

L’ombra della barba sulle guance scarne è la bellezza di una terra di nessuno, nella sua immediata seduzione.
Zigomi tesi come se stessi aspirando uno spino confezionato male, occhi tutta pupilla, bocca arrabbiata, leggermente storta, sorriso caimano: hai un fascino sghembo, sotto i capelli liquidi di pioggia.
Per te potrei reinventarmi come fuggiasca-una zingara rom di Praga- per l’intrigante ottusa disperazione che sonnecchia nel tuo sguardo dietro il velo ipnotico degli occhi.
Mi piace quell’odore di giovinezza sfiorita in cui ti avvolgi come fosse un regale mantello, un marchio d’orgoglio, una vittoria.
Lascia che abbassi la maschera che ti porti in giro, in un eterno carnevale veneziano, sotto un cielo cupo, grande e nero, maniacodepressivo.
Lascia che ti accarezzi il petto e scenda giù, sotto la cintura, senza pudore, senza inquietudini.
Ho quasi trent’anni, non guardarmi come se ne avessi sempre quattordici, smetti di dirmi:
-Sei magra, mangia di più- perché, sì sono magra, ma i miei seni sono grandi, da molto, molto tempo.
...E la sensualità delle vite azzannate come la tua mi travolge, complice quel caimano sorriso, pericoloso, sottilmente lascivo, crudele.
Ora, in questo momento, farei qualunque cosa per te , che mi sei bandiera, colori di guerra, coraggio e disperazione.
Ucciderei, se tu me lo chiedessi, senza esitare.
E probabilmente mi piacerebbe.
Non voglio la solita inflazionata scopata estiva, un sacrilegio il solo pensarlo, ma di più, molto di più.
Voglio entrare nel torrente del tuo sangue, transitare attraverso il cuore che ora sento battere più forte sotto la mia guancia, capriolando tra i lembi delle valvole cardiache simili a petali di stelle, per arrivare ai polmoni e respirarti in bocca, sentire il sapore della tua saliva, vedere da dentro come è veramente il tuo sorriso...
Lascia che ti ami, a modo mio, abbandonati a me.
Sei così intatto, inviolato, come una tela immacolata, senza altra storia che quella che già conosco o dovrei conoscere.
Fammene scrivere un’altra, brevissima, ma talmente intensa da durare un’eternità.
Dammi la possibilità di scoprire come sarebbe stato se....

Dimmi, non è assurdo, inconcepibile, che lui non sia qui, vicino a me, che in questo momento non lo possa baciare, accarezzare, eccitare ed eccitarmi con il suo odore, per portarlo con la bocca all'orgasmo e sentirlo venire nel ventre?
Che non gli possa permettere di saccheggiare tutto il mio corpo, dai seni, al sesso,al sedere, in modo da saziarlo della mia carne, quanto e come vuole?
Che non gli possa comprimere il fallo eretto tra i seni, per poterli poi pulire orgogliosamente del suo seme?
Perchè non c'è la sua lingua dentro di me, quando tanto disperatamente la voglio a penetrarmi con perizia, facendomi sussultare dal piacere?
Perchè non lo posso stendere sulla schiena, mordicchiargli i capezzoli, leccargli l'ombelico e prenderlo in bocca fino a farlo mugolare per l'eccitazione per salirgli sopra e permettergli di entrare lentamente dentro di me per cavalcarlo con furia fino ad abbattermi vinta sopra di lui?
... per poi scivolargli accanto e restare distesi, vicini, a parlare di qualsiasi cosa anche degli angeli con naturale confidenza, mentre gli accarezzo il sesso, piccolo e indifeso, giusto così, per un eccesso di vitalità?
Perchè non posso farlo finire nella mia bocca, in modo che il suo sapore penetrante mi rimanga sulla lingua, e qualunque cosa mangi per un po’ sappia di lui?
