

Dimmi, non è assurdo, inconcepibile, che lui non sia qui, vicino a me, che in questo momento non lo possa baciare, accarezzare, eccitare ed eccitarmi con il suo odore, per portarlo con la bocca all'orgasmo e sentirlo venire nel ventre?
Che non gli possa permettere di saccheggiare tutto il mio corpo, dai seni, al sesso,al sedere, in modo da saziarlo della mia carne, quanto e come vuole?
Che non gli possa comprimere il fallo eretto tra i seni, per poterli poi pulire orgogliosamente del suo seme?
Perchè non c'è la sua lingua dentro di me, quando tanto disperatamente la voglio a penetrarmi con perizia, facendomi sussultare dal piacere?
Perchè non lo posso stendere sulla schiena, mordicchiargli i capezzoli, leccargli l'ombelico e prenderlo in bocca fino a farlo mugolare per l'eccitazione per salirgli sopra e permettergli di entrare lentamente dentro di me per cavalcarlo con furia fino ad abbattermi vinta sopra di lui?
... per poi scivolargli accanto e restare distesi, vicini, a parlare di qualsiasi cosa anche degli angeli con naturale confidenza, mentre gli accarezzo il sesso, piccolo e indifeso, giusto così, per un eccesso di vitalità?
Perchè non posso farlo finire nella mia bocca, in modo che il suo sapore penetrante mi rimanga sulla lingua, e qualunque cosa mangi per un po’ sappia di lui?
Perchè non posso porgergli i seni da baciare per guardarlo quando succhia i capezzoli con l'espressione di un lattante, a occhi chiusi, schioccando con gusto la lingua sul palato per poi avvicinare il mio sesso dai riccioli umidi alla sua bocca, affinchè lo rovisti e lo divori, fino a che per tutto il corpo si diffondono spasmi di contrazioni quasi insopportabili?
Perchè non posso appoggiargli le gambe sulle spalle e lasciarmi guardare da lui, aperta, in modo freddo, distaccato, scostando le mie labbra di femmina, ed è talmente vicino che ne avverto il respiro e vengo senza neanche aver bisogno della sua lingua?
Perchè non è qui, per mettermi a pancia in giù e disegnarmi con le unghie sulle natiche decorazioni simili a quelle delle uova pasquali, fino a farne zampillare piccole gocce di sangue?
Perchè non è qui, per stringermi e dirmi :
-Sai Fede, io non so stare con te e neppure senza di te; quando son lontano ti voglio da star male, quando sei con me ho paura di questo amore così lungo, di questa mia dipendenza carnale...-
Perchè non possiamo abbracciarci con la rabbia che è solo nostra sibilando tutte le parole morbose e volgari che conosciamo, parole che riempiono la bocca, per poi prenderci con pudore, quasi timidamente?
Perchè non posso svegliarmi accanto a lui, preparargli, nuda, una opulenta colazione, sventolando le tette sopra le tazze di cioccolato caldo e il pane tostato, per poi, seduti vicini, occhiaie gloriose a testimoniare una notte memorabile, parlare stancamente di golosità, quanto è buona la sacher, come la divoreremmo volentieri e alla fine, sazi, guardarci negli occhi, scoppiare a ridere e ricominciare a far l'amore...?
Ma questa volta con una normalità assoluta che ci è quasi estranea, al ritmo regolare di una posizione angelica e l'unica perversione è quella delle lingue che si toccano.
Un far l'amore che dura a lungo, ma non è faticoso, non siamo mai stati così vicini, ci tocchiamo coi corpi così intimamente da lasciare tra noi uno spazio tanto esiguo che non riusciamo a farci passare una mano per accarezzarci, un far l'amore in cui si insinuano movimenti convulsi solo poco prima di raggiungere il piacere.
Perchè, perchè, perchè... sono stanca di pensare, potrei accarezzarmi, ma non voglio far l'amore da sola, io voglio lui e le sue dita non le mie, voglio la sua lingua e il suo sesso e da questo desiderio le mie mani non riusciranno davvero a liberarmi.
