

Sfiorato e nudo cuore di femmina
si fece all’improvviso tamburo
al ventre e alla gola,
aritmico in sistole e diastole,
nella fonda carezza del tuo sguardo.
Ricordi?
Cenammo all'aperto quella sera
sospesi sugli scogli d'ossidiana,
tra vasi di gerani cuore viola
e gialli grovigli di campanule,
protetti dai gelsomini fitti a mucchi
- incensi profumati di moschea -
e sontuose cardinalizie boungavillee
simili a lanterne rosse nell'aria
calda ed immobile.
Scavavo in silenzio
l’oro del melone
con il capo sfiorato
da una rondine marina in spola
tra il nido e la pineta.
Tra noiose storie di politica,
medicina, amori ed ovvietà,
spiandoti in silenzio tra le ciglia
adornavo per te i seni e il volto
di gioielli inesistenti
-guardami, sono la regina di Saba -
con innocentemalizioso garbo,
che ci faceva già complici
e mi esaltava.
Ora che la luce
non confondeva più gli aromi
del giardino,
riconoscevo i fiori respirandone
l'impalpabile nome, gli occhi chiusi,
il capo reclinato all'indietro
estranea ai vostri discorsi
fino a che il tuo odore,
forte e denso,
saturò l'aria,
consegnando ai miei gesti
un’incoerenza meccanica
d'insostenibile desiderio.
E all’improvviso
fu inganno acustico la tua voce
perché eri già su di me
a sfiorarmi come per caso il collo
con le labbra
mentre la tua mano
calda di febbre
frugava sotto la gonna...

Corri Zampa di
Giaguaro la foresta
ha mille lance
il fratello combatte il
fratello senza pietà
corri guerriero
fuggi dal dio dei morti
che beve sangue
fitta pioggia di frecce
urli, cadi,dolore
rialzati corri
dio verde di foresta
il tuo coraggio
per salvare la donna
che ti donerà un figlio
lei partorirà
sotto la pioggia sacra
corri guerriero
la salvezza nel cuore
più fitto degli alberi
guarda sul mare
velieri armati e croci
conquistadores
di una antica civiltà
già condannata a morte
Apocalypto (2006) scritto e diretto da Mel Gibson.
Grande film e grandissimo Mel che come regista- molto discusso- gode della mia più accesa simpatia.
Il film si apre con una frase dello storico-scrittore Will Durant: una grande civiltà non viene conquistata fino a quando non si distrugge da sola dal di dentro che è poi la tesi sostenuta da Gibson.
Così, quando nel 1518, gli spagnoli "conquistadores" sbarcarono per la prima volta su una spiaggia dello Yucatàn, per portare la nuova civiltà, i Maya avevano già compiuto buona parte del lavoro ed erano pronti a esser sopraffatti.. Gibson, creativo geniale, corregge così la tesi del paradiso naturalistico: in quel tempo l'Europa aveva il Rinascimento, i codici civili e la polvere da sparo; i Maya, al riparo da quel tipo di civiltà, non erano poi così felici.
Il giovane maya Zampa di Giaguaro vive dunque in modo primordiale: va a caccia, si diverte coi suoi amici, ha una moglie incinta e un bambino. Un giorno il suo villaggio viene assalito da una tribù più forte che ne fà strage. Insieme ad altri Zampa di Giaguaro, che riesce a nascondere la famiglia in una grotta sotterranea, viene portato in un villaggio lontano dove sarà sacrificato al dio del sole. Riesce a fuggire, inseguito dai nemici.
Una corsa lunghissima, che coinvolge e affanna lo spettatore grazie anche alle quattro cineprese dotate degli ultimi accessori in digitale usate in contemporanea dal regista.
Il guerriero uccide i nemici uno a uno, torna al suo villaggio, salva miracolosamente la famiglia: mentre si dirge con moglie e figli verso il cuore sicuro della foresta dall'alto di una collina vede due galeoni nella baia e alcune barche che si stanno avvicinando alla spiaggi :portano uomini con armi, insegne e croci.
Da ora in poi la foresta sarà la sua casa.