Perchè non posso porgergli i seni da baciare per guardarlo quando succhia i capezzoli con l'espressione di un lattante, a occhi chiusi, schioccando con gusto la lingua sul palato per poi avvicinare il mio sesso dai riccioli umidi alla sua bocca, affinchè lo rovisti e lo divori, fino a che per tutto il corpo si diffondono spasmi di contrazioni quasi insopportabili?
Perchè non posso appoggiargli le gambe sulle spalle e lasciarmi guardare da lui, aperta, in modo freddo, distaccato, scostando le mie labbra di femmina, ed è talmente vicino che ne avverto il respiro e vengo senza neanche aver bisogno della sua lingua?
Perchè non è qui, per mettermi a pancia in giù e disegnarmi con le unghie sulle natiche decorazioni simili a quelle delle uova pasquali, fino a farne zampillare piccole gocce di sangue?
Perchè non è qui, per stringermi e dirmi :
-Sai Fede, io non so stare con te e neppure senza di te; quando son lontano ti voglio da star male, quando sei con me ho paura di questo amore così lungo, di questa mia dipendenza carnale...-
Perchè non possiamo abbracciarci con la rabbia che è solo nostra sibilando tutte le parole morbose e volgari che conosciamo, parole che riempiono la bocca, per poi prenderci con pudore, quasi timidamente?
Perchè non posso svegliarmi accanto a lui, preparargli, nuda, una opulenta colazione, sventolando le tette sopra le tazze di cioccolato caldo e il pane tostato, per poi, seduti vicini, occhiaie gloriose a testimoniare una notte memorabile, parlare stancamente di golosità, quanto è buona la sacher, come la divoreremmo volentieri e alla fine, sazi, guardarci negli occhi, scoppiare a ridere e ricominciare a far l'amore...?
Ma questa volta con una normalità assoluta che ci è quasi estranea, al ritmo regolare di una posizione angelica e l'unica perversione è quella delle lingue che si toccano.
Un far l'amore che dura a lungo, ma non è faticoso, non siamo mai stati così vicini, ci tocchiamo coi corpi così intimamente da lasciare tra noi uno spazio tanto esiguo che non riusciamo a farci passare una mano per accarezzarci, un far l'amore in cui si insinuano movimenti convulsi solo poco prima di raggiungere il piacere.
Perchè, perchè, perchè... sono stanca di pensare, potrei accarezzarmi, ma non voglio far l'amore da sola, io voglio lui e le sue dita non le mie, voglio la sua lingua e il suo sesso e da questo desiderio le mie mani non riusciranno davvero a liberarmi.
Domattina avrò di nuovo tutto sotto controllo, ma intanto, dimmi, non è assurdo, inconcepibile, che io non possa....

Vado a lezionie di tango argentino da anni: ma data la discontinuità con cui seguo la scuola non credo diventerò mai una brava tanghéra.
Tuttavia la passione è viva per questa danza difficile e straordinaria, che impegna totalmente corpo e anima. Così, a Buenos Aires, ho voluto conoscere un insegnante di tango che va per la maggiore. Mi fece assistere a una delle sue lezioni collettive ed ecco ciò che disse:
-Immaginate di essere in un film: quando passate da una scena di tango a una di sesso lo spettatore deve avvertire un netto calo di tensione erotica-
Era un uomo insignificante, di mezza età.
Diventava irresistibile nel ballo, desiderabile e magnetico come la nostalgia.
Rimasi senza fiato ad ammirar non solo lui ma anche alcune coppie di danzatori del suo corso.
E questo mi portò a una serie di considerazione sulla stretta connessione tango/eros.
In effetti tensione è davvero la parola chiave.
Questo il segreto dell'erotismo e della danza.
I veri ballerini di tango hanno sguardi assenti e feroci diretti verso un luogo misterioso che solo loro conoscono e di cui non sveleranno mai il segreto.
