
Ha ballato coi lupi ma la sua morte lascia aperte le porte del sogno...Per ascoltare la brava e bella nathalie cardone spegnere la musica... a destra sotto i ballerini di tango.

Corri Zampa di
Giaguaro la foresta
ha mille lance
il fratello combatte il
fratello senza pietà
corri guerriero
fuggi dal dio dei morti
che beve sangue
fitta pioggia di frecce
urli, cadi,dolore
rialzati corri
dio verde di foresta
il tuo coraggio
per salvare la donna
che ti donerà un figlio
lei partorirà
sotto la pioggia sacra
corri guerriero
la salvezza nel cuore
più fitto degli alberi
guarda sul mare
velieri armati e croci
conquistadores
di una antica civiltà
già condannata a morte
Apocalypto (2006) scritto e diretto da Mel Gibson.
Grande film e grandissimo Mel che come regista- molto discusso- gode della mia più accesa simpatia.
Il film si apre con una frase dello storico-scrittore Will Durant: una grande civiltà non viene conquistata fino a quando non si distrugge da sola dal di dentro che è poi la tesi sostenuta da Gibson.
Così, quando nel 1518, gli spagnoli "conquistadores" sbarcarono per la prima volta su una spiaggia dello Yucatàn, per portare la nuova civiltà, i Maya avevano già compiuto buona parte del lavoro ed erano pronti a esser sopraffatti.. Gibson, creativo geniale, corregge così la tesi del paradiso naturalistico: in quel tempo l'Europa aveva il Rinascimento, i codici civili e la polvere da sparo; i Maya, al riparo da quel tipo di civiltà, non erano poi così felici.
Il giovane maya Zampa di Giaguaro vive dunque in modo primordiale: va a caccia, si diverte coi suoi amici, ha una moglie incinta e un bambino. Un giorno il suo villaggio viene assalito da una tribù più forte che ne fà strage. Insieme ad altri Zampa di Giaguaro, che riesce a nascondere la famiglia in una grotta sotterranea, viene portato in un villaggio lontano dove sarà sacrificato al dio del sole. Riesce a fuggire, inseguito dai nemici.
Una corsa lunghissima, che coinvolge e affanna lo spettatore grazie anche alle quattro cineprese dotate degli ultimi accessori in digitale usate in contemporanea dal regista.
Il guerriero uccide i nemici uno a uno, torna al suo villaggio, salva miracolosamente la famiglia: mentre si dirge con moglie e figli verso il cuore sicuro della foresta dall'alto di una collina vede due galeoni nella baia e alcune barche che si stanno avvicinando alla spiaggi :portano uomini con armi, insegne e croci.
Da ora in poi la foresta sarà la sua casa.
Mentre nella Passione Mel si era ritagliato molte possibilità di invenzione a cominciare dall'aramaico, qui adotta addirittura una antica lingua , il maya yucateco, parlato tutt’ora– il film è a sottotitoli- mentre i corpi nudi offrono un'opzione di violenza estrema e crudeltà perfettamente in linea con i riti religiosi e propiziatori maya di cui siamo a conoscenza.
Ricordo ancora la vegetazione umida e senza sole, nemica, e così folta che senti prima di vedere, ed è ormai tardi.
Apocalypto è un film molto importante. Per coraggio, per estetica e per forza in senso lato.
E’ stato ed è molto discusso.
Per me fa già parte della storia del cinema.
Perché Altman o Kubrick, tanto per nominar due grandissimi che stimo oltre modo, erano d'altra epoca, facevano "altro" cinema.
con Mel siamo nel dopo Matrix: cioè mille anni avanti, che nel cinema le rivoluzioni avvengono divorando il tempo.