Mentre nella Passione Mel si era ritagliato molte possibilità di invenzione a cominciare dall'aramaico, qui adotta addirittura una antica lingua , il maya yucateco, parlato tutt’ora– il film è a sottotitoli- mentre i corpi nudi offrono un'opzione di violenza estrema e crudeltà perfettamente in linea con i riti religiosi e propiziatori maya di cui siamo a conoscenza.
Ricordo ancora la vegetazione umida e senza sole, nemica, e così folta che senti prima di vedere, ed è ormai tardi.
Apocalypto è un film molto importante. Per coraggio, per estetica e per forza in senso lato.
E’ stato ed è molto discusso.
Per me fa già parte della storia del cinema.
Perché Altman o Kubrick, tanto per nominar due grandissimi che stimo oltre modo, erano d'altra epoca, facevano "altro" cinema.
con Mel siamo nel dopo Matrix: cioè mille anni avanti, che nel cinema le rivoluzioni avvengono divorando il tempo.


La stella rossa sul basco
Hai ballato coi lupi, ma la tua morte
lascia aperte le porte del sogno.
Sei stato un uomo vecchio e pulito,
morto giovane, sepolto nell'antichità della tua breve storia coraggiosa,
ricca di sentimento, avara di spessore politico.
Eroe tragico perché smentito dai fatti,
l’ultimo dei romantici con tre C:
-Crane, Coeur, Cojones –come scrisse J.Cornier,
il tuo mito resiste grazie e soprattutto alle T-shirt
- la famosa fotografia di Korda,
la stella rossa sul basco, ti ha trasformato per sempre nel poster di te stesso-
alle canzoni che piacciono ai turisti,
ma il tuo personaggio e la tua vicenda
sono irripetibili
e improponibili nella loro arcaica spontaneità.
Oggi qualcuno scrive che tu puoi essere tutto per tutti, come la Coca Cola.
Ma le prigioni sono piene
di ex-giovani sepolti vivi nelle galere
che ti hanno voluto imitare
ignorando quello che hai scritto testualmente:
-Crediamo in tutta sincerità che il terrorismo
sia un'arma negativa, che non produce in alcun modo
gli effetti sperati -
Mi piace pensare che tu, mio Comandante, doc. Ernesto Che Guevara,
abbia finito col trovare un posto piccolo piccolo
dove consumare in pace
l'ingombrante memoria di te stesso,
nel cuore certamente grande
del tuo Dio.
La preghiera del Che(renga)
ascoltami dio
sono rimasto solo
e sto morendo
stessa sorte ci toccò
tradimento e inganno
in transumanza
guerriera sulla Sierra
divenni il Che
uguaglianza di vita
promessa di libertà
io ci credevo
dio ci credo ancora
non è la fine
non so quando né dove
ma il Che ritornerà
fa che si parli
di me che si ricordi
il Comandante
che non muoia l’amore
per sorella Libertà.
Hasta siempre comandante Che Guevara

Il serpente colpì.
Tutto teso nella sua spirale, la testa triangolare ad angolo acuto, il collo rigonfio, il corpo un unico muscolo in flessione, si eresse con improvvisa velocità e colpì, affondando i denti ricurvi nella carne morbida dell’avambraccio.
-Mangiami- implorò la donna- prendimi... divorami...-
Non sentiva quasi il dolore tanto era estasiata, ipnotizzata da quello che le stava succedendo.
Il Dio ricoperto di scaglie scintillanti voleva lei, perché lei era la prescelta.
Afferrò con le dita quel corpo duro, rigido, per avvolgerlo intorno al collo e alla testa, mentre il rettile colpiva di nuovo.
Sempre più vicino, colpo dopo colpo, un lampo luminoso dopo l’altro, arrivò a toccare con le labbra le scaglie laminate, i disegni brillanti lungo il dorso, mentre i denti d’avorio le entravano dentro più e più volte, trafitture gemelle nelle mani, braccia, spalle, seni.
Il grosso serpente mordeva metodicamente, senza fretta, deciso, eppur indolente.
La colpì sulla guancia, baciandola più volte e lei restituì l’amplesso, bacio dopo bacio, le labbra premute contro la carne ricoperta di scaglie, gemendo sommessa, senza avvertire alcun dolore.
