

Vado a lezionie di tango argentino da anni: ma data la discontinuità con cui seguo la scuola non credo diventerò mai una brava tanghéra.
Tuttavia la passione è viva per questa danza difficile e straordinaria, che impegna totalmente corpo e anima. Così, a Buenos Aires, ho voluto conoscere un insegnante di tango che va per la maggiore. Mi fece assistere a una delle sue lezioni collettive ed ecco ciò che disse:
-Immaginate di essere in un film: quando passate da una scena di tango a una di sesso lo spettatore deve avvertire un netto calo di tensione erotica-
Era un uomo insignificante, di mezza età.
Diventava irresistibile nel ballo, desiderabile e magnetico come la nostalgia.
Rimasi senza fiato ad ammirar non solo lui ma anche alcune coppie di danzatori del suo corso.
E questo mi portò a una serie di considerazione sulla stretta connessione tango/eros.
In effetti tensione è davvero la parola chiave.
Questo il segreto dell'erotismo e della danza.
I veri ballerini di tango hanno sguardi assenti e feroci diretti verso un luogo misterioso che solo loro conoscono e di cui non sveleranno mai il segreto.
Lasciano che gli spettatori lo immaginino, ciascuno secondo il proprio inconfessato desiderio: che sia un rifiuto, persino, se questo è ciò che appaga il bisogno di chi guarda.
Oppure uno schiaffo, uno sgarbo, un bacio e solo quello, una carezza e niente più.
Nella tensione erotica del ballo i danzatori esprimono l’attesa della meta celata a tutti tranne che a loro, circondandosi di un’aura erotica sconosciuta alle scene di sesso più hard.
Il dopo è il meno.
Il dopo è la fine del viaggio la cui bellezza - come nel tango appunto - è solo una promessa.
Tensione verso, desiderio di...
Itaca, diceva il poeta, non è la meta: è il cammino per raggiungerla.
L'erotismo, scrivono i dizionari, si distingue dalla pornografia per la "presenza di un vissuto emotivo": appunto l'attesa, si potrebbe anche dire.
Il crescendo del preludio, l'intelligenza dei sensi che si attiva e si mette in moto verso un orizzonte.
Ecco il parere di Giuseppe Pederiali:
-L’erotismo è un’arte sottile che coinvolge l’istinto e tutti i sensi; nonché l’intelligenza e la cultura. L’erotismo è un vago profumo, una parola in più o in meno, una mano che sfiora, un’ombra più scura tra ombre bianche-
Infine, per par condicio, riporto anche il pensiero di Irvin Welsch.
Alla domanda "Ci dà una definizione di erotismo e di pornografia?" lo scrittore, che ha toccato l'argomento prima direttamente con Porno e ora indirettamente con “I segreti erotici dei grandi chef”, risponde sinteticamente:
-Non c'è nessuna differenza. Erotismo è il termine "middle-class" per porno. Quello che è erotico per il Guardian è porno per il Sun.-
E il Guardian o il Sun non potremmo essere benissimo noi, lettori o autori ?
Il tema è difficile, si presta alle opinioni più diverse e spesso opposte: ma qui sta il suo indiscutibile fascino.


Der Blaue Engel, L’Angelo Azzurro, film di Josef von Sternberg, durata: h 1.47
Nazionalità: Germania 1930
Nei cinema :Agosto 1930
La trama: Un anziano professore si innamora della cantante Lola (Marlene Dietrich) che lavora al cabaret "L'Angelo azzurro". Riesce a sposarla per seguirla nelle tournée, affrontando vergogna e umiliazioni. Di ritorno due anni dopo all'"Angelo azzurro", dapprima si rifiuta di dare spettacolo davanti agli ex allievi, e poi si fa buttare nella strada dopo una scenata di gelosia. Andrà a morire nella sua vecchia scuola.
Il film ha una forza incredibile, un pathos che ammalia e seduce proprio come seduce la Dietrich, o le eroine "peccaminose" dei melodrammi.
Lola fu il personaggio che consacrò Marlene (nata il 27 dicembre 1901 a Berlino con il nome di Maria Magdalene Dietrich von Losch e morta il 6 maggio 1992 a Parigi) attrice famosa in tutto il mondo, una delle icone universali dell’eros.
Gambe, occhi, voce: per mezzo secolo, riassunta nei tre doni della sua fisicità, la diva è stata l'involucro diafano e fatato d'una pulsione femminea tanto più inquietante quanto più sotto la pelle affiorava la dura curva teutonica, il fondato sospetto dell'androginia.
