
Ha ballato coi lupi ma la sua morte lascia aperte le porte del sogno...Per ascoltare la brava e bella nathalie cardone spegnere la musica... a destra sotto i ballerini di tango.

Il serpente colpì.
Tutto teso nella sua spirale, la testa triangolare ad angolo acuto, il collo rigonfio, il corpo un unico muscolo in flessione, si eresse con improvvisa velocità e colpì, affondando i denti ricurvi nella carne morbida dell’avambraccio.
-Mangiami- implorò la donna- prendimi... divorami...-
Non sentiva quasi il dolore tanto era estasiata, ipnotizzata da quello che le stava succedendo.
Il Dio ricoperto di scaglie scintillanti voleva lei, perché lei era la prescelta.
Afferrò con le dita quel corpo duro, rigido, per avvolgerlo intorno al collo e alla testa, mentre il rettile colpiva di nuovo.
Sempre più vicino, colpo dopo colpo, un lampo luminoso dopo l’altro, arrivò a toccare con le labbra le scaglie laminate, i disegni brillanti lungo il dorso, mentre i denti d’avorio le entravano dentro più e più volte, trafitture gemelle nelle mani, braccia, spalle, seni.
Il grosso serpente mordeva metodicamente, senza fretta, deciso, eppur indolente.
La colpì sulla guancia, baciandola più volte e lei restituì l’amplesso, bacio dopo bacio, le labbra premute contro la carne ricoperta di scaglie, gemendo sommessa, senza avvertire alcun dolore.
Sospirando, godendo del contatto contro la pelle nuda, spinse l’animale verso il basso, lungo il ventre e l’addome, fino alle labbra rosee del sesso, umide di desiderio.
Lì si lasciò baciare a lungo e pianse di gioia: aveva catturato il dio, lui era dentro di lei.
Allora, nell’onda del piacere, percepì l’immenso potere che il suo corpo di femmina esercitava sulla divinità che aveva sempre adorato e seppe che in quello scontro mortale di estasi amorosa con il Serpente Piumato la vittoria sarebbe stata sua.
E quando lo ebbe amato e ne fu riamata, un morso dietro l’altro, lo gettò via con un grido trionfante e lo osservò sgonfiarsi, affievolirsi, mentre strisciando tornava nell’ombra da dove era venuto.
Poi la donna si lasciò andare contro gli antichi gradini di pietra, avvolta da un’unica vampata di calore; e mentre assaporava l’intenso profumo dei fiori, le palpebre si abbassarono languide sugli occhi che iniziavano a velarsi.
Intanto, sopra la sua testa, il vociare di minuscoli uccelli dai mille colori diventava assordante, nel caldo torrido.
-Loro sono la Sua corona splendente d’arcobaleni...- fu l’ultimo disfatto pensiero prima della fine.
La trovarono dopo due giorni: la carne, ormai in decomposizione, era chiazzata di verde e di giallo, i sinistri colori della divinità.
Aveva fori gemelli dappertutto e nessuno, da quelle parti, aveva mai visto una “Culebra Cascabel” colpire tante volte: un’orgia di morsi, dal viso, ai seni, alle cosce, al sesso.
Dissero che si era perduta nell’intricata foresta: ma che cosa era andata a fare quella strana signora bionda fin lassù?
Possibile che anche lei cercasse l’antico tempio dedicato a Quetzalcoatl, con l’altare sacrificale a forma di giaguaro dagli occhi di giada e grandi scalinate che si perdevano verso il cielo?
Ma era una leggenda per turisti, nessuno aveva mai trovato niente in quella giungla.
Eppure, se avessero guardato meglio tra l’intrico dei rami e del fogliame, avrebbero visto un cancello di pietra e una grande piattaforma sulla quale si ergono rozzi pilastri con sculture.
Da lì parte una scalinata con gradini dorati che porta chissà dove.
In questo grande tempio sommerso dalla giungla vive da sempre il Dio Serpente, con la corona di piume variopinte d’uccello, immerso nel verde, nascosto nell’ombra: si mostra solamente per contemplare il sole...


A Lucca tutti conoscono la leggenda di Lucida Mansi , la Bella degli specchi, che dal lontano 1600 ancor oggi torna in certe notti a visitar la sua città natale transitando, bellissimo fantasma, nella sua carrozza nera e dorata sulle mura antiche per poi finire a immergersi nel piccolo lago dell’Orto Botanico , in un terreno maledetto che un tempo fu il luogo di sepoltura di giustiziati, eretici e appestati.
Si dice che a volte sia possibile scorgere il perfetto corpo nudo di Lucida riflettersi, come in un specchio, nell’acqua del laghetto.