Lasciano che gli spettatori lo immaginino, ciascuno secondo il proprio inconfessato desiderio: che sia un rifiuto, persino, se questo è ciò che appaga il bisogno di chi guarda.
Oppure uno schiaffo, uno sgarbo, un bacio e solo quello, una carezza e niente più.
Nella tensione erotica del ballo i danzatori esprimono l’attesa della meta celata a tutti tranne che a loro, circondandosi di un’aura erotica sconosciuta alle scene di sesso più hard.
Il dopo è il meno.
Il dopo è la fine del viaggio la cui bellezza - come nel tango appunto - è solo una promessa.
Tensione verso, desiderio di...
Itaca, diceva il poeta, non è la meta: è il cammino per raggiungerla.
L'erotismo, scrivono i dizionari, si distingue dalla pornografia per la "presenza di un vissuto emotivo": appunto l'attesa, si potrebbe anche dire.
Il crescendo del preludio, l'intelligenza dei sensi che si attiva e si mette in moto verso un orizzonte.
Ecco il parere di Giuseppe Pederiali:
-L’erotismo è un’arte sottile che coinvolge l’istinto e tutti i sensi; nonché l’intelligenza e la cultura. L’erotismo è un vago profumo, una parola in più o in meno, una mano che sfiora, un’ombra più scura tra ombre bianche-
Infine, per par condicio, riporto anche il pensiero di Irvin Welsch.
Alla domanda "Ci dà una definizione di erotismo e di pornografia?" lo scrittore, che ha toccato l'argomento prima direttamente con Porno e ora indirettamente con “I segreti erotici dei grandi chef”, risponde sinteticamente:
-Non c'è nessuna differenza. Erotismo è il termine "middle-class" per porno. Quello che è erotico per il Guardian è porno per il Sun.-
E il Guardian o il Sun non potremmo essere benissimo noi, lettori o autori ?
Il tema è difficile, si presta alle opinioni più diverse e spesso opposte: ma qui sta il suo indiscutibile fascino.


Il rogo devasta e inghiotte l'edificio dall'interno, provocando il crollo di tutto ciò che tocca.
Scendo dalla macchina e mi avvicino fin dove me lo consentono i vigili del fuoco, abbastanza da sentire l'enorme calore vibrare nell'aria; rapita, osservo la deliziosa opera di distruzione, l'edificio che viene stuprato dalle fiamme, desiderando di essere consumata anche io così, di venir ridotta a un mucchietto di cenere e pietrisco.
Consumata dal fuoco.
Da un uomo.
Da un desiderio tanto forte da sventrarmi, bruciarmi, divorarmi.
-Calore- sussurro, e quello che pronuncio è al tempo stesso una preghiera e una supplica.
L'altro giorno, a cena con un'amica, comincio a parlarle del calore, delle sensazioni che mi fa provare, dell'uomo che me l'ha messo addosso; ma lei, scuotendo la testa mi dice :
-Non so di che parli, non ho mai provato quel genere di sensazioni, sei sicura di sentirti bene? -
Sono ancora stupita dalle sue parole; è come se mi avesse confidato di essere daltonica, di non poter vedere le ricche sfumature del cremisi, del viola o dell'indaco, oppure i colori dell'ambra e della giada, ma solo una monotona serie di sfumature del grigio.
Il calore...mi chiedo come sia possibile vivere senza provare questa incredibile sensazione di entrare in stretto contatto con una entità viva ed elettrizzante, che
agisce su di me come una droga in parte allucinogena, in parte velenosa.
La mente divaga.
Il corpo langue, ma non cade perché è sostenuto dalla lussuria che comincia a scorrere nelle vene e a dare tono ai muscoli, scatenando le sinapsi in una frenesia simile a una raffica di orgasmi, mentre il fuoco si espande dal ventre e scende verso le cosce, che iniziano a schiudersi come le valve di un mollusco nell’atto del respirare.