Marlene fu, soprattutto, negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, una cassa-continua dell'immaginazione maschile e per le donne un allarme e non soltanto una canzonettista provocante che faceva bene il suo mestiere.
Incarnò, agli occhi d'una società perbenista tentata dal demone, la figura emaciata dell’unica vera strega Hollywoodiana, metà uomo e metà donna, la quale , serbata la voce della caverna, conduce alla più soave delle perdizioni con uno sguardo inafferrabile, con un languido fuoco.
Alternava abiti folli, guaine che nulla lasciavano all’immaginazione, piume di struzzo e di gallo, volpi e velette, a pantaloni impeccabili e lucido cilindro, per stilizzare la sua bisessualità nelle forme più estreme dell'artificio.
Marlene fu certamente il frutto di un'epoca torbida che si consegnava alle sfingi per capire se stessa,
di quando l'Europa esportava a Hollywood quell'immagine della propria perfetta indifferenza morale che all'America piaceva, perché vi avvertiva uno sfacelo che assolveva le sue crisi e consacrava la verità eversiva della natura.
Della Diva diceva Hemigwuay:
-Già con la sola sua voce potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo...-
A mio parere, a tanti anni di distanza, con il mio sentire, il fascino irresistibile di Marlene stava nella sua bisessualità, di cui del resto non faceva mistero.
Ora, l'erotismo, scrivono i dizionari, si distingue dalla pornografia per la "presenza di un vissuto emotivo": l'attesa, si potrebbe anche dire. Il crescendo del preludio, l'intelligenza dei sensi che si attiva e si mette in moto verso un orizzonte.
Ed è proprio questa atmosfera sospesa e intrigante con orizzonti infuocati a fare da sfondo che Marlene , attraverso la sua ambigua sessualità, riusciva a trasmettere.
La pubblicità del primo film hollywoodiano della diva, Marocco, diceva: "Marlene Dietrich, la donna che tutte le donne vogliono vedere".
Nel 1932 l’attrice conobbe la scrittrice e sceneggiatrice ispano-americana Mercedes de Acosta, amante di Greta Garbo. L'incontro avvenne durante un ricevimento, nella cucina della casa, dove Mercedes si era rifugiata piangendo perché - le disse - la Garbo la faceva soffrire. Marlene voleva consolarla e la invitò a cena a casa sua. Dopo pochi giorni le scriveva già lettere d'amore che cominciavano con "tesoro mio", firmate con "Il principe bianco". La relazione durò un anno: poi Marlene la lasciò.
Nell'estate del 1939, durante una vacanza sulla Costa Azzurra, s'innamorò da lontano, avvistandola sul suo yacht, dell'ereditiera americana Jo Castairs, che viaggiava per tutto il mondo in barca a vela. Ne nacque una breve relazione: pare che Jo fosse l'unica che potesse permettersi di chiamare Marlene "baby".
Nel 1923 Marlene Dietrich aveva sposato il regista Rudolf Sieber: un "matrimonio aperto" senza convivenza, dal quale tuttavia nasce l'anno dopo la sua unica figlia, Maria .E le stesse caratteristiche ebbe l'altro suo rapporto con il regista Josef von Sternberg, in sospetto di omosessualità, un sodalizio più professionale e sociale che amoroso.
Nel mondo dello spettacolo, i matrimoni di copertura tra lesbiche, bisessuali e gay, assai frequenti, venivano chiamati lavender marriages. L'ambiente di Hollywood era ufficialmente molto puritano, dopo l'approvazione nel 1929 del tristemente noto "codice Hays", che metteva al bando l'"immoralità" sia sullo schermo che nella vita privata degli attori. La Dietrich era meno discreta. Nei suoi film giocò spesso il ruolo di fredda e sardonica "donna fatale", talvolta in abiti maschili, come nella vita. I suoi numerosi love affairs con donne e uomini ( ebbe una infuocata relazione anche con Frank Sinatra) erano pubblici, e poche altre attrici si sono meno preoccupate di tutelare la propria privacy.
Marlene rappresentò provocatoriamente questa sua libertà nella scena di Marocco in cui bacia sulle labbra una donna del pubblico dopo la fine della canzone.
In una intervista disse: "In Europa non conta se sei un uomo o una donna. Noi facciamo l'amore con chiunque troviamo attraente".
Eccolo l’eterno fascino di Marlene: la libertà di amare, senza inibizioni e tabù di sorta. Che l’amore e l’eros han mille facce: di solito però nella nostra vita riusciamo a svelarne ben poche....ed è un vero peccato.