E’estremamente difficoltoso individuare un personaggio effettivamente vissuto con questo nome. In effetti ci fu tra gli antenati dei Mansi una certa Lucida Saminiati o Sanminiati, nata nel 1606 e andata in sposa poco più che bambina a un tal Vincenzo Diversi che morì poco dopo il matrimonio assassinato per una lite di confine.
La giovane meno che ventenne, contrasse nuovamente matrimonio con il nobile quarantenne Gaspare di Nicolao Mansi , che presto la restituì al suo stato di vedovanza.
Morì di peste nel 1649.
Di lei non si altro.
Eppure tutte le leggende contengono sempre un briciolo di verità...
Chi fu veramente la Bella degli Specchi?
Lucida visse a Lucca nel 1600, un secolo carico di ori , velluti , sete , stucchi che incorniciavano e adornavano la carne.
I Mansi, famiglia conosciutissima non solo in città ma in tutta l’Europa dell’epoca, era assai danarosa: operava nella mercatura della seta.
Pertanto Lucida, rimasta vedova di Gaspare Mansi appena ventiduenne, si trovò libera e padrona di palazzi, ville e castelli.
Era bellissima: folti e crespi i capelli ramati, scuri gli occhi, bianche le carni, perfetto l’ovale del viso, lunghe e snelle le membra.
Celebrò la morte del consorte adottando un lutto strettissimo: avvolta in quel nero sontuoso appariva ancora più snella e l’aria sofferente aggiungeva al suo fascino un alcunché di torbido, come se portasse a spasso la morte con intima e innaturale gioia.
Ora era libera di guardarsi attorno, anche attraverso i veli: si accorse dell’ammirazione che destava negli uomini, sposati o liberi che fossero, anche per la sua nuova condizione di ricca vedovanza.
Così cominciò a rimirarsi più attentamente di quanto mai avesse fatto in passato e si rapì in sé stessa.
Una gioia come un vento le liberò l’anima quando iniziò ad amoreggiare con gli specchi.
I saloni di Palazzo Mansi risplendevano di sete e damaschi viola, i candelabri gonfi di cristalli illuminavano la bella nel suo scuro languido incedere.
Ma la sua stanza, il suo regno, Lucida la volle particolare, adorna dei suoi nuovi amori: specchi di ogni foggia e misura ne riempirono le pareti, anche il soffitto del letto a baldacchino divenne un enorme superficie riflettente dove la splendida donna, nuda, adagiata in ogni posa, poteva rimirarsi a suo piacere.
Fu naturale il voler scoprire se anche negli occhi di un uomo poteva ritrovarsi così bella.
Chiamò alla Villa il primo amante a cui presto ne seguirono altri.
Gli appetiti di quel corpo giovane e desiderabile, probabilmente disattesi dai consorti, reclamavano di esser saziati , ora che la Bellezza, perduta in sé stessa, esigeva continui tributi.
Nel Seicento le funzioni religiose erano fitte e dense di incensi e paramenti sacri pesanti di scintillanti pietre e ori.
Lucida era devotissima, nonostante le voci che già correvano in mormorii sotterranei su di lei. Entrata in Chiesa, bagnate le dita nell’acquasantiera, si segnava, tra il popolo che si inchinava al suo passaggio, per dirigersi poi alla poltrona di famiglia vicino all’altar maggiore.
Devota, sorreggeva il libro nero della Messa, assorta; ma come suonava il primo campanello, al Sanctus, una gioiosa luce la illuminava; cominciava allora a sfogliar febbrilmente le pagine e quando si accorgeva che una ne mancava, fermava le mani in attesa del campanello dell’Elevazione.
Allora , mentre tutti piegavano la fronte in timorosa riverenza, Lucida apriva il suo tabernacolo,
lo specchio che aveva sostituito a una pagina del libro e si contemplava inebriata.
Nel Seicento la gloria della stirpe e il danaro erano il potere assoluto a cui tutti sottostavano.
Eppure le voci sulla fame sessuale e sulla crudeltà della bellissima Lucida circolavano ormai con sempre maggior insistenza.
Si narrava anche di un trabocchetto che si apriva nel pavimento della sua stanza da letto, utilizzato dalla donna per eliminare quegli amanti dalla cui passione si sentiva in qualche modo minacciata.
Così per anni continuò a godere della sua bellezza e dei piaceri che i sensi, la cui fame aumentava giorno per giorno, le procuravano.
D’inverno, l’enorme camino della stanza avvampava gettando nell’alcova fasci di luce rossa mentre d’estate Lucida faceva ondeggiare sulle sue nudità le lunghe frange di un grande variopinto ventaglio che le rinfrescava la pelle umida di sudori amorosi.