Domattina avrò di nuovo tutto sotto controllo, ma intanto, dimmi, non è assurdo, inconcepibile, che io non possa....

Non la rugiada che scivola tra i miei seni
accarezzati dalle tue dita affamate,
non la calda resina che cola dai miei fianchi
esasperati,
non la mia voglia adesso comanda
ma la tua durezza che con fragili dita
percorro
e in morbide umide labbra
accolgo.
La tua voce mi implora:
ti regalo il miele di un orgasmo
gridato
con voce scomposta di torrente.
A my corazòn occulto


Sepùlveda, in "Diario di un killer sentimentale", racconta di una ragazzetta che innamoratasi del killer-protagonista, uomo esperto d'armi e di letto, si trasforma, in poco tempo, in una donna affascinante.
E diventa la sua gran fica francese.
Killer a parte, anche a me è successo qualche cosa di molto simile.
Una straordinaria (in tutti i sensi) avventura durata un anno.
In quell'anno con te
divenni donna:
fiorirono i miei fianchi
pieni del tuo calore
mentre lo sguardo si scioglieva
astuto
nelle molteplici esigenze
del piacere.
I seni si riempirono
spavaldi
ammiccando gloriosi
verso il cielo.
Mi sedusse
il frusciar della seta
sulla pelle
nel sortilegio delle scarpe
rosse
lucenti d’incanto e di fattura
[appuntite lame i tacchi
che poi ti avrebbero pugnalato
al cuore]
mentre
in delirio d'infantile
onnipotenza
ti rubavo la vita
se pur con labbra
poco esperte.
Ho fatto davvero un passo avanti
[allieva diligente
alla tua scuola ]
da bambina
a gran fica,
con un'anima in bilico
tra una bontà impietosa
e una malvagità innocente.

Il rogo devasta e inghiotte l'edificio dall'interno, provocando il crollo di tutto ciò che tocca.
Scendo dalla macchina e mi avvicino fin dove me lo consentono i vigili del fuoco, abbastanza da sentire l'enorme calore vibrare nell'aria; rapita, osservo la deliziosa opera di distruzione, l'edificio che viene stuprato dalle fiamme, desiderando di essere consumata anche io così, di venir ridotta a un mucchietto di cenere e pietrisco.
Consumata dal fuoco.
Da un uomo.
Da un desiderio tanto forte da sventrarmi, bruciarmi, divorarmi.
-Calore- sussurro, e quello che pronuncio è al tempo stesso una preghiera e una supplica.
L'altro giorno, a cena con un'amica, comincio a parlarle del calore, delle sensazioni che mi fa provare, dell'uomo che me l'ha messo addosso; ma lei, scuotendo la testa mi dice :
-Non so di che parli, non ho mai provato quel genere di sensazioni, sei sicura di sentirti bene? -
Sono ancora stupita dalle sue parole; è come se mi avesse confidato di essere daltonica, di non poter vedere le ricche sfumature del cremisi, del viola o dell'indaco, oppure i colori dell'ambra e della giada, ma solo una monotona serie di sfumature del grigio.
Il calore...mi chiedo come sia possibile vivere senza provare questa incredibile sensazione di entrare in stretto contatto con una entità viva ed elettrizzante, che
agisce su di me come una droga in parte allucinogena, in parte velenosa.
La mente divaga.
Il corpo langue, ma non cade perché è sostenuto dalla lussuria che comincia a scorrere nelle vene e a dare tono ai muscoli, scatenando le sinapsi in una frenesia simile a una raffica di orgasmi, mentre il fuoco si espande dal ventre e scende verso le cosce, che iniziano a schiudersi come le valve di un mollusco nell’atto del respirare.