Sospirando, godendo del contatto contro la pelle nuda, spinse l’animale verso il basso, lungo il ventre e l’addome, fino alle labbra rosee del sesso, umide di desiderio.
Lì si lasciò baciare a lungo e pianse di gioia: aveva catturato il dio, lui era dentro di lei.
Allora, nell’onda del piacere, percepì l’immenso potere che il suo corpo di femmina esercitava sulla divinità che aveva sempre adorato e seppe che in quello scontro mortale di estasi amorosa con il Serpente Piumato la vittoria sarebbe stata sua.
E quando lo ebbe amato e ne fu riamata, un morso dietro l’altro, lo gettò via con un grido trionfante e lo osservò sgonfiarsi, affievolirsi, mentre strisciando tornava nell’ombra da dove era venuto.
Poi la donna si lasciò andare contro gli antichi gradini di pietra, avvolta da un’unica vampata di calore; e mentre assaporava l’intenso profumo dei fiori, le palpebre si abbassarono languide sugli occhi che iniziavano a velarsi.
Intanto, sopra la sua testa, il vociare di minuscoli uccelli dai mille colori diventava assordante, nel caldo torrido.
-Loro sono la Sua corona splendente d’arcobaleni...- fu l’ultimo disfatto pensiero prima della fine.
La trovarono dopo due giorni: la carne, ormai in decomposizione, era chiazzata di verde e di giallo, i sinistri colori della divinità.
Aveva fori gemelli dappertutto e nessuno, da quelle parti, aveva mai visto una “Culebra Cascabel” colpire tante volte: un’orgia di morsi, dal viso, ai seni, alle cosce, al sesso.
Dissero che si era perduta nell’intricata foresta: ma che cosa era andata a fare quella strana signora bionda fin lassù?
Possibile che anche lei cercasse l’antico tempio dedicato a Quetzalcoatl, con l’altare sacrificale a forma di giaguaro dagli occhi di giada e grandi scalinate che si perdevano verso il cielo?
Ma era una leggenda per turisti, nessuno aveva mai trovato niente in quella giungla.
Eppure, se avessero guardato meglio tra l’intrico dei rami e del fogliame, avrebbero visto un cancello di pietra e una grande piattaforma sulla quale si ergono rozzi pilastri con sculture.
Da lì parte una scalinata con gradini dorati che porta chissà dove.
In questo grande tempio sommerso dalla giungla vive da sempre il Dio Serpente, con la corona di piume variopinte d’uccello, immerso nel verde, nascosto nell’ombra: si mostra solamente per contemplare il sole...


Una volta cominciavo le mie lettere d'amore
scrivendo
sai amore
era come prendere la rincorsa
per un salto nel vuoto
era un incipit
per rompere il ghiaccio.
Ora mi sento
veramente di ghiaccio
in questo freddo
che mi fa da madre,
e ti penso nei luoghi
più impensati
di quel paese in guerra,
magari allo Sheraton Hotel
di Bagdad
miracolosamente intatto,
con una ragazza
dai capelli nerissimi come i miei
abbronzato
come un forzato,
oppure qui, nel vicolo
che porta alla mia vecchia casa
dove giocavamo da bambini...
ma no, sei in qualche sperduto villaggio
di un altro mondo
nella polvere, in attesa,
a fumare
e a trastrullarti in pensieri d’amore,
che tengon lontana la morte
-pensa al mio corpo, a quanto ti voglio adesso,ora, qui,
e sarai salvo-
o forse mi sei vicino
magari a due passi
magari se guardassi dalla finestra potrei
indovinarti
dietro questa foresta
di aceri arrossati dal gelo.
Invece, gli occhi chiusi, i capelli sugli occhi
per non vedere la paura di perderti,
voglio pensare di
esserti quella sigaretta
per entrare e uscire
dalla tua bocca
aspirata
respirata
e gustata.
E non m’importa se dopo
finisco in cenere.
Sarò cenere, amore,
e fumo
e il tuo odore.