E' molto tempo che il mio corpo non brucia più, sento che il cuore sta iniziando a congelarsi, mi sto rinsecchendo, sono arida e fredda, piena di dolori; inutile guardare gli uomini che mi passano accanto: sono dozzine, centinaia, di ogni forma e stazza, più o meno belli, ma so già che i loro sessi non saprebbero risvegliare in me altro che frustrazione e sofferenza.
Il mio desiderio è per ciò che ho provato in passato, quel calore impetuoso che distrugge, consuma l'anima e scioglie il cuore fino a renderlo liquido e farlo scorrere in onde scarlatte e bollenti verso il basso, a concentrarsi nel mio cuore di femmina.
Ultimamente sogno il fuoco che prende le sembianze di un uomo; si cala su di me fiammeggiante e impetuoso, ruggendo e serrandomi tra le braccia per baciarmi.
Poi mi sveglio e mi ritrovo sola nel mio letto.
Sento, nell'altra stanza in fondo al corridoio, il rumore delle tue dita che battono incessanti sulla tastiera; l'austero e celebre scrittore sta creando il suo ultimo capolavoro.
Dio mio, come siamo arrivati a questo punto ? Come siamo potuti diventare così freddi, noi che ardevamo? Il calore io l'ho scoperto con te: un furioso desiderio divampò tra noi appena ci incontrammo, tanto da restare inceneriti dall'improvvisa vampata che ci fece abbandonare il lavoro e gli amici, per ritirarci dal mondo esterno e chiuderci in un universo di nostra creazione.
Fu allora che tu ti allontanasti da me, dicendo che lo scrivere era incompatibile con questa passione che ti toglieva lucidità, che il sesso estremo in cui ti coinvolgevo
ci trasportava in zone d'ombra e di pericolo fisico e psichico, nemici sicuri della tua arte.
Così io cominciai a desiderare le carezze delle fiamme.
Ma stanotte ti vengo a trovare nello studio: sei sempre lì, davanti al tuo Apple , anche se l’ora è tarda.
-Oggi è successa una cosa stranissima- racconto, guardandoti negli occhi - ho rimorchiato un uomo, in un bar, siamo andati in un motel, abbiamo fatto l’amore, e non riuscivo neanche a ricordarmi il suo nome; non gli ho neppure chiesto di usare il profilattico... -
Tu mi guardi, assente e poi:
-Se pensi di eccitarmi o ingelosirmi o farmi incazzare con la tua promiscuità ti sbagli, mi dai solo il voltastomaco-
Mi appoggio allo stipite, strofinandoci contro un fianco in modo da far risalire la gonna del vestito di pelle nera, che è già corta: ti accorgi che non ho gli slip e il tuo sguardo si fa cupo, lo so che vorresti allungare una mano, ne sono sicura; invece chini di nuovo la testa sul portatile e dici:
-Basta, me ne vado, è finita davvero, esci da questa stanza-
Io mi avvicino rapida alla scrivania, ti vengo accanto e poso una mano sul tuo sesso eccitato: ne sento il calore attraverso i pantaloni, e quel calore si trasmette a me, mentre onde rosse di desiderio mi passano davanti agli occhi.
Ma tu scosti la mano, con impazienza, e ripeti:
- Vattene-.
-D'accordo, me ne vado, ma mi desidererai tanto da non riuscire più a scrivere, questa notte. M'immaginerai tra le braccia di quello sconosciuto e mi vorrai a tal punto da volermi uccidere -
Rimango stupita da quello che ho detto, ho pronunciato un incantesimo, una fattura, a cui tu non dai ascolto e continui:
-Domani, me ne andrò domani, dopo aver dormito qualche ora-
Una volta il nostro amore bruciava con feroce intensità; come può un uomo preferire una nuova musa, una nuova amante a una cosa tanto grande?
Come fai a essere così freddo, glaciale, insopportabile?