E' molto tempo che il mio corpo non brucia più, sento che il cuore sta iniziando a congelarsi, mi sto rinsecchendo, sono arida e fredda, piena di dolori; inutile guardare gli uomini che mi passano accanto: sono dozzine, centinaia, di ogni forma e stazza, più o meno belli, ma so già che i loro sessi non saprebbero risvegliare in me altro che frustrazione e sofferenza.
Il mio desiderio è per ciò che ho provato in passato, quel calore impetuoso che distrugge, consuma l'anima e scioglie il cuore fino a renderlo liquido e farlo scorrere in onde scarlatte e bollenti verso il basso, a concentrarsi nel mio cuore di femmina.
Ultimamente sogno il fuoco che prende le sembianze di un uomo; si cala su di me fiammeggiante e impetuoso, ruggendo e serrandomi tra le braccia per baciarmi.
Poi mi sveglio e mi ritrovo sola nel mio letto.
Sento, nell'altra stanza in fondo al corridoio, il rumore delle tue dita che battono incessanti sulla tastiera; l'austero e celebre scrittore sta creando il suo ultimo capolavoro.
Dio mio, come siamo arrivati a questo punto ? Come siamo potuti diventare così freddi, noi che ardevamo? Il calore io l'ho scoperto con te: un furioso desiderio divampò tra noi appena ci incontrammo, tanto da restare inceneriti dall'improvvisa vampata che ci fece abbandonare il lavoro e gli amici, per ritirarci dal mondo esterno e chiuderci in un universo di nostra creazione.
Fu allora che tu ti allontanasti da me, dicendo che lo scrivere era incompatibile con questa passione che ti toglieva lucidità, che il sesso estremo in cui ti coinvolgevo
ci trasportava in zone d'ombra e di pericolo fisico e psichico, nemici sicuri della tua arte.
Così io cominciai a desiderare le carezze delle fiamme.
Ma stanotte ti vengo a trovare nello studio: sei sempre lì, davanti al tuo Apple , anche se l’ora è tarda.
-Oggi è successa una cosa stranissima- racconto, guardandoti negli occhi - ho rimorchiato un uomo, in un bar, siamo andati in un motel, abbiamo fatto l’amore, e non riuscivo neanche a ricordarmi il suo nome; non gli ho neppure chiesto di usare il profilattico... -
Tu mi guardi, assente e poi:
-Se pensi di eccitarmi o ingelosirmi o farmi incazzare con la tua promiscuità ti sbagli, mi dai solo il voltastomaco-
Mi appoggio allo stipite, strofinandoci contro un fianco in modo da far risalire la gonna del vestito di pelle nera, che è già corta: ti accorgi che non ho gli slip e il tuo sguardo si fa cupo, lo so che vorresti allungare una mano, ne sono sicura; invece chini di nuovo la testa sul portatile e dici:
-Basta, me ne vado, è finita davvero, esci da questa stanza-
Io mi avvicino rapida alla scrivania, ti vengo accanto e poso una mano sul tuo sesso eccitato: ne sento il calore attraverso i pantaloni, e quel calore si trasmette a me, mentre onde rosse di desiderio mi passano davanti agli occhi.
Ma tu scosti la mano, con impazienza, e ripeti:
- Vattene-.
-D'accordo, me ne vado, ma mi desidererai tanto da non riuscire più a scrivere, questa notte. M'immaginerai tra le braccia di quello sconosciuto e mi vorrai a tal punto da volermi uccidere -
Rimango stupita da quello che ho detto, ho pronunciato un incantesimo, una fattura, a cui tu non dai ascolto e continui:
-Domani, me ne andrò domani, dopo aver dormito qualche ora-
Una volta il nostro amore bruciava con feroce intensità; come può un uomo preferire una nuova musa, una nuova amante a una cosa tanto grande?
Come fai a essere così freddo, glaciale, insopportabile?
Allora, verso la mattina, mentre tu russi- hai bevuto per avere il coraggio di lasciarmi- ritorno nella tua stanza, cospargo di benzina i manoscritti, i libri e i giornali che giacciono sparpagliati in giro, poi indietreggio di un passo, accendo un fiammifero e lo getto a terra.