Per scrivere questo post mi sono rifatta in parte a un’articolo apparso sull’Indipendente nel maggio del 1992.


La contessa Virginia di Castiglione(1837-1899) qui sopra ritratta in un quadro di scuola piemontese fu donna bellissima, sì, ma tutt’altro che “una statua di carne”, come la definì la principessa di Metternich.
Virginia oggi ci appare come uno dei pochissimi esempi di donna politica: seppe infatti usar del suo fascino indiscusso per riuscir nella più sottile della Arti: quella diplomatica.
Attrasse nella sua scia di femmina non solo bellissima e intelligente ma anche dotata di un alto potenziale erotico gli uomini più famosi del suo tempo: da Napoleone III a Vittorio Emanuele II, da Cavour a Bismark, da Thiers a Rothschild a Poniatowski, ai duchi d’Auleme e di Chartres.
Amante e amica di sovrani e principi la Castiglione seppe creare in vita la propria leggenda sempre presente come fu sia nelle alcove reali e in quelle di chi allora deteneva il potere economico sia in quelle feste sfarzose dove la gioia di vivere e di arricchire che caratterizzò il Secondo Impero pareva dovesse durare in eterno.
Innamorata di sé stessa considerava la propria bellezza un privilegio da conquistare, anche solo come godimento degli occhi.
-Vedermi mio malgrado è come derubarmi- disse, appena ventenne e già amante di Napoleone III...
Arrivò al punto di distruggere un dipinto, un suo ritratto, una tela stupenda di Paul Baudry per non avere una rivale che la superasse in bellezza, anche se quella rivale era lei medesima.
Qualcuno disse che quando Virginia appariva in un salotto splendeva improvviso il sole. Quando se ne andava calava la notte.
Ovviamente invidiata da tutte le dame di corte, e soprattutto dall’Imperatrice Eugenia , la Divina Castiglione, come fu chiamata, restò sempre fedele al suo motto:
-Le eguaglio per nascita. Le supero per bellezza. Le giudico per ingegno-

Jean Harlow, sex simbol del cinema americano degli anni ’30, nacque a Kansas City il 3 Marzo 1911 e morì a LosAngeles il 7 Giugno 1937.
A soli diciotto anni, la bella Jean si era già fatta notare come figurante in film di discreto successo.
Nel 1931, il produttore e aviatore milionario Howard Hughes, la scritturò come protagonista della versione sonora del suo colossale film d'avventura “Gli angeli dell'inferno (Hell's Angels)”, in cui la bionda attrice si mise in luce per una bellezza intrigante e dotata di una potente carica erotica.
Quando la Harlow, in una delle prime battute del film, annunciava a un aviatore che sarebbe andata a indossare "qualcosa di comodo" il pubblicè andò in visibilio.
La battuta era sicuramente audace per quei tempi , ma ancor più lo fu il tono con cui Jean la pronunciava.
Fu Hughes a dichiarare che :
-Jean era la femmina più maledettamente femmina che avesse mai conosciuto-
In seguito l'attrice lavorò per i più importanti studios hollywoodiani, dalla Warner Bros, che la affiancò a James Cagney nel gangster-movie “The Public Enemy”, del 1931, alla Columbia, per cui interpretò il famoso “The Platinume Blonde”, del 1932, di Frank Capra, in cui il soprannome, dovuto al colore dei capelli, divenne sinonimo della Harlow.
Jean conquistò il pubblico per la sua innata e involontaria carica erotica che emanava con sorprendente ingenuità.
Così si cominciò a imitare lo "stile Harlow": dai capelli (la Harlow, bionda naturale, si affidava a una parrucchiera solo per ottenere la tonalità "platino"), ai vestiti sontuosi dalle scollature abissali, ai tacchi altissimi.
La diva appariva infatti spessissimo sui giornali in patinate immagini addobbata da femmina lussuosa.
Quando poi Jean dichiarò che non indossava mai il reggiseno- non dimentichiamo i tempi , erano gli anni ’30- il suo potenziale erotico salì alle stelle.
Antesignana del famoso calendario della Monroe, Jean Harlow accettò di farsi ritrarre nuda.
Ho inserito al termine del post una sua immagine pressoché senza veli per dimostrare di quale fisico gli dei l’avessero dotata.
Nel 1932 Jean Harlow venne scritturata dalla Metro Goldwyn Mayer, e lo stesso anno ne sposò uno dei più importanti produttori, Paul Bern, di ventidue anni più vecchio, che morì appena due mesi dopo le nozze, ucciso da un colpo di pistola, probabilmente suicida.
