per questo li avevano confinati in quelle lande desolate.
-Ehi, fermiamoci un attimo, ho il sedere quadro, a son di star seduto... mangiamo qualche cosa, beviamo e poi ripartiamo...-
propose John, accarezzando la bottiglia di bourbon infilata tra il sedile e la portiera.
Così fecero.
Rabbrividendo per il vento che si era levato, il vento dei Balcani, si avvicinarono ai ruderi e restarono a bocca aperta, soprattutto John, detto l’artista, per certi lavoretti in pelle umana che gli riuscivano alla perfezione.
E un poco artista lo era davvero.
L’antico arco, sotto il quale si ergeva una montagnola di rifiuti, era splendido; pareva impossibile che un tempo lì fosse esistita una città fiorente al posto di quell’assurdo silenzio cimiteriale.
Dopo essersi guardati in giro- neppure un uccello volava per aria- i quattro soldati si accomodarono sui ruderi e tirarono fuori dagli zaini scatolette di carne a fettine, altre di frutta sciroppata e lattine di coca-cola; ma si attaccarono subito alla bottiglia di bourbon di John, tanto per riscaldarsi.
Mat fu il primo a vedere sulla montagnola di detriti sotti l’arco la bambina.
Rimase per un attimo stupito a fissarla, poi:
-Ehi, guardate, abbiamo visite- disse agli altri tre, che stavan litigando per la bottiglia di liquore.
La ragazzina, che aveva dodici anni ma ne dimostrava di meno dato l’evidente stato di denutrizione, era alta e secca, con un vestito lacero che la scopriva più che coprirla, una giacca di colore indefinibile piena di buchi, a tracolla una sdrucita borsa di stoffa; teneva tra le mani un grosso bastone nodoso.
Aveva i capelli lunghi, ricciuti, incolti, legati malamente con uno spago.
Nel viso smunto e scuro, da zingara, brillavano due occhi verdi, allungati, occhi tartari, pensò Mat.
-E quella, da dove sbuca? qui intorno non c’è un’anima viva per chilometri...- chiese Luke.
La ragazzina, distante da loro una diecina di metri, fissava le provviste, con lo sguardo di un animale affamato: cibo, chiedeva solo cibo.
Allora Mark prese una scatoletta e fece per avvicinarsi a lei, che si ritrasse, scuotendo la testa.
Fu allora che cominciò il gioco crudele.
-Fagliela sospirare alla selvaggia la carne, dai , vediamo se riesci a farla avvicinare, così ci rendiamo conto se val la pena –sghignazzò John accendendosi una sigaretta-a quanto pare le facciamo schifo, se gli sguardi fossero pistole...saremmo già morti-
A queste parole gli occhi della bimba si fecero stretti, due fessure, quasi trattenesse le lacrime.
Ma lì davanti a lei c’era di che sfamarsi e poi non li temeva quei soldati, lei non aveva paura di nessuno...
Da un anno vagava per i monti, al freddo, sfuggendo le trappole di uomini e animali, mangiando di tutto, contendendo le radici ai cinghiali, rubando: non aveva mai cercato altri umani a cui chiedere ospitalità; era sola e tale voleva restare.
La sua famiglia era stata sterminata in un bombardamento aereo dai “liberatori”.
Un errore, naturalmente, deprecabile, ma in guerra succede, è il prezzo che da sempre paga l’innocente.
Odio.
Era tutto quello che le era rimasto e che l’aveva spinta a sopravvivere.
Da grande si sarebbe vendicata.
Mark cominciò a retrocedere con la mano tesa e la ragazzina, con cautela iniziò ad avanzare...
Improvvisamente l’uomo lanciò lontano da sè la scatola gridando:
-Via- e si mise a rincorrer la bambina che si era lanciata sulla preda..
L’agguantò per i capelli, spingendola brutalmente da una parte, afferrò la scatola e la lanciò di nuovo, questa volta dietro di sé.
Lei rialzatasi in un attimo riprese a correre, ansimando, ma inciampò nel bastone e cadde: il vestito sdrucito si sollevò sulle cosce magre e:
-Perdio- urlò Luke– è senza mutande...-
In un attimo i quattro le furono intorno : lei con una mano tentava di ricoprirsi, mentre con l’altra faceva roteare il bastone, soffiando come un gatto selvatico e mormorando parole incomprensibili.
Mark prese a sbottonarsi i pantaloni, sghignazzando, incitato dai compari che avevano fiutato lo stupro di gruppo.
Allora successe l’incredibile: la ragazza, raccolte le gambe sotto di sé , usandole come pistoni, inarcò la schiena e partì, centrando con un colpo tremendo nel basso ventre il soldato, che si stava abbassando verso di lei.