Der Blaue Engel, L’Angelo Azzurro, film di Josef von Sternberg, durata: h 1.47
Nazionalità: Germania 1930
Nei cinema :Agosto 1930
La trama: Un anziano professore si innamora della cantante Lola (Marlene Dietrich) che lavora al cabaret "L'Angelo azzurro". Riesce a sposarla per seguirla nelle tournée, affrontando vergogna e umiliazioni. Di ritorno due anni dopo all'"Angelo azzurro", dapprima si rifiuta di dare spettacolo davanti agli ex allievi, e poi si fa buttare nella strada dopo una scenata di gelosia. Andrà a morire nella sua vecchia scuola.
Il film ha una forza incredibile, un pathos che ammalia e seduce proprio come seduce la Dietrich, o le eroine "peccaminose" dei melodrammi.
Lola fu il personaggio che consacrò Marlene (nata il 27 dicembre 1901 a Berlino con il nome di Maria Magdalene Dietrich von Losch e morta il 6 maggio 1992 a Parigi) attrice famosa in tutto il mondo, una delle icone universali dell’eros.
Gambe, occhi, voce: per mezzo secolo, riassunta nei tre doni della sua fisicità, la diva è stata l'involucro diafano e fatato d'una pulsione femminea tanto più inquietante quanto più sotto la pelle affiorava la dura curva teutonica, il fondato sospetto dell'androginia.
Marlene fu, soprattutto, negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, una cassa-continua dell'immaginazione maschile e per le donne un allarme e non soltanto una canzonettista provocante che faceva bene il suo mestiere.
Incarnò, agli occhi d'una società perbenista tentata dal demone, la figura emaciata dell’unica vera strega Hollywoodiana, metà uomo e metà donna, la quale , serbata la voce della caverna, conduce alla più soave delle perdizioni con uno sguardo inafferrabile, con un languido fuoco.
Alternava abiti folli, guaine che nulla lasciavano all’immaginazione, piume di struzzo e di gallo, volpi e velette, a pantaloni impeccabili e lucido cilindro, per stilizzare la sua bisessualità nelle forme più estreme dell'artificio.
Marlene fu certamente il frutto di un'epoca torbida che si consegnava alle sfingi per capire se stessa,
di quando l'Europa esportava a Hollywood quell'immagine della propria perfetta indifferenza morale che all'America piaceva, perché vi avvertiva uno sfacelo che assolveva le sue crisi e consacrava la verità eversiva della natura.
Della Diva diceva Hemigwuay:
-Già con la sola sua voce potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo...-
A mio parere, a tanti anni di distanza, con il mio sentire, il fascino irresistibile di Marlene stava nella sua bisessualità, di cui del resto non faceva mistero.
Ora, l'erotismo, scrivono i dizionari, si distingue dalla pornografia per la "presenza di un vissuto emotivo": l'attesa, si potrebbe anche dire. Il crescendo del preludio, l'intelligenza dei sensi che si attiva e si mette in moto verso un orizzonte.
Ed è proprio questa atmosfera sospesa e intrigante con orizzonti infuocati a fare da sfondo che Marlene , attraverso la sua ambigua sessualità, riusciva a trasmettere.
La pubblicità del primo film hollywoodiano della diva, Marocco, diceva: "Marlene Dietrich, la donna che tutte le donne vogliono vedere".
Nel 1932 l’attrice conobbe la scrittrice e sceneggiatrice ispano-americana Mercedes de Acosta, amante di Greta Garbo. L'incontro avvenne durante un ricevimento, nella cucina della casa, dove Mercedes si era rifugiata piangendo perché - le disse - la Garbo la faceva soffrire. Marlene voleva consolarla e la invitò a cena a casa sua. Dopo pochi giorni le scriveva già lettere d'amore che cominciavano con "tesoro mio", firmate con "Il principe bianco". La relazione durò un anno: poi Marlene la lasciò.
Nell'estate del 1939, durante una vacanza sulla Costa Azzurra, s'innamorò da lontano, avvistandola sul suo yacht, dell'ereditiera americana Jo Castairs, che viaggiava per tutto il mondo in barca a vela. Ne nacque una breve relazione: pare che Jo fosse l'unica che potesse permettersi di chiamare Marlene "baby".
Nel 1923 Marlene Dietrich aveva sposato il regista Rudolf Sieber: un "matrimonio aperto" senza convivenza, dal quale tuttavia nasce l'anno dopo la sua unica figli