Lo scandalo fu enorme: si parlò di impotenza o meglio di inadeguatezza del produttore ai rapporti sessuali.
Questo tragico episodio conferì al fascino di Jean una nota inquietante e torbida che lo accrebbe a dismisura.
Lavorò molto nei 5 anni successivi e il suo nome fu legato a quello di uomini famosi e divi dal fascino indiscutibile, come Clark Gable.
All’età di ventisei anni, durante le riprese di Saratoga di Jack Conway, la giovane attrice si sentì male, entrò in coma e morì alcuni giorni dopo, senza mai riprendere conoscenza. La diagnosi fu nefrite acuta. Si disse che la madre della diva, fedele di una setta allora in voga a Hollywood, avesse impedito che la figlia ricevesse cure mediche immediate.
Jean Harlow per la sua provocante seducente e del tutto nuova -per quei tempi- sensualità è entrata a far parte di diritto della storia del cinema.
Spentasi a soli ventisei anni e all'apice del successo, la Harlow è stata l’antesignana di un’altra celeberrima bionda del cinema, Marilyn Monroe; furono definite tutte e due “bombe sexy”; in realtà erano adorabilmente e ingenuamente provocanti, nonché dotate di un corpo naturalmente perfetto, immune da ritocchi chirurgici: per questo sono tutt’ora due icone dell’eros.


Paolina Bonaparte ritratta da Francois-Joseph Kinson(1808)
Nata il 20 Ottobre del 1780 morta il 9 Giugno del 1825 Paolina Borghese Bonaparte è ricordata in tutto il mondo come la Venere Vincitrice scolpita in levigatissimo marmo da Antonio Canova.
Incantevole, insaziabile, sfrenata, imperiosa, la sorella preferita del generale Bonaparte fu definita”una amorosa superba destinata a entrare nella storia come un Don Giovanni in abiti femminili”.
Di Don Giovanni ebbe l’intelligenza e l’impudenza libertina; due volte sposa ma collezionista di amanti, un giorno, femminista ante litteram proclamò con fermezza:
-Il matrimonio è per le donne qualche cosa a cui non si può sfuggire, ma l’amore è ben altro.
L’amore è un nostro diritto, anche se purtroppo è ancora chiuso dentro la Bastiglia.
Noi donne avremmo mai il nostro 14 Luglio?-
La parabola della vita di Paolina, sullo sfondo della storia europea della fine del ‘700 e del primo ‘800 può essere dipinta come una grande tela gotica, dominata dall’erotismo e racchiusa entro una splendida cornice barocca.
Al fratello Paolina fu profondamente legata: la sua alcova è stata il “gran canale diplomatico dell’impero” di Napoleone.
Per lui fu una confidente, un’amica e una spia instancabile e accentratrice tanto che si malignò sull’esistenza tra i due di un rapporto incestuoso.
Per finire, che tempestosa, sismica, amorosa e lussuriosa vita fu quella di Paolina Bonaparte Leclerc Borghese.
A chi fosse interessato consiglio il libro di Antonio Spinosa:
Paolina Bonaparte, l’amante imperiale.
In questo testo Spinosa narratore egregio, storico spregiudicato e arguto, ci lascia di Paulette un ritratto davvero indimenticabile.

La Venere Vincitrice del Canova

Nel 2005 è tornata alla luce un'opera finora sconosciuta di Leonardo da Vinci (1452-1519).
È un ritratto di eccezionale bellezza di una inconsueta e incantevole Maria Maddalena, che quasi un secolo fa, prima della sua scomparsa, era stata attribuita al Giampietrino, un seguace del geniale artista-scienziato del Rinascimento.
La tavola mostra il busto nudo della santa che nella mano destra tiene un velo all'altezza del ventre.
A sostenere che la nuova Maria Maddalena va attribuita invece a Leonardo è uno dei massimi esperti dell'opera del maestro di Vinci, il professor Carlo Pedretti, 77 anni, direttore dell'Armand Hammer Center for Leonardo Studies dell'Università della California a Los Angeles.
Il dipinto fa parte di una collezione privata ed è custodito in Svizzera
L'opera, di piccole dimensioni (58 centimetri per 45), fu dipinta intorno al 1515, quattro anni prima della morte di Leonardo.
La tavola di Maria Maddalena rende omaggio alla bellezza femminile, trasformando la Santa in un’icona di bellezza e sensuale carnalità.