Der Blaue Engel, L’Angelo Azzurro, film di Josef von Sternberg, durata: h 1.47
Nazionalità: Germania 1930
Nei cinema :Agosto 1930
La trama: Un anziano professore si innamora della cantante Lola (Marlene Dietrich) che lavora al cabaret "L'Angelo azzurro". Riesce a sposarla per seguirla nelle tournée, affrontando vergogna e umiliazioni. Di ritorno due anni dopo all'"Angelo azzurro", dapprima si rifiuta di dare spettacolo davanti agli ex allievi, e poi si fa buttare nella strada dopo una scenata di gelosia. Andrà a morire nella sua vecchia scuola.
Il film ha una forza incredibile, un pathos che ammalia e seduce proprio come seduce la Dietrich, o le eroine "peccaminose" dei melodrammi.
Lola fu il personaggio che consacrò Marlene (nata il 27 dicembre 1901 a Berlino con il nome di Maria Magdalene Dietrich von Losch e morta il 6 maggio 1992 a Parigi) attrice famosa in tutto il mondo, una delle icone universali dell’eros.
Gambe, occhi, voce: per mezzo secolo, riassunta nei tre doni della sua fisicità, la diva è stata l'involucro diafano e fatato d'una pulsione femminea tanto più inquietante quanto più sotto la pelle affiorava la dura curva teutonica, il fondato sospetto dell'androginia.
Marlene fu, soprattutto, negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, una cassa-continua dell'immaginazione maschile e per le donne un allarme e non soltanto una canzonettista provocante che faceva bene il suo mestiere.
Incarnò, agli occhi d'una società perbenista tentata dal demone, la figura emaciata dell’unica vera strega Hollywoodiana, metà uomo e metà donna, la quale , serbata la voce della caverna, conduce alla più soave delle perdizioni con uno sguardo inafferrabile, con un languido fuoco.
Alternava abiti folli, guaine che nulla lasciavano all’immaginazione, piume di struzzo e di gallo, volpi e velette, a pantaloni impeccabili e lucido cilindro, per stilizzare la sua bisessualità nelle forme più estreme dell'artificio.
Marlene fu certamente il frutto di un'epoca torbida che si consegnava alle sfingi per capire se stessa,
di quando l'Europa esportava a Hollywood quell'immagine della propria perfetta indifferenza morale che all'America piaceva, perché vi avvertiva uno sfacelo che assolveva le sue crisi e consacrava la verità eversiva della natura.
Della Diva diceva Hemigwuay:
-Già con la sola sua voce potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo...-
A mio parere, a tanti anni di distanza, con il mio sentire, il fascino irresistibile di Marlene stava nella sua bisessualità, di cui del resto non faceva mistero.
Ora, l'erotismo, scrivono i dizionari, si distingue dalla pornografia per la "presenza di un vissuto emotivo": l'attesa, si potrebbe anche dire. Il crescendo del preludio, l'intelligenza dei sensi che si attiva e si mette in moto verso un orizzonte.
Ed è proprio questa atmosfera sospesa e intrigante con orizzonti infuocati a fare da sfondo che Marlene , attraverso la sua ambigua sessualità, riusciva a trasmettere.
La pubblicità del primo film hollywoodiano della diva, Marocco, diceva: "Marlene Dietrich, la donna che tutte le donne vogliono vedere".
Nel 1932 l’attrice conobbe la scrittrice e sceneggiatrice ispano-americana Mercedes de Acosta, amante di Greta Garbo. L'incontro avvenne durante un ricevimento, nella cucina della casa, dove Mercedes si era rifugiata piangendo perché - le disse - la Garbo la faceva soffrire. Marlene voleva consolarla e la invitò a cena a casa sua. Dopo pochi giorni le scriveva già lettere d'amore che cominciavano con "tesoro mio", firmate con "Il principe bianco". La relazione durò un anno: poi Marlene la lasciò.
Nell'estate del 1939, durante una vacanza sulla Costa Azzurra, s'innamorò da lontano, avvistandola sul suo yacht, dell'ereditiera americana Jo Castairs, che viaggiava per tutto il mondo in barca a vela. Ne nacque una breve relazione: pare che Jo fosse l'unica che potesse permettersi di chiamare Marlene "baby".