Allora, verso la mattina, mentre tu russi- hai bevuto per avere il coraggio di lasciarmi- ritorno nella tua stanza, cospargo di benzina i manoscritti, i libri e i giornali che giacciono sparpagliati in giro, poi indietreggio di un passo, accendo un fiammifero e lo getto a terra.
Subito le fiamme si ergono maestose dal pavimento, tu ti svegli, balzi in piedi urlando e mi vedi per un istante, prima che io ti chiuda la porta in faccia.
Avverto i tuoi colpi e il calore che mi sta investendo, le tue grida, forse urli il mio
nome; allora mi ritraggo e spalanco la porta: all'interno della fornace c'è un uomo fatto di fiamme turbinanti, una trottola incendiata e impazzita.
Osservo il terribile spettacolo, il ballo agonizzante e mi rendo conto che dentro di me sento ancora il ghiaccio.
Capisco che in questo mondo nulla potrà più scaldarmi.
Tranne le fiamme.
Non riesco a sopportare il freddo un istante di più.
Mi lancio oltre la soglia della stanza e mi getto tra le braccia dell'uomo fatto di fuoco.
Lo voglio sentire dentro di me.
Ora.
.

Il serpente colpì.
Tutto teso nella sua spirale, la testa triangolare ad angolo acuto, il collo rigonfio, il corpo un unico muscolo in flessione, si eresse con improvvisa velocità e colpì, affondando i denti ricurvi nella carne morbida dell’avambraccio.
-Mangiami- implorò la donna- prendimi... divorami...-
Non sentiva quasi il dolore tanto era estasiata, ipnotizzata da quello che le stava succedendo.
Il Dio ricoperto di scaglie scintillanti voleva lei, perché lei era la prescelta.
Afferrò con le dita quel corpo duro, rigido, per avvolgerlo intorno al collo e alla testa, mentre il rettile colpiva di nuovo.
Sempre più vicino, colpo dopo colpo, un lampo luminoso dopo l’altro, arrivò a toccare con le labbra le scaglie laminate, i disegni brillanti lungo il dorso, mentre i denti d’avorio le entravano dentro più e più volte, trafitture gemelle nelle mani, braccia, spalle, seni.
Il grosso serpente mordeva metodicamente, senza fretta, deciso, eppur indolente.
La colpì sulla guancia, baciandola più volte e lei restituì l’amplesso, bacio dopo bacio, le labbra premute contro la carne ricoperta di scaglie, gemendo sommessa, senza avvertire alcun dolore.
Sospirando, godendo del contatto contro la pelle nuda, spinse l’animale verso il basso, lungo il ventre e l’addome, fino alle labbra rosee del sesso, umide di desiderio.
Lì si lasciò baciare a lungo e pianse di gioia: aveva catturato il dio, lui era dentro di lei.
Allora, nell’onda del piacere, percepì l’immenso potere che il suo corpo di femmina esercitava sulla divinità che aveva sempre adorato e seppe che in quello scontro mortale di estasi amorosa con il Serpente Piumato la vittoria sarebbe stata sua.
E quando lo ebbe amato e ne fu riamata, un morso dietro l’altro, lo gettò via con un grido trionfante e lo osservò sgonfiarsi, affievolirsi, mentre strisciando tornava nell’ombra da dove era venuto.
Poi la donna si lasciò andare contro gli antichi gradini di pietra, avvolta da un’unica vampata di calore; e mentre assaporava l’intenso profumo dei fiori, le palpebre si abbassarono languide sugli occhi che iniziavano a velarsi.
Intanto, sopra la sua testa, il vociare di minuscoli uccelli dai mille colori diventava assordante, nel caldo torrido.
-Loro sono la Sua corona splendente d’arcobaleni...- fu l’ultimo disfatto pensiero prima della fine.
La trovarono dopo due giorni: la carne, ormai in decomposizione, era chiazzata di verde e di giallo, i sinistri colori della divinità.