La veste aperta espone lo splendido busto nudo che la mano destra copre con un velo solo all’altezza del ventre, mentre la sinistra, più sotto, stringe un lembo del mantello in modo misterioso, come se la veste fosse stata in un primo tempo la giara dell’unguento con cui Maddalena unge e profuma i piedi di Cristo dopo averli lavati.
In quest’opera la mano di Leonardo si riconosce nella sua piena maturità espressiva nel trattamento del paesaggio e nell’eccezionale tecnica di esecuzione, mediante la quale riesce a dar gioiosa vita allo splendido corpo ritratto.

“Pin-up”significa “da appendere”.
Al muro, per averle sempre davanti agli occhi.
Il loro sex-appeal era ammiccante, sfumato, ti vedo e non ti vedo; le pin-up ebbero un effetto travolgente sugli adolescenti italiani usciti dal fascismo che imponeva un sesso “demografico”e solo procreativo.
Erano un sogno fatto di carta e presto divennero oggetto da collezione.
Arrivarono con gli Americani, con la Quinta Armata, erano sulle fiancate delle jeep, dei camion, sulle torrette dei carri armati ormai in pace.
Arrivarono con la Coca Cola, la musica di Glenn Miller, con Moonlight Serenade, con il trenino di Chattanooga, con il primo jazz, con Rosamunda e le sigarette Lucky Strike dal pacchetto bianco bordato di rosso.
Erano le pin-up: gambe splendide, sguardi ammiccanti, labbra tumide, capezzoli irti sotto il velo trasparentissimo della lingerie, seni traboccanti da striminziti reggipetti, cosce dischiuse, natiche nude o compresse nei progenitori degli hot pants: il tutto sodo, splendente come solo il disegno, l’acquerello e l’aerografo possono rendere, sensualmente innaturale, esagerato, dilatato negli arrotondamenti là dove punta la golosità maschile, magico negli effetti prospettici che allungavano, tornivano a dismisura le gambe e che più tardi vennero chiamati “leg art”, arte appunto della gamba.
Erano le donnine disegnate, dipinte da quei grandi inventori di femminilità e di erotismo che furono George Quintana, Peter Driben,Earl Moran, Zoe Mozert, George Petty (ideatore per Esquire della coniglietta che sarà poi plagiata da Playboy), di Alberto Vargas.
Erano femmine di carta da appendere.
Un esempio è la splendida donnina qui sopra, capolavoro di Alberto Vargas(1896-1982).
Pensate agli anni in cui fu disegnata, guardate quella mano sul seno, il fiore alle labbra e poi ditemi: non è la quintessenza dell’eleganza erotica?
Il resto dell’articolo sulle pin-up insieme ad altre belle immagini di donnine d'epoca lo trovate sul mio sito a questo indirizzo:
http://enrica21.interfree.it/pinup.html

Khajuraho è senza ombra di dubbio una delle più importanti mete artistiche dell'India, seconda solo al Taj Mahal di Agra.
Qui sorgono i famosi templi sikhara dalle sculture erotiche eretti sotto la dinastia dei Chandela, dinastia che conobbe il suo massimo splendore nei secoli X e XI.
I templi sono costruiti in pietra arenaria e, contrariamente alla consuetudine di proteggerli con mura, a Khajuraho poggiano sul terreno libero, leggermente elevati, quasi nel tentativo di volerli sollevare dalle pene terrene.
Degli 85 templi costruiti dai Chandela, oggi ne rimangono solo 30.
Le numerose sculture che adornano i templi di Khajuraho sono una delle più alte espressioni artistiche del Tantrismo.
Le sculture che adornano le parti superiori dei templi sono rappresentazioni del "mithuna", l'accoppiamento degli dei che genera l'energia vitale.
Si possono osservare anche sculture di animali fantastici, danzatrici e ninfe.
Le rappresentazioni nella parte inferiore, vicino alla piattaforma su cui
appoggiano i templi, sono invece delle pure e semplici sculture erotiche, una celebrazione dell'amore che tanta parte ha nella vita dell'uomo.
Ho una vera passione per l'eros, in tutte le sue espressioni : per me far l'amore è produrre energia vitale, assumerne, fondersi con il tutto.
E questi templi sono una vera meraviglia architettonica, la più alta espressione dell'eros e della vita che l'uomo abbia mai innalzato agli dei.
Definire pornografiche queste sculture é tipico di una civiltà ( e di una religione) come la nostra che ha separato l'uomo dall'Universo, dandogli una centralità che non gli spetta e che lo danneggia, perché gli impedisce di entrare nel fluire eterno della Vita, in ogni sua forma.