Nel 1923 Marlene Dietrich aveva sposato il regista Rudolf Sieber: un "matrimonio aperto" senza convivenza, dal quale tuttavia nasce l'anno dopo la sua unica figlia, Maria .E le stesse caratteristiche ebbe l'altro suo rapporto con il regista Josef von Sternberg, in sospetto di omosessualità, un sodalizio più professionale e sociale che amoroso.
Nel mondo dello spettacolo, i matrimoni di copertura tra lesbiche, bisessuali e gay, assai frequenti, venivano chiamati lavender marriages. L'ambiente di Hollywood era ufficialmente molto puritano, dopo l'approvazione nel 1929 del tristemente noto "codice Hays", che metteva al bando l'"immoralità" sia sullo schermo che nella vita privata degli attori. La Dietrich era meno discreta. Nei suoi film giocò spesso il ruolo di fredda e sardonica "donna fatale", talvolta in abiti maschili, come nella vita. I suoi numerosi love affairs con donne e uomini ( ebbe una infuocata relazione anche con Frank Sinatra) erano pubblici, e poche altre attrici si sono meno preoccupate di tutelare la propria privacy.
Marlene rappresentò provocatoriamente questa sua libertà nella scena di Marocco in cui bacia sulle labbra una donna del pubblico dopo la fine della canzone.
In una intervista disse: "In Europa non conta se sei un uomo o una donna. Noi facciamo l'amore con chiunque troviamo attraente".
Eccolo l’eterno fascino di Marlene: la libertà di amare, senza inibizioni e tabù di sorta. Che l’amore e l’eros han mille facce: di solito però nella nostra vita riusciamo a svelarne ben poche....ed è un vero peccato.
Per scrivere questo post mi sono rifatta in parte a un’articolo apparso sull’Indipendente nel maggio del 1992.


Le tue mani flautate sirene
calde tenaci penetranti
Stradivari di carne e sangue
-L’Oro del Reno sul mio corpo-
mi risuonavano dentro
nello splendore di un desiderio
gridato inespresso spasimato
taciuto richiesto
-la voglia incompresa, l’errore di spazio
e di tempo-
Le tue mani odorose di mate verdemare
gravide di sogni bambini
crudeli
in una foresta asilo e madre di transumanza guerrigliera
erano
aquiloni di seta vermiglia sui miei seni
che si appuntavano al cielo in un’urgenza
di vita
Le tue mani giovani agili forti
impazienti disperate
profumavano le mie cosce del tuo sudore
al sapor di tabacco e polvere da sparo
nel tenero/violento affondare
in un corpo di donna
riposo di guerriero
in pace con la memoria di sé stesso.
Le tue mani si addormentavano su di me
nel nero denso di una notte afosa
alla luce fioca lenta sperduta
di una luna affumicata dai vapori d’agosto.
Fu quando il sole si agghiacciò
in miseria
che le tue mani volarono nel cielo
dita come rosse farfalle a dipingere nell’aria
il bellissimo volto di sorella Libertà
Se io muoio non piangere per me, cammina sui miei passi e io vivrò per sempre (E.Che Guevara)
http://www.youtube.com/watch?v=OYYKNnEMrG0

immagine creata da Kurtz

Guernica è una cittadina della Spagna Settentrionale (Biscaglia).Il 26 Aprile del 1937 la Luftwaffe (legione Condor) con la collaborazione dei franchisti la rase al suolo durante la guerra civile spagnola.
Hitler allora sperimentò in Spagna le tecniche di bombardamento che sarebbero poi state massicciamente impiegate nella Seconda Guerra Mondiale-
Quello di Guernica fu un massacro orrendo che ispirò a Picasso il famosissimo quadro...
Guernica: tempera su tela, 349 X 776 cm rappresenta il momento dell’ira e del dolore dell’Artista, che fin dall’inizio della guerra si era schierato a favore del governo repubblicano.