Subito le fiamme si ergono maestose dal pavimento, tu ti svegli, balzi in piedi urlando e mi vedi per un istante, prima che io ti chiuda la porta in faccia.
Avverto i tuoi colpi e il calore che mi sta investendo, le tue grida, forse urli il mio
nome; allora mi ritraggo e spalanco la porta: all'interno della fornace c'è un uomo fatto di fiamme turbinanti, una trottola incendiata e impazzita.
Osservo il terribile spettacolo, il ballo agonizzante e mi rendo conto che dentro di me sento ancora il ghiaccio.
Capisco che in questo mondo nulla potrà più scaldarmi.
Tranne le fiamme.
Non riesco a sopportare il freddo un istante di più.
Mi lancio oltre la soglia della stanza e mi getto tra le braccia dell'uomo fatto di fuoco.
Lo voglio sentire dentro di me.
Ora.
.

Vado avanti così,
lupa dall’andatura sghemba,
senza rete di protezione,
senza voltarmi indietro,
trascinandomi appresso sporche pesanti
ali d’angelo
e un tailleur bianco Dolce & Gabbana
-idea passeggera
d’un pittore nervoso-
che tu sfili con la facilità d’un bambino
-giochiamo a rubabandiera-
alla ricerca dell’onda perfetta
che non ha né inizio né fine
per cavalcarla
con una tavola molto speciale,
quella rotonda di Camelot.
Vado avanti così,
ballando il valzer a piedi nudi
sulle braci di un enorme camino,
sfinita dai troppi ricordi
che mi indeboliscono
-sono un angelo geneticamente modificato,
quelli come me, con ali sporche e stivali
di pelle lucida, hanno una lavagna vuota
al posto della mente-
stanca di sentirmi un codice binario,
perché qui, sulla terra,
siamo tutti dei codici binari, 01,
che parlano tra loro e fanno l'amore,
-a volte abbiamo perfino la presunzione di pensare insieme,
noi codici-.
Vado avanti così
per esser sempre la numero uno
baci barra abbracci
e tu giochi con me a rubabandiera
tanto la vita è fatta di piccole variazioni di gusto
passa dal dolciastro all’aspro
passsando per l’agrodolce.
E non basta mai, è sempre troppo corta,
troppo corta,
e l’inganno è che
-per quanto si divorino i giorni-
non se ne è mai sazi.
Probabilmente quell’onda che aspetto è solo
una leggenda,
ma ne sento già in bocca il sapore unico
mentre un brivido assurdo lungo la giugulare
mi spinge ad andare avanti ,
priva d’elmo e corazza,
senza un attimo di tregua, senza respiro,
con queste ali che diventano ogni giorno
più pesanti,
carne, sangue, ossa e tendini a legarmi
alla terra,
per impedirmi di volare...

Che cosa mai mi avrà attirato in questo pub, non lo so.
Forse l’insegna con quell’occhio cieco della U fulminata al centro.
Masquenada: più che niente anzi meglio che niente; un locale che mi calza come un guanto, per come mi sento.
Ogni tanto mi capitano serate come questa in cui non mi trovo più, e l’unico desiderio che ho è quello di annullarmi completamente.
Allora divento vulnerabile, aperta a ogni offesa, da buttar via, insomma.
E lo faccio, di buttarmi via.
Comincio con il girare a tarda ora per i bar e i pub della città vecchia, entrando in vicoli maleodoranti, scoprendo spesso una fauna che alla luce del sole non incontrerei mai.
Mi siedo a un tavolino oppure al bancone e qualche volta rimorchio un uomo che poi mi scopo fuori, appoggiata al puzzolente muro di un vicolo oppure che costringo a inginocchiarsi di fronte al me, alle mie gambe aperte, sotto la luce malferma di un lampione.
Naturalmente ricambio il servizio.