Per meglio illustrarle, ho scelto gli scritti di due esperti, Sergio Fiucci e René Scheidegger.
Continua, con testo e foto, nel mio sito a questo indirizzo:
http://enrica21.interfree.it/india.html


Cleopatra (1887) di Alexandre Cabanel
Cleopatra, eros e potere
Cleopatra VII Tea Filopatore (69 a.C.- 30 a.C.) fu l'ultima regina dell’Antico Egitto.
Aveva 18 anni quando il padre Tolomeo Aulete XII morì, lasciando il trono a lei e al fratello Tolomeo XIII.
La giovanissima Regina entrò prepotentemente nella storia per l’ambizione e il fascino che la caratterizzarono: fu una donna carismatica, ricordata da molti con parole di ammirazione per la sua audacia, la grande cultura e la fervida intelligenza, e da altri in modi più spregevoli come donna immorale e perfida.
Plutarco scrive: Aveva una voce dolcissima simile a uno strumento musicale con molteplici corde in qualunque idioma volesse esprimersi; era piccola di statura, esile e spregiudicata.
E Dione Cassio: era splendida da vedere e da udire, capace di conquistare i cuori più restii all’amore, persino quelli che l’età aveva raffreddato.
Cicerone narra invece che il giudizio dei Romani- e ovviamente il suo- non era affatto benevolo e Dante la descrive così nell’infernale girone dei lussuriosi: rapace, crudele e lasciva.
Una vera “damnatio memoriae” la stessa che le riserverà Ottaviano Augusto.
Cleopatra in verità fu una grandissima Regina: si servì dell’eros da intendersi come fascino naturale, intelligenza, astuzia e bellezza per arrivare a trasferire la capitale del potere romano ad Alessandria.
In poche parole pensò di realizzare il sogno di un Grande Egitto attraverso il letto di un uomo.
Nulla di nuovo sotto il sole, fin qui.
Allora come ora il letto si dimostrò arma potentissima.
Tra le sue lenzuola si confusero Giulio Cesare, stratega massimo e uomo politico di personalità schiacciante nonché potente come un semidio e Marco Antonio, rutilante eroe mosso da passioni molto umane -oggi avrebbe potuto essere benissimo un divo Hollywoodiano- in continua competizione con la figura di Cesare, spesso davvero ingombrante..
Quando Cleopatra pur di arrivare al divino Giulio ricorse al teatrale strattagemma del tappeto era mossa solo da calcolo politico: conosceva le debolezze di Cesare che in quanto a sesso non andava molto per il sottile ed era decisa a giocarsi la carta del fascino di cui era ben consapevole.
Non per niente aveva frequentato assiduamente la più famosa cortigiana di Alessandria, per prepararsi degnamente all’incontro.
Ma poi le cose cambiarono.
Perché il potere di un uomo è un potente afrodisiaco, soprattutto quando la femmina che vuole ad ogni costo impadronirsene è intelligente come Cleopatra.
In definitiva se il condottiero fu sicuramente ammagato da questa donna giovanissma, colta, e soprattutto figlia d'oriente, ultima discendente di una dinastia regnante ormai estenuata, che amava intridere il proprio corpo di profumi speziati a lui –un barbaro per la civiltà Egizia- sconosciuti prima di coinvolgerlo in misteriosi giochi erotici reinventati ogni notte, d’altra parte la regina fu affascinata completamente dall’immenso potere del suo amante romano.
E da come lo gestiva.
In definitiva io penso che fosse quest’ultimo a condurre il gioco, tanto abilmente da restar in perfetto equilibrio tra gli appetiti del corpo e la brama sempre crescente di gloria che lo pungolava.
Infatti Cesare portò a Roma la sua Regina Egizia più per mostrarla nel suo trionfo e far schiattar d'invidia i nemici che per vero amore alla donna.
E non pensò mai seriamente di far del loro figlio Cesarione il suo erede, ne sono convinta.
Naturalmente questo è solo il mio pensiero.
Quando Cesare fu assassinato lei sedusse Antonio- rimando ad altre fonti le circostanze storiche di tali accadimenti- per continuare ad alimentare il suo sogno di un Egitto più grande di Roma.
E il fascino della Regina vinse facilmente anche lui, che era sì parecchio più giovane di Cesare, ma non ne aveva l'intelligenza, le capacità militari e soprattutto la ferrea volontà di potere.