L'emozione e la collera di Picasso per il massacro viene espressa nell’opera con una visione drammatica di corpi sfatti, visi stravolti, intrecci di corpi d’animali e uomini,in uno sfondo privo di colore in cui echeggiano urla lancinanti.
Nulla è cambiato a tutt’oggi: Guernica viene rasa al suolo e ricostruita ogni giorno per subir di lì a poco la stessa sorte, in un macabro gioco.
Guernica
-Le cose in fondo non van poi tanto male-
dici tu
che hai lo sguardo viziato dai troppi guasti
del cuore.
E non vedi
-Giochi così bene a moscacieca con te stessa-
le carogne di Stato, i gioiellieri dalle attizzanti vetrine
-Venghino signori, venghino, oggi la morte si vende a modico prezzo-
dove rifulgono Kalashnikov, Dragunov e fiammeggia il Napalm,
il danaro consacrato agli altari
da papali banchieri compiacenti,
i cartelli colombiani di neve appesi come trofei
in piazzetta a Portofino all’ora dell’aperitivo
con al seguito puttane
tornate vergini grazie al dio denaro
-Miracolo, miracolo, inchiniamoci-
prestidigitazioni di capi di stato
che si giocano ai bussolotti
mille &+ mille vite
chi disse: - Ho bisogno di un migliaio di morti
per sedermi al tavolo dei vincitori?-
che provano e riprovano il salto della quaglia
-Impiccagioni in prima visione che fanno tanto
audience, e poi Villon scriveva:
E non vi sdegni il nome
di fratelli,
anche se noi morimmo giustiziati.
Ma lui non conosceva Starss & Bars.
Tu ti sei fottuta l’anima
per un palco in prima fila
che importa se i ventri dei bambini di un altro mondo
si gonfiano
- Stasera saremo in 13 a tavola... devo assolutamente trovare un altro ospite...-
se 13 soldati stan sopra una ragazzina tredicenne
vietcong,
se 13 bombe mortaio sfracellano arti,
incendiano case
trasformandosi in sale sulle rovine,
se 13 son gli assassini che l’Agenzia “usa e getta”
manda a uccidere l’Uomo con la stella rossa...
Intanto tu per natale aggiungi
ai tuoi gioielli un’altra pantera
dal prezioso bestiario di Cartier.
La differenza tra noi due non è negli anni:
io aspetto ancora di vivere
tra tumultuose guerre di ingorda giovinezza,
tu di finire con il tuo orecchio tardo
e la tua vista corta
come quelli di una vecchia/non vecchia
che dalla sua stessa noiosa indifferenza
è stata spinta fuori dalla vita
-Giochiamo a moscacieca, dai...-
Tredici uomini sulla cassa di un morto
tredici uomini e una bottiglia di rum...


Carolina Carasson, detta la bella Otero(1868-1965), fu la donna più affascinante, più seducente e più desiderata in quegli anni gloriosi a cavallo tra l’ ‘800 e il ‘900 che passarono alla storia come “Bella Epoque”.
Sublime danzatrice e cantante gitana, spregiudicata e intraprendente, incantò principi e imperatori, banchieri e finanzieri, ai quali concedeva le sue notti d’amore in cambio di gioielli e danaro.
Visse tra le sale da gioco di Montecarlo, le grandi sartorie, le serate mondane fino al totale sperpero delle sue ricchezze, che la costrinsero, negli ultimi anni della sua lunga vita , a una triste deriva .
Fu donna sicuramente dotata di un eros congenito che andava ben oltre la naturale bellezza e che le conferì un potere immenso sugli uomini del suo tempo.
Per meglio capire in che cosa consistesse il fascino leggendario della Otero riporto le parole di un direttore di teatro, Sirius Legrànge, che la vide esibirsi , diciottenne sconosciuta in cerca di una scrittura.
-Con un corpetto attillato e una gonna rossa scampanata che raggiungeva le caviglie Carolina mi apparve come un linguaggio vivente: la sua danza era messaggio, parola, allegoria.