Il piacere che raggiungo è acuto, tanto improvviso e intenso da lasciarmi senza fiato e stranamente spossata.
So di rischiare molto in tutti i sensi ma considero queste mie sortite anomale come una specie di necessario rito di purificazione che passa attraverso la cosciente degradazione di me stessa.
Per poi rinascere.
Infatti non provo né paura né vergogna, solo un senso di gratificante abbandono totale.
Il perché di tale comportamento non chiedetemelo, forse un collega psichiatra lo saprebbe spiegare, se solo lo interpellassi.
Così son finita in questo pub, che ho trovato perdendomi in un dedalo di vicoli vicino al porto.
Aria bassa, densa di fumo e di birra, rari clienti per lo più maschi, seduti al bancone a ai tavoli.
E’ tardi, quasi mezzanotte.
Appena entrata mi trovo puntati addosso gli sguardi di tutti: è una calamita per gli occhi una ragazza sola a quell’ora con le gambe lunghe in mostra, i seni grandi che a malapena resistono compressi dentro la canotta bianca, i capelli arruffati e un viso infantile e senza trucco a cui fa violenza un corpo vistoso.
Ma so che cosa crea maggior scompiglio tra i maschi del pub: è quell’odore di nudità assoluta che mi porto in giro come un mantello ad avvolgermi tutta, quell’eccitante aroma di femmina da predare senza difficoltà, perché già se ne fiuta a distanza la resa senza condizioni.
Mi siedo a un tavolo, in fondo, vicino alla parete e mi guardo intorno: in verità non noto nessuno.
Sono così stanca, vediamo chi si verrà a sedere qui, vicino a me questa notte, a chi toccherà l’onore di sbattermi contro un muro oppure di accoltellarmi se ne avrà voglia...
O magari di sputtanarmi, se mi riconoscesse....
Per ora nessuno si muove.
Ordino una birra che assaggio appena perchè sono astemia, intingo un dito nel liquido e inizio a tracciare ideogrammi di spuma sul legno sporco del tavolo.
E poi ...arrivi tu.
Sento la tua presenza vicina, alzo gli occhi e ti vedo: alto, il viso tondo, gli occhi color delle castagne.
-Ciao, mi chiamo Francesco, posso sedermi con te ?- chiedi con una voce neutra e ti accomdi senza aspettare una mia risposta.
-Angelica- mento io, ogni volta un nome nuovo, chiaramente falso.
-Angélique, la marquise des anges...- mormori
-Ma guarda stavolta mi è toccato un intellettuale, vedi un po’-
penso tra me sorridendo ironicamente e mi sporco le labbra con un niente di spuma di birra.
Tu cominci a parlare in fretta, accumulando domande che restano lì per aria come punti interrogativi, naturalmente mi chiedi come sono capitata al Masquenada e credi alla mia risposta vaga, o fai finta di crederci.
E io scopro subito che sei un poeta.
Forse ti sei accorto di avere di fronte una donna che è l’unica passeggera di una nave senza timone, hai intuito che cosa non sto cercando, sarà per questo che le tue parole sono così dirette, accuratamente scelte e la tua voce che si abbassa di tono, tanto persuasiva?
Mi parli con amore della tua città che conosco benissimo ma mi guardo bene dal dirtelo, delle sue origini romane, racconti della tua passione, la vela, della barca che tieni sul lago, mentre accendi una sigaretta dietro l’altra e bevi birra, lentamente, a piccoli sorsi, per permettere alla tua voce di prender respiro.
Tu componi poesie, Francesco, ne sono sicura, dimmi ne scriveresti una per me?
Quasi avessi ascoltato il mio pensiero allunghi una mano a sfiorare la mia.
Intuisco che ti è costato molto osare questo approccio con la donna sconosciuta e strana che sta lì di fronte a te ascoltandoti con attenzione dapprima finta ora reale, mentre la voglia di spalancare le gambe per far vedere a tutti che non porta mutandine non la tortura più da quando tu sei arrivato a tenerle compagnia.