Aveva fori gemelli dappertutto e nessuno, da quelle parti, aveva mai visto una “Culebra Cascabel” colpire tante volte: un’orgia di morsi, dal viso, ai seni, alle cosce, al sesso.
Dissero che si era perduta nell’intricata foresta: ma che cosa era andata a fare quella strana signora bionda fin lassù?
Possibile che anche lei cercasse l’antico tempio dedicato a Quetzalcoatl, con l’altare sacrificale a forma di giaguaro dagli occhi di giada e grandi scalinate che si perdevano verso il cielo?
Ma era una leggenda per turisti, nessuno aveva mai trovato niente in quella giungla.
Eppure, se avessero guardato meglio tra l’intrico dei rami e del fogliame, avrebbero visto un cancello di pietra e una grande piattaforma sulla quale si ergono rozzi pilastri con sculture.
Da lì parte una scalinata con gradini dorati che porta chissà dove.
In questo grande tempio sommerso dalla giungla vive da sempre il Dio Serpente, con la corona di piume variopinte d’uccello, immerso nel verde, nascosto nell’ombra: si mostra solamente per contemplare il sole...


Der Blaue Engel, L’Angelo Azzurro, film di Josef von Sternberg, durata: h 1.47
Nazionalità: Germania 1930
Nei cinema :Agosto 1930
La trama: Un anziano professore si innamora della cantante Lola (Marlene Dietrich) che lavora al cabaret "L'Angelo azzurro". Riesce a sposarla per seguirla nelle tournée, affrontando vergogna e umiliazioni. Di ritorno due anni dopo all'"Angelo azzurro", dapprima si rifiuta di dare spettacolo davanti agli ex allievi, e poi si fa buttare nella strada dopo una scenata di gelosia. Andrà a morire nella sua vecchia scuola.
Il film ha una forza incredibile, un pathos che ammalia e seduce proprio come seduce la Dietrich, o le eroine "peccaminose" dei melodrammi.
Lola fu il personaggio che consacrò Marlene (nata il 27 dicembre 1901 a Berlino con il nome di Maria Magdalene Dietrich von Losch e morta il 6 maggio 1992 a Parigi) attrice famosa in tutto il mondo, una delle icone universali dell’eros.
Gambe, occhi, voce: per mezzo secolo, riassunta nei tre doni della sua fisicità, la diva è stata l'involucro diafano e fatato d'una pulsione femminea tanto più inquietante quanto più sotto la pelle affiorava la dura curva teutonica, il fondato sospetto dell'androginia.
Marlene fu, soprattutto, negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, una cassa-continua dell'immaginazione maschile e per le donne un allarme e non soltanto una canzonettista provocante che faceva bene il suo mestiere.
Incarnò, agli occhi d'una società perbenista tentata dal demone, la figura emaciata dell’unica vera strega Hollywoodiana, metà uomo e metà donna, la quale , serbata la voce della caverna, conduce alla più soave delle perdizioni con uno sguardo inafferrabile, con un languido fuoco.
Alternava abiti folli, guaine che nulla lasciavano all’immaginazione, piume di struzzo e di gallo, volpi e velette, a pantaloni impeccabili e lucido cilindro, per stilizzare la sua bisessualità nelle forme più estreme dell'artificio.
Marlene fu certamente il frutto di un'epoca torbida che si consegnava alle sfingi per capire se stessa,
di quando l'Europa esportava a Hollywood quell'immagine della propria perfetta indifferenza morale che all'America piaceva, perché vi avvertiva uno sfacelo che assolveva le sue crisi e consacrava la verità eversiva della natura.
Della Diva diceva Hemigwuay:
-Già con la sola sua voce potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo...-
A mio parere, a tanti anni di distanza, con il mio sentire, il fascino irresistibile di Marlene stava nella sua bisessualità, di cui del resto non faceva mistero.