Mi fece pensare subito all’amore carnale, al corpo a corpo nella danza amorosa; intuii l’enorme potenziale scenico di quella giovannissima donna che senza alcuna preparazione tecnica né allenamento attraverso le evoluzioni della danza richiamava ossessivamente alla mente il tortuoso ondeggiare del serpente tentatore.
Il suo corpo, i suoi gesti, il suo sguardo, il soffio vitale che emanava da lei arroventavano l’aria tanto che a un certo punto, preso da un impulso sconosciuto, le gridai: Basta, ora tu danzerai per me-
Ma come era fisicamente questa donna che ebbe come amanti , tra gli altri, lo Zar NicolaII, il principe Alberto di Monaco e il re Alfonso XIII di Spagna?
Ci sono rimaste fotografie e ritratti che non sempre esaltano la sua indiscussa bellezza.
A mio parere la dipingono molto bene questi versi apparsi su una rivista dell’epoca:
Snella, capelli lunghi, alta,
bruna , andalusa
prodiga i suoi baci
d’amore a un torero.
Ha l’occhio verde e nero
come la notte, lasciva, gelosa:
questa è in quattro versi
Carolina de Otero.


Dopo l'amore mi ritrovo
colorata di frasi
la bocca piena di invisibili
frammenti
- foglie di coca masticate-
i capelli lucenti come seta.
Dentro di me il tuo odore
-aroma di mate amaro
della notte-
è infuso di alba umida,
essenza di rosa dell'aurora.
Frantumate in passeggera
tregua
le tumultuose onde
del desiderio
dissociano il mio corpo
in un mondo parallelo
dove sprofondo
tra verdi lenzuola
di velluto
il piacere trasformato
in gocce di diamanti
agli angoli degli occhi
e della bocca.
E il tuo sguardo
che da sempre segue
il fertile richiamo
dei miei fianchi
riporta indietro
l'orologio del tempo
-ore giorni anni-
per ricominciare.
A Ernesto doc.Guevara detto il "Che".
La Higuera, Agosto 2005
Bolivia, ultimo atto: L'8 Ottobre 1967 il gruppo di guerriglieri di Guevara, il Comandante, cade in una imboscata, il Che è fatto prigioniero.
Il giorno dopo, per ordine del governo boliviano, su pressione degli U.S.A, viene giustiziato nel villaggio di la Higuera.
Il corpo, portato nell'Ospedale di Vallegrande, sparisce...
Il 15 Ottobre, all'Avana, Fidel Castro annuncia la morte del Che e proclama l'8 Ottobre festa nazionale.
Nel Luglio del 1997, in una fossa comune a Vallegrande, lo scheletro del Comandante viene ritrovato e riportato a Cuba.
Hasta siempre Comandante.

A Lucca tutti conoscono la leggenda di Lucida Mansi , la Bella degli specchi, che dal lontano 1600 ancor oggi torna in certe notti a visitar la sua città natale transitando, bellissimo fantasma, nella sua carrozza nera e dorata sulle mura antiche per poi finire a immergersi nel piccolo lago dell’Orto Botanico , in un terreno maledetto che un tempo fu il luogo di sepoltura di giustiziati, eretici e appestati.
Si dice che a volte sia possibile scorgere il perfetto corpo nudo di Lucida riflettersi, come in un specchio, nell’acqua del laghetto.
E’estremamente difficoltoso individuare un personaggio effettivamente vissuto con questo nome. In effetti ci fu tra gli antenati dei Mansi una certa Lucida Saminiati o Sanminiati, nata nel 1606 e andata in sposa poco più che bambina a un tal Vincenzo Diversi che morì poco dopo il matrimonio assassinato per una lite di confine.
La giovane meno che ventenne, contrasse nuovamente matrimonio con il nobile quarantenne Gaspare di Nicolao Mansi , che presto la restituì al suo stato di vedovanza.
Morì di peste nel 1649.
Di lei non si altro.
Eppure tutte le leggende contengono sempre un briciolo di verità...
Chi fu veramente la Bella degli Specchi?