L’hai capito questo Francesco?
Ti guardo sorridendo e improvvisamente sento che ti voglio, desidero che tu mi tocchi lì tra le cosce dove sento salire il ben noto calore, forse sto elemosinando un poco di affetto oppure ho voglia di donarne o ancora mento a me stessa, non so, ma:
-Vieni a sederti qui, vicino a me- mormoro
Ormai sono quasi le tre di notte, il locale è semivuoto.
Tu ubbidisci, guardandomi in viso, fissando le mie pupille vacue, in cui non ti riesce di rifletterti.
Quando mi sei accanto ti faccio avvicinare prendendoti una mano che poso sulla coscia mentre apro legambe.
Appoggio la testa all’indietro sul legno sporco e sento la tua mano salire dapprima timida poi farsi più audace fino ad arrivare all’inguine, mentre ti accosti ancor più al mio fianco, guardandoti inquieto attorno, nel timore che qualcuno si accorga di noi.
Anche se accadesse ora non me ne importerebbe nulla.
Quando ti accorgi che non indosso slip e le tue dita toccano le mie labbra di femmina accuratamente depilate ti scosti d’un colpo come se ti fossi scottato.
-Continua- mormoro e tu ubbidisci.
Le tue dita mi accarezzano, penetrano, premono, stringono: sei bravo Francesco.
Mi appoggi il viso sul collo e cominci a baciarmi, leccarmi, una cosa che mi fa impazzire di piacere.
Intanto con una mano mi circondi la spalla e con l’altra seguiti a blandire quel sesso morbido e caldo di donna in amore seguendo il movimento a forbice delle mie cosce.
Ora le tue labbra sono sulla mia gola, sento i capelli morbidi solleticarmi il mento.
Scosto la canotta e ti porgo un seno come fosse un frutto maturo scuro e lucido da gustare sulla mia mano.
Tu ti abbassi attaccandoti al capezzolo come un bimbo goloso.
Con un gemito mi inarco contro il legno mentre il mio orgasmo ti bagna la mano che istintivamente immergi ancora più dentro di me.
Tutto è successo in pochi minuti.
Quando ritorno sulla terra e riapro gli occhi ti sorrido e ti tocco: sotto i pantaloni il sesso teso è pronto per me.
-Usciamo- ti sussurro nell’orecchio.
E siamo fuori, nel vicolo deserto, stravolti.
Ci rotoliamo contro i muri sudici baciandoci furiosamente poi all’improvviso staccandomi da te e senza curarmi dello sporco mi inginocchio per terra ai tuoi piedi.
Tenti di rialzarmi, mormorando:
-No, non così-
Ma non serve, il rito deve essere portato a termine, non lo vuoi un po’ d’amore Francesco?
Ti apro i pantaloni con dita svelte e ti prendo in bocca, assaporando la tua carne, il tuo odore acidulo, mentre ti accarezzo il ventre e ti artiglio i fianchi per prenderti tutto.
Tu gemi e non ci metti molto a venire, me lo sussurri, forse le ragazze con cui vai non vogliono ingoiare il tuo seme, ma io sì, io voglio berti, gustarti, farti diventare parte di me, il mio pasto nudo.
Ti succhio golosamente fino all’ultima goccia.
Poi appoggio la guancia al tuo pene, accarezzandoti le cosce.
-Ma chi sei veramente Angelica?-mi chiedi, le mani a frugarmi i capelli.
-Una regina- rispondo io rialzandomi- una regina che ha perso il trono, ma solo per una notte-

[Tu]
puoi chiedermi in cambio
anche l’anima,
quando,
in ginocchio
tra le mie cosce,
convulse le mani a inchiodarmi
i fianchi,
passi e ripassi
implacabile
la lingua
sulla piccola
arsa collina
tra le labbra calde
saporose di femmina
per raccogliere,
nell’ultimo grido,