

Il serpente colpì.
Tutto teso nella sua spirale, la testa triangolare ad angolo acuto, il collo rigonfio, il corpo un unico muscolo in flessione, si eresse con improvvisa velocità e colpì, affondando i denti ricurvi nella carne morbida dell’avambraccio.
-Mangiami- implorò la donna- prendimi... divorami...-
Non sentiva quasi il dolore tanto era estasiata, ipnotizzata da quello che le stava succedendo.
Il Dio ricoperto di scaglie scintillanti voleva lei, perché lei era la prescelta.
Afferrò con le dita quel corpo duro, rigido, per avvolgerlo intorno al collo e alla testa, mentre il rettile colpiva di nuovo.
Sempre più vicino, colpo dopo colpo, un lampo luminoso dopo l’altro, arrivò a toccare con le labbra le scaglie laminate, i disegni brillanti lungo il dorso, mentre i denti d’avorio le entravano dentro più e più volte, trafitture gemelle nelle mani, braccia, spalle, seni.
Il grosso serpente mordeva metodicamente, senza fretta, deciso, eppur indolente.
La colpì sulla guancia, baciandola più volte e lei restituì l’amplesso, bacio dopo bacio, le labbra premute contro la carne ricoperta di scaglie, gemendo sommessa, senza avvertire alcun dolore.
Sospirando, godendo del contatto contro la pelle nuda, spinse l’animale verso il basso, lungo il ventre e l’addome, fino alle labbra rosee del sesso, umide di desiderio.
Lì si lasciò baciare a lungo e pianse di gioia: aveva catturato il dio, lui era dentro di lei.
Allora, nell’onda del piacere, percepì l’immenso potere che il suo corpo di femmina esercitava sulla divinità che aveva sempre adorato e seppe che in quello scontro mortale di estasi amorosa con il Serpente Piumato la vittoria sarebbe stata sua.
E quando lo ebbe amato e ne fu riamata, un morso dietro l’altro, lo gettò via con un grido trionfante e lo osservò sgonfiarsi, affievolirsi, mentre strisciando tornava nell’ombra da dove era venuto.
Poi la donna si lasciò andare contro gli antichi gradini di pietra, avvolta da un’unica vampata di calore; e mentre assaporava l’intenso profumo dei fiori, le palpebre si abbassarono languide sugli occhi che iniziavano a velarsi.
Intanto, sopra la sua testa, il vociare di minuscoli uccelli dai mille colori diventava assordante, nel caldo torrido.
-Loro sono la Sua corona splendente d’arcobaleni...- fu l’ultimo disfatto pensiero prima della fine.
La trovarono dopo due giorni: la carne, ormai in decomposizione, era chiazzata di verde e di giallo, i sinistri colori della divinità.
Aveva fori gemelli dappertutto e nessuno, da quelle parti, aveva mai visto una “Culebra Cascabel” colpire tante volte: un’orgia di morsi, dal viso, ai seni, alle cosce, al sesso.
Dissero che si era perduta nell’intricata foresta: ma che cosa era andata a fare quella strana signora bionda fin lassù?
Possibile che anche lei cercasse l’antico tempio dedicato a Quetzalcoatl, con l’altare sacrificale a forma di giaguaro dagli occhi di giada e grandi scalinate che si perdevano verso il cielo?
Ma era una leggenda per turisti, nessuno aveva mai trovato niente in quella giungla.
Eppure, se avessero guardato meglio tra l’intrico dei rami e del fogliame, avrebbero visto un cancello di pietra e una grande piattaforma sulla quale si ergono rozzi pilastri con sculture.
Da lì parte una scalinata con gradini dorati che porta chissà dove.
In questo grande tempio sommerso dalla giungla vive da sempre il Dio Serpente, con la corona di piume variopinte d’uccello, immerso nel verde, nascosto nell’ombra: si mostra solamente per contemplare il sole...