Lucida visse a Lucca nel 1600, un secolo carico di ori , velluti , sete , stucchi che incorniciavano e adornavano la carne.
I Mansi, famiglia conosciutissima non solo in città ma in tutta l’Europa dell’epoca, era assai danarosa: operava nella mercatura della seta.
Pertanto Lucida, rimasta vedova di Gaspare Mansi appena ventiduenne, si trovò libera e padrona di palazzi, ville e castelli.
Era bellissima: folti e crespi i capelli ramati, scuri gli occhi, bianche le carni, perfetto l’ovale del viso, lunghe e snelle le membra.
Celebrò la morte del consorte adottando un lutto strettissimo: avvolta in quel nero sontuoso appariva ancora più snella e l’aria sofferente aggiungeva al suo fascino un alcunché di torbido, come se portasse a spasso la morte con intima e innaturale gioia.
Ora era libera di guardarsi attorno, anche attraverso i veli: si accorse dell’ammirazione che destava negli uomini, sposati o liberi che fossero, anche per la sua nuova condizione di ricca vedovanza.
Così cominciò a rimirarsi più attentamente di quanto mai avesse fatto in passato e si rapì in sé stessa.
Una gioia come un vento le liberò l’anima quando iniziò ad amoreggiare con gli specchi.
I saloni di Palazzo Mansi risplendevano di sete e damaschi viola, i candelabri gonfi di cristalli illuminavano la bella nel suo scuro languido incedere.
Ma la sua stanza, il suo regno, Lucida la volle particolare, adorna dei suoi nuovi amori: specchi di ogni foggia e misura ne riempirono le pareti, anche il soffitto del letto a baldacchino divenne un enorme superficie riflettente dove la splendida donna, nuda, adagiata in ogni posa, poteva rimirarsi a suo piacere.
Fu naturale il voler scoprire se anche negli occhi di un uomo poteva ritrovarsi così bella.
Chiamò alla Villa il primo amante a cui presto ne seguirono altri.
Gli appetiti di quel corpo giovane e desiderabile, probabilmente disattesi dai consorti, reclamavano di esser saziati , ora che la Bellezza, perduta in sé stessa, esigeva continui tributi.
Nel Seicento le funzioni religiose erano fitte e dense di incensi e paramenti sacri pesanti di scintillanti pietre e ori.
Lucida era devotissima, nonostante le voci che già correvano in mormorii sotterranei su di lei. Entrata in Chiesa, bagnate le dita nell’acquasantiera, si segnava, tra il popolo che si inchinava al suo passaggio, per dirigersi poi alla poltrona di famiglia vicino all’altar maggiore.
Devota, sorreggeva il libro nero della Messa, assorta; ma come suonava il primo campanello, al Sanctus, una gioiosa luce la illuminava; cominciava allora a sfogliar febbrilmente le pagine e quando si accorgeva che una ne mancava, fermava le mani in attesa del campanello dell’Elevazione.
Allora , mentre tutti piegavano la fronte in timorosa riverenza, Lucida apriva il suo tabernacolo,
lo specchio che aveva sostituito a una pagina del libro e si contemplava inebriata.
Nel Seicento la gloria della stirpe e il danaro erano il potere assoluto a cui tutti sottostavano.
Eppure le voci sulla fame sessuale e sulla crudeltà della bellissima Lucida circolavano ormai con sempre maggior insistenza.
Si narrava anche di un trabocchetto che si apriva nel pavimento della sua stanza da letto, utilizzato dalla donna per eliminare quegli amanti dalla cui passione si sentiva in qualche modo minacciata.
Così per anni continuò a godere della sua bellezza e dei piaceri che i sensi, la cui fame aumentava giorno per giorno, le procuravano.
D’inverno, l’enorme camino della stanza avvampava gettando nell’alcova fasci di luce rossa mentre d’estate Lucida faceva ondeggiare sulle sue nudità le lunghe frange di un grande variopinto ventaglio che le rinfrescava la pelle umida di sudori amorosi.