Ora, l'erotismo, scrivono i dizionari, si distingue dalla pornografia per la "presenza di un vissuto emotivo": l'attesa, si potrebbe anche dire. Il crescendo del preludio, l'intelligenza dei sensi che si attiva e si mette in moto verso un orizzonte.
Ed è proprio questa atmosfera sospesa e intrigante con orizzonti infuocati a fare da sfondo che Marlene , attraverso la sua ambigua sessualità, riusciva a trasmettere.
La pubblicità del primo film hollywoodiano della diva, Marocco, diceva: "Marlene Dietrich, la donna che tutte le donne vogliono vedere".
Nel 1932 l’attrice conobbe la scrittrice e sceneggiatrice ispano-americana Mercedes de Acosta, amante di Greta Garbo. L'incontro avvenne durante un ricevimento, nella cucina della casa, dove Mercedes si era rifugiata piangendo perché - le disse - la Garbo la faceva soffrire. Marlene voleva consolarla e la invitò a cena a casa sua. Dopo pochi giorni le scriveva già lettere d'amore che cominciavano con "tesoro mio", firmate con "Il principe bianco". La relazione durò un anno: poi Marlene la lasciò.
Nell'estate del 1939, durante una vacanza sulla Costa Azzurra, s'innamorò da lontano, avvistandola sul suo yacht, dell'ereditiera americana Jo Castairs, che viaggiava per tutto il mondo in barca a vela. Ne nacque una breve relazione: pare che Jo fosse l'unica che potesse permettersi di chiamare Marlene "baby".
Nel 1923 Marlene Dietrich aveva sposato il regista Rudolf Sieber: un "matrimonio aperto" senza convivenza, dal quale tuttavia nasce l'anno dopo la sua unica figlia, Maria .E le stesse caratteristiche ebbe l'altro suo rapporto con il regista Josef von Sternberg, in sospetto di omosessualità, un sodalizio più professionale e sociale che amoroso.
Nel mondo dello spettacolo, i matrimoni di copertura tra lesbiche, bisessuali e gay, assai frequenti, venivano chiamati lavender marriages. L'ambiente di Hollywood era ufficialmente molto puritano, dopo l'approvazione nel 1929 del tristemente noto "codice Hays", che metteva al bando l'"immoralità" sia sullo schermo che nella vita privata degli attori. La Dietrich era meno discreta. Nei suoi film giocò spesso il ruolo di fredda e sardonica "donna fatale", talvolta in abiti maschili, come nella vita. I suoi numerosi love affairs con donne e uomini ( ebbe una infuocata relazione anche con Frank Sinatra) erano pubblici, e poche altre attrici si sono meno preoccupate di tutelare la propria privacy.
Marlene rappresentò provocatoriamente questa sua libertà nella scena di Marocco in cui bacia sulle labbra una donna del pubblico dopo la fine della canzone.
In una intervista disse: "In Europa non conta se sei un uomo o una donna. Noi facciamo l'amore con chiunque troviamo attraente".
Eccolo l’eterno fascino di Marlene: la libertà di amare, senza inibizioni e tabù di sorta. Che l’amore e l’eros han mille facce: di solito però nella nostra vita riusciamo a svelarne ben poche....ed è un vero peccato.
Per scrivere questo post mi sono rifatta in parte a un’articolo apparso sull’Indipendente nel maggio del 1992.


Nel viso vicinissimo al mio gli occhi scuri, tartari, e i capelli cortissimi, biondi e lucenti, sono talmente belli da costringermi ad abbassare le palpebre, quasi tu fossi uno sconosciuto sole capace di attirarmi per sempre nella sua orbita.
Allora le tue mani si muovono verso di me, mentre io, immobile nella mia orgogliosa nudità, ti aspetto, come sempre, da quando ti ho conosciuto.
Le dita, lunghe e forti, vanno a tuffarsi nel folto bruno dei capelli, sparpagliandoli a raggiera sul cuscino.
Quasi acconciassi una bambola o una vittima sacrificale.