Lui si inginocchiò ululando dal dolore ... nell’attimo di sbigottimento che seguì, rapidissima, la ragazzina si alzò e spiccò letteralmente il volo, come un lampo scavalcò Mark per terra e sparì tra le rovine.
Gli altri tre la seguirono...ma fu tutto inutile, la vittima era scomparsa, volatilizzata.
E la scatola di carne con lei.
Passarono due anni.
I quattro balordi soldati caddero, insieme ad altri, in un’imboscata tesa loro dai guerriglieri del posto, che dopo essersi impossessati delle loro armi , se ne andarono, credendo di averli uccisi tutti.
Invece i quattro compari non erano ancora morti, moribondi, sì , ma non morti.
Si erano trascinati, terrorizzati, dissanguati, ma lucidi, l’uno accanto all’altro:Luke e Mark avevano solo metà della faccia e non riuscivano più a parlare, Matt vedeva fuoriuscire, da uno squarcio nel ventre, gli intestini.
John , stringendo i denti, trascinandosi dietro le gambe a pezzi, cercava di avvicinarsi a un cellulare, che qualcuno aveva perduto, e che pareva miracolosamente illeso.
All’improvviso un’ombra gli coprì il sole, mentre un piede, calzato da una vecchia scarpa legata con spago schiacciava senza pietà il telefono, l’ultima speranza per i moribondi.
Alzò gli occhi offuscati dal sangue e la vide, sopra di sé, scrutarlo con curiosità.
-Aiutaci..- implorò
Lei taceva. Allora , fissandola, la riconobbe, dagli occhi verdi , tartari, nei quali non lesse alcuna pietà: erano occhi vuoti, sordi.
Poi si accorse che la ragazzina delle rovine, che ora era cresciuta, non teneva più in mano un bastone, ma un coltello, di quelli grandi, da macellaio.
-Era buona, quella scatoletta di carne- disse lei lentamente in un inglese stentato- ma tu no, non buono; e ho bisogno di scarpe, e altro che voi avete-
Si inginocchiò e passò e ripassò sul viso del soldato terrorizzato la lama del coltello, poi gli afferrò i capelli, all’indietro, costringendolo a mostrarle il collo.
Lo guardò negli occhi mentre lo sgozzava: un taglio netto e preciso da un’orecchio all’altro.
Il sangue uscì gorgogliando e lo sguardo si fece vitreo.
Lei mormorò tra sé:
-Ora arrivo anche da voi, pazienza, lo so che siete ancora vivi, che mi state aspettando...- e la lingua slava volava in quel cielo di morte come una profezia.
Si avvicino a Mark e con un colpo gli aprì il cuore; poi fu la volta di Luke, che scannò, aprendolo dallo sterno al pene, come fosse un coniglio; rimaneva Mat, che la guardava, rassegnato, la mano premuta sugli intestini.
Girò il capo, offrendole il collo.
Ed ebbe la stessa morte di John, l’unico ad averla riconosciuta, per gli altri tre lei fu solo la morte che arrivava a liberarli.
Poi la ragazza, dopo aver ripulito per bene il coltello, sfilò ai quattro soldati le scarpe, rovistò tra i morti per veder se c’era qualche cosa da prendere e preparò un fagotto da portar via ; ma prima di andarsene, alzò la gonna di fronte a tutti quei cadaveri dicendo:
-Vedete , anche oggi son senza mutande-
E si allontanò.

se si decidesse a parlare
agli uomini?
Mi farebbe ridipingere l’universo
con dita rosse del mio sangue
di femmina
oppure
prima che la notte si addormenti
innamorata
per svegliarsi fottuta
mi lascerebbe tatuare sulle cosce
spalancate
del cielo
quei toni violenti
di carni spiegazzate?
Sfera perfetta
uomo/donna
divisa a metà tra il prendere
e il dare
Paparino mi ha fatta
per essere
il tuo incrollabile muro
di Berlino
l’odiato spettro delle tue
inibizioni
il più oscuro e proibito
dei tuoi desideri.
-Non provare ad abbattermi
noi siamo incollati schiena
contro schiena-
C’è chi passa la vita nel sogno
di essere libero
io sono nata libera
e posso permettermi di stare in ginocchio
tra le tue gambe
perché sono io il grande Nobodaddy
l’uomo/donna
quando mi prendo da sola
e trovo nel mio corpo i brillanti
purpurei colori
per ridipingere il mondo
con dita impiastricciate
che sanno di me.
Ora
amami come fossi un uomo,
mordimi le spalle,
dedichiamo questa notte
al rovescio della medaglia.
-Per essere la tua donna c’è tempo-
Credimi non è poi
così importante
-quando si scopa -
guardar negli occhi
chi non si ama.