Passarono gli anni, ladri inseguiti.
Un tardo pomeriggio, verso sera, qaundo già si appressava ad accendere le lampade, Lucida inorridì all’improvviso per una scoperta che le fermò il respiro: un ruga scendeva dall’angolo esterno dell’orbita verso la tempia.
Sconvolta, serrate le porte, accesi tutti i candelabri , si rimiò nuda, accuratamente, senza pietà:
e udì il primo stridente gracidio della vecchiaia.
Allora si rintanò nel letto, dopo aver chiuso anche le finestre lasciando che la sua fantasia volasse, spietata: le vennero incontro schiere di fanciulle belle e giovani, dalle carni fresche e profumate, che non abbisognavano di belletti, udì le risate di scherno – e di liberazione- delle rivali, e insieme, come il suono di una campana a morto, le grida dell’ultimo amante infilzato sulle lame in fondo al trabocchetto.
Decise che si sarebbe lasciata andare al suo destino, cominciò a vaneggiare, in preda a una strana febbre, che insorse all’improvviso ad arderle la pelle.
Così trascorse la notte e il giorno successivo, senza mangiare né bere, le ginocchia raccolte a
premere il bel seno, la voce a mormorar in continuazione frasi senza senso, gli occhi chiusi , le palpebre serrate con forza per non vedere, non vedere mai più...
Quando all’improvviso una chiara e morbida voce maschile la chiamò per nome:
-Lucida, eccomi, sono arrivato. Sono il tuo Signore, che hai adorato per giorni e giorni.
Sono Satana. E’ tempo che noi ci si sposi-
La donna aprì gli occhi stanchi e vide accanto al letto un giovane bellissimo, dai folti capelli neri ricciuti, gli occhi verdi con le ciglia scure che ne sottolineavano la straordinaria bellezza, elegantissimo nel vestito di velluto e raso viola, impreziosito da gemme e gioielli.
-Ti ho seguita per tutti questi anni, non c’è pianto di donna privata da te del suo uomo che non abbia udito, non c’è gemito tuo amoroso che non abbia gustato.Tu sei il più bell’amore di questo secolo, devi essere mia per sempre.
Se ti negherai allora lo specchio diventerà il tuo nemico più crudele; e tu morirai giorno dopo giorno-
Poi, con quella gioia disumana che è propria degli dei continuò a infierire su quella povera carne:
-Se mi darai la tua anima, a suggello del nostro patto nuziale, sari bella ancora per trent’anni, trent’anni Lucida.
Per tutto questo tempo nessuna fanciulla ti starà alla pari, sarai la bella tra le belle.
Gli uomini moriranno per una tua carezza, le donne ti invidieranno e odieranno.
ma tra trent’anni esatti tornerò a prenderti per farti mai per sempre-
-Sì- rispose balbettando Lucida- sì-
Immediatamente il diavolo scomparve.
La primavera tornò ad abitare ogni cellula della donna e ardenti gli specchi assistettero alla sua rinascita mentre la crudeltà diventava parte integrante della sua lussuria : è inutile elencare qui amori e delitti.
Ma trent’anni sono un povero attimo e inesorabile batte il martello del tempo.
Così una sera, nello stesso istante, comparve a Lucida il medesimo giovane vestito di viola
che sorridendo disse:
-Eccomi mia sposa, sono venuto a prenderti; dammi la mano, è l’ora-
In un attimo la carne della bellissima imputridì, il fetore divenne insopportabile, fu come se fosse morta da tempo.
E in quell’orrore di decomposizione, con un terribile boato Lucida sprofondò nell’Inferno.
Si dice che accorsi a quel pauroso rumore i servitori si trovaron di fronte, al posto dell’alcova della loro Signora, un antro profondissimo.
I parenti, in sospetto della verità, chiusero per sempre la porta di quella stanza maledetta, intimando a tutti il silenzio.
Come se Lucida non fosse mai esistita.
Ma non riuscirono nell’intento, ché Lucida non è morta.
In alcune notti senza luna la bellissima donna, nuda, transita ancor oggi in un cocchio nero e dorato guidato da un affascinante giovane uomo sul viale delle mura di Lucca.
All’approssimarsi dell’alba il cocchio si immerge nel laghetto del Giardino Botanico che è sotto le mura.
Durante il giorno, a chi si sporge ai bordi del piccolo lago e guarda con amorosa attenzione, può capitare di intravvedere Lucida che nello specchio a sé stessa sorride nell’alcova della sua seicentesca stanza.