All’improvviso si leva un vento leggero che soffia tenero sul mio corpo, facendomi rabbrividire.
Desiderio, amorosa attesa, gioia.
Con tocco d’artista mi scolpisci gli occhi, la bocca, le orecchie, come se prima non fossero stati altro che grezza materia.
Impalpabile il vento delle tue dita ridisegna il mio corpo, passando a volte come un fresco tepore, a volte indugiando, su e giù, fino a divenire brezza insopportabile.
Ora scala i mille gradini dei seni fino alla loro sommità, alle piccole scure frecce di carne dove indugi tracciando cerchi concentrici attorno alle fragole rosso-cupo delle areole...
...per scendere poi sul ventre piatto, percorrendolo, quasi fosse una pianura, girando intorno all’ombelico, minuscola conchiglia vuota.
Qui le tue mani sono pennelli sapientemente maneggiati che in dotto volteggio
insistono in linee dapprima spesse per disperdersi poi in altre più sottili che completano un magico ideogramma.
Ideogrammi, vento, che come zefiro si avvicina al mio giardino segreto, nudo di carne nuda.
Attesa.
Vorrei che i morbidi intrichi del mio sesso fossero petali di orchidea, per essere accarezzata da te come un fiore raro e prezioso.
Vorrei che il vento, così come gioca con le curve, i recessi e gli stami di quel fiore-labirinto, penetrasse nell’universo altrettanto tortuoso della mia ferita.
Fiore-ferita.
Il vento turbinante nel suo dedalo....
...giunge in lunghi soffi, seguendo i viali spogli, i solchi laterali segreti come un esercito di aquiloni che conosce bene il territorio da occupare.
D’un tratto, invasi quei recessi, diventa burrasca pronta ad assalire la gemma rosata che separa quelle forre.
E comincia a girare vorticosamente intorno alla cima, un merletto delle alture, un monticello tenero.
Il vento è implacabile, con instancabile violenza attacca il chicco di rubino pallido mentre io respiro e vivo solo per quel bocciolo, quella corolla di me stessa che invia in ogni più remoto angolo del corpo onde e lampi di piacere, colpi di gong, battiti cardiaci accellerati.
Mi pare di morir d’arsura, terra ricoperta all’infinito da ossa di persone morte nel vano miraggio dell’acqua.
Ora la dolcezza delle tue dita diventa vento di supplizio fino a quando un ciclone si abbatte sulla mia carne calcinata mentre miliardi di lance liquide finalmente scendono a bagnarmi.
Grido sinistro, quasi di martirio, il mio, che tuttavia è quello della gioia,
della beatitudine, dell’estasi.
Purezza e sacralità del piacere.
Poi il mio respiro rapido si fa sempre più lento e sembra quasi cessare;
vorrei restare così per sempre, non più donna ma onda, lago, mare.
-Dove sei?-
Mi chiedi con quella tua strana esse strascicata, come un brivido lungo.
-Qui, sono tornata...-
e ti accarezzo i contorni del viso per assicurarmi che tu esisti davvero, nel mio tempo, vicino a me.

Questo è un racconto di guerra e la guerra non ha dita leggere e non profuma di rose. Pertanto consiglio agli animi sensibili di astenersi dalla lettura.
La guerra continuava, nonostante gli interventi delle cosiddette forze di pace, anzi la situazione peggiorava di giorno in giorno.
La fame mieteva tra la popolazione più vittime della peste nera; chi restava in vita nonostante le bombe, le rappresaglie, gli “errori” dei militari, imparava a sopravvivere, nonostante tutto.
In un pomeriggio grigio e freddo una jeep con quattro soldati arrancava per una mulattiera, tra le montagne spoglie; un deserto, da ore non incontravano né animali né uomini; erano diretti all’ultimo avamposto, vicino alla frontiera, una zona tranquilla in quell’inferno dove non si aggiravano neanche